La Rai trasmetta i grandi processi

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Corrado Calabrò, presidente dell’Agenzia per le comunicazioni, ha fatto firmare alla Rai, a Mediaset, a Telecom e agli altri network un ‘codice di autoregolamentazione’ per limitare le invasioni di campo della tv nei processi in corso. Quindi no alle fiction su processi non ancora conclusi, no ad attori che riproducono le voci delle intercettazioni telefoniche ordinate dalla magistratura (spesso vi si viola la privacy di soggetti che solo incidentalmente sono incappati nelle maglie di queste intercettazioni), no a figuranti che in un talk-show interpretano le parti dei giudici, dei pm, degli imputati così da far sembrare che si tratti di un processo vero. Troppo spesso in questi anni abbiamo assistito alla messa in onda di ‘processi paralleli’ (caso Franzoni, delitto di Garlasco, delitto di Meredith) con la partecipazione di imputati, di magistrati e addirittura di ufficiali della polizia giudiziaria direttamente impegnati nelle indagini. Il ‘processo parallelo’ in tv ha una capacità di orientare, in senso colpevolista o innocentista, l’opinione pubblica molto maggiore di quello vero, ma senza le sue garanzie, perché enormemente più ampia è la sua platea. Cosa diversa è se la tv, come servizio pubblico, trasmettesse in modo integrale i processi che più interessano l’opinione pubblica come avvenne all’epoca di Mani pulite.

Allora questa decisione fu aspramente criticata. Invece è esattamente ciò che bisogna fare. In uno stato democratico le istruttorie sono segrete ma il dibattimento pubblico (in un totalitario anche il dibattimento si svolge a porte chiuse) proprio per permettere alla collettività di controllarne la regolarità e che non ci siano abusi. Un tempo questa esigenza era soddisfatta dalla presenza in aula di un necessariamente ristretto numero di cittadini e dei giornalisti. Ma eravamo in una società più semplice e controllabile.

In una complessa come l’attuale un dibattimento è veramente pubblico solo se può arrivare a una fascia molto più ampia della popolazione. E questo può garantirlo solo la tv. Per cui suggerirei ora che col digitale terrestre avremo a disposizione un numero sterminato di canali che la tv pubblica, ottemperando ai suoi obblighi di servizio, ne riservi un paio alla trasmissione integrale dei processi più significativi così come fa Radio Radicale certi dibattiti del Parlamento.

Massimo Fini

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