La parabola della Lega, costretta ad alzare i toni per distinguersi dal Pdl

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Caro Fini, sono un vecchio cattolico. Dal 1990 voto Lega (mi pare che anche lei ne sia stato simpatizzante) di cui mi piaceva soprattutto la rivendicazione dell’identità. Ma le confesso che da un po’ di tempo sono perplesso. Non mi piacciono certi rigurgiti razzisti, i vagoni per extracomunitari e soprattutto le ronde delle camicie verdi. Sono sufficientemente anziano per ricordare altre camicie e gli «squadroni della morte» che infestarono per decenni il Sud America.

Giorgio Vilati, Novara

Io non ho simpatizzato per la lega. Un giornalista indipendente non deve, secondo me, simpatizzare per nessun partito. Semplicemente, insieme a Feltri, Vimercati e pochi altri, osservai senza pregiudizi questo fenomeno nuovo se non altro perché, dopo vent’anni di consociativismo, nasceva finalmente una vera opposizione. E fu la nascita della Lega a permettere le inchieste di Mani Pulite. Sono stati Bossi e la magistratura a scuotere l’albero della Prima Repubblica, ma Berlusconi a coglierne i frutti. Appiattitosi sul globalismo, l’americanismo, l’ipermercatismo di Berlusconi un movimento localista come la Lega, per distinguersi, ha accentuato i suoi aspetti xenofobi che all’inizio stavano soprattutto nella testa dei giornalisti del regime Dc-Pci-Psi che pur di raccattare qualche dichiarazione antimeridionale andavano a pescare nelle più profonde valli bergamasche. Nella Lega delle origini la mitica Padania era «di chi ci vive e ci lavora» senza stare a guardare se è lombardo o siciliano o magrebino. Inoltre la Lega di oggi non capisce che la rivendicazione, sacrosanta, della propria identità passa per il rispetto di quella altrui. Altrimenti si trasforma, appunto in razzismo.

Massimo Fini

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