Ora di religione, ecco perché la scuola oggi discrimina

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Ha suscitato accese polemiche la decisione del Tar del Lazio che, in contrasto con le norme vigenti approvate dal precedente governo di centrosinistra, considera non validi i "crediti aggiuntivi" attribuiti allo studente che ha frequentato l’ora di religione ed estromette i docenti di questa materia dallo scrutinio finale che dà una valutazione complessiva sul profitto.

Il vescovo di Como, Diego Coletti, ha affermato che «l’ora di religione è parte integrante della cultura italiana» e ha aggiunto che la sentenza del Tar «rischia di incrementare ancora di più quella sorta di diffidenza e di sospetto sulla magistratura che è già fin troppo alto in Italia». Il ministro della Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini, dopo aver preannunciato ricorso al Consiglio di Stato, ha affermato che la sentenza «vuole limitare la libertà dell’insegnamento della religione. I principi cattolici sono patrimonio di tutti e vanno difesi da certe forme di laicismo intollerante». Francesco Cossiga, che non si risparmia e non ci risparmia mai nulla, ha inscenato la solita gazzarra intonando a Radio Due "Bandiera Rossa". Chi ha difeso la sentenza l’ha invece definita "da Stato laico" (Vincenzo Vita, Pd).

A parte il malvezzo di considerare ogni sentenza della Magistratura italiana un "complotto", che ormai sembra aver raggiunto anche le gerarchie ecclesiastiche, qui non si tratta di stabilire se cattolicesimo e cristianesimo siano parte integrante della cultura italiana o se la sentenza sia "da Stato laico", rialzando gli storici steccati fra le due sponde del Tevere, ma se l’ordinamento vigente in materia di "crediti scolastici" e del ruolo degli insegnanti di religione sia conforme ai nostri principi costituzionali e in particolare all’art. 3 che recita "tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di religione". Su questa base Maurizio Lupi (Pdl) osserva: «È vero che il corso di religione è facoltativo. Ma anche altri corsi sono facoltativi eppure danno diritto ai "crediti aggiuntivi". Non si capisce perché ciò che è concesso per questi sia negato ai corsi di religione. Si tratta di una discriminazione nei confronti degli alunni cattolici».

È vero il contrario. L’attuale ordinamento è discriminatorio nei confronti di tutti gli studenti che professano una religione diversa da quella cattolica o che non abbiano nessun credo. Cercherò di spiegare perché. Lo studente può frequentare tutti i corsi facoltativi che vuole per accumulare i famosi "crediti", ma se è musulmano, ebreo, ortodosso, animista o semplicemente non credente non può, in ragione della sua fede o delle sue convinzioni, frequentare un corso che non è di insegnamento delle religioni in generale ma della religione cattolica quando non, come spesso capita nella pratica, un semplice catechismo. Ecco perché l’attuale ordinamento è discriminatorio, perché permette agli studenti cattolici di acquisire "crediti", e quindi un miglior profitto e, in generale, un miglior curriculum, che gli altri non possono acquisire, ponendoli così in una posizione di indebito vantaggio.

Io credo che questa discussione sarebbe meno sterile se si affrontasse a fondo la questione dell’ora di religione, che è una vecchia questione. Io penso che sarebbe molto più formativo per gli studenti, cattolici o meno, se invece di insegnare a scuola solo la religione cattolica, rendendo quella misera ora settimanale necessariamente facoltativa e inevitabilmente marginale, com’è sempre stata, si insegnasse, impegnandovi un maggior numero di ore e rendendole obbligatorie, la storia delle religioni. Perché la religione, ogni religione, è uno straordinario strumento per capire la storia, la cultura, l’organizzazione sociale, le istituzioni di un popolo. Cosa utile sempre e particolarmente oggi che la globalizzazione mette a stretto contatto uomini e donne di fedi, di culture, di storie diverse. E non sarebbe nemmeno uno studio tanto difficile e ponderoso, come potrebbe apparire a prima vista. Basterebbe utilizzare la splendida, e sintetica, "Storia delle religioni" di Mircea Eliade.

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