L'orefice pestato e il diritto di sparare

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Il procuratore di Monza, Stefania di Tullio, inserendolo nel registro degli indagati, ha formulato l’accusa di «eccesso colposo di legittima difesa» nei confronti del gioielliere Remigio Radolli che il 26 aprile, aggredito nel suo negozio e picchiato a sangue da un delinquente che voleva rapinarlo, Blerim Mani, un albanese di 25 anni (l’aggredito ne ha 59), ha alla fine reagito sparando quattro colpi di pistola contro il rapinatore, ferendolo gravemente. In Procura dicono che si tratta di un atto dovuto. In verità il Pm poteva decidere benissimo per il «non luogo a procedere». E qui ce n’erano tutti gli estremi. Perché ci sia la discriminante della legittima difesa è necessario che la difesa sia proporzionata all’offesa. E’ chiaro che se io sparo a un ragazzino che è salito su un albero del mio giardino per rubarmi delle mele siamo fuori dalla legittima difesa. Ma il gioielliere prima di reagire era stato picchiato selvaggiamente, «con inaudita violenza» come riferiscono gli stessi inquirenti.

E a tagliare la testa al toro c’è il fatto che l’aggressore e il suo ‘palo’, Roland Raci, sono stati incriminati a loro volta per «tentata rapina e tentato omicidio». Cosa devo fare io se uno tenta di ammazzarmi? Dirgli: prego si accomodi? Inoltre, e più in generale, c’è una recente legge che allarga di molto i termini della legittima difesa, escludendo di fatto «l’eccesso colposo», quando qualcuno si introduce con la violenza o fraudolentemente nel luogo dove uno vive, abitazione o negozio che sia. Ed è giusto che sia così. Come faccio a sapere se il tipo entrato in casa mia vuol solo rapinarmi l’argenteria o, già che c’è, abusare di mia moglie o sottopormi ad altre umiliazioni? Può darsi che io, preso dalla paura, dal panico, non capendo quali sono le reali intenzioni dell’intruso reagisca in modo che, ‘a posteriori’, può essere giudicato sproporzionato. Ma questo rischio di una errata valutazione da parte della vittima deve assumerselo l’aggressore non l’aggredito.

E’ l’aggressore che per primo ha violato la legge e le regole e non può pretendere che l’aggredito faccia professione di buona educazione. E’ l’aggressore che deve sapere che nel momento in cui mette in pericolo la vita o anche i beni o anche la dignità di un altro è a sua volta in pericolo. Troppo spesso, soprattutto in Italia dove il benessere ci ha reso pavidi, i delinquenti, in particolare se di origine slava, che hanno un’altra vitalità, possono contare sull’acquiescenza delle loro vittime. Reagire alle violenze è un diritto e se poi, nella bagarre, è il violento ad avere la peggio, sono fatti suoi. Non della vittima. E se avrà ricevuto una bella lezione può anche darsi che il delinquente ci pensi due volte prima di ritentare un’impresa analoga.

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