Quegli Indios dell'Amazzonia sacrificati allo sviluppo "civile"

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Mentre in Europa e in Italia si censurava lo stanco rito delle elezioni, che interessa moltissimo i partiti e i media e sempre meno i cittadini (anche nel nostro Paese, tradizionalmente ligio a queste celebrazioni, un terzo delle persone non è andato a votare), nella lontana Cagua, nella regione di San Martin, Amazzonia peruviana, è passata quasi alla chetichella e nel disinteresse delle organizzazioni umanitarie, in genere così sensibili se, poniamo, in Iran uno stupratore pedofilo viene impiccato, una strage di 200 indios perpetrata dalla polizia e dall’esercito. Gli indios si battevano con archi e frecce, i governativi con le moderne armi di cui oggi ogni stato "civile" dispone e non c’è stata partita.

La rivolta degli indios è scoppiata perché il presidente del Perù, Alan Garcia, sotto la spinta degli Stati Uniti, questi noti benefattori dell’umanità, ha garantito, nella regione di San Martin, un’area di circa 50mila chilometri quadrati, a compagnie internazionali e locali concessioni per aprire miniere, perforare il suolo in cerca di petrolio e gas, deforestare per sostituire gli alberi della selva con piante oleose destinate alla produzione di biodiesel. A quest’ultima operazione si dedicherà in particolare il gruppo Romero, gigante dell’agrobusiness.

La motivazione che il governo peruviano ha dato a questa operazione che distruggerà un altro pezzo della foresta amazzonica, uno dei pochi polmoni rimasti a un pianeta già in grave debito di ossigeno, è la solita: lo sviluppo. I nuovi investimenti porterebbero posti di lavoro, ricchezza e tutto l’ambaradan di un sistema industriale. Ha detto padre Mario Bertolini, un missionario passionista, originario di Ascoli Piceno, che vive da trent’anni da quelle parti e che si fatto portavoce delle ragioni degli indios: «Non si è mai visto. Le regioni in cui operano le multinazionali del petrolio e del legno sono quelle con i più alti tassi di miseria, malattie ed emarginazione. Il governo sta lavorando d’accordo con gli Stati Uniti per cambiare le stesse leggi peruviane che parlano di protezione della foresta e dei popoli indigeni. Il denaro sta comprando tutto».

Ma più interessanti ancora delle dichiarazioni di padre Bertolini sono le motivazioni che danno direttamente gli stessi indios: «Ammettiamo pure che questi investimenti portino ricchezza e sviluppo. Il fatto è che cambierebbero radicalmente il nostro modo di vivere, i nostri ritmi, il nostro modo di stare insieme e, insomma, la nostra vita. Agli occhi degli occidentali o dei seguaci del loro modello noi viviamo miseramente. A noi invece sta bene così. Pensiamo, al contrario, di vivere in un mondo equilibrato, in armonia con la natura che ci circonda, e non abbiamo nessuna voglia, di immergerci in un modello di sviluppo che non ci riguarda e che, ai nostri occhi, porta solo stress e infelicità».

Qualche anno fa un mio caro amico docente di economia alla Bocconi, Francesco Bertolini, fu incaricato dal governo brasiliano di studiare come incrementare, a fini di esportazione, la produzione del miele in una certa zona della foresta amazzonica. Bertolini andò sul posto, osservò la situazione e poi diede questa risposta al governo brasiliano: «Certo, la produzione del miele si può aumentare e di molto. Ma in questo modo rovinereste completamente l’esistenza di sessantamila persone che attualmente, seppur povere secondo i nostri canoni, vivono in modo sereno e, oserei dire, felice».

Il presidente del Perù Alan Garcia ha tagliato corto sulla strage degli abitanti della foresta: «Quattrocentomila indios non hanno il diritto di opporsi allo sviluppo e al benessere di 30 milioni di loro connazionali». Già, ma chi dà diritto al governo peruviano di avere potestà sugli indios dell’Amazzonia? Il fatto che, in un qualche periodo del passato recente, si sono tracciate a casaccio delle linee di confine (come è avvenuto in molte zone dell’Africa e del Medio Oriente) e si è stabilito che quella parte della foresta appartiene al Perù? O ha ragione padre Mario quando a questa ragione puramente burocratica, formale, ne oppone una sostanziale: «Queste terre sono abitate dagli indigeni dall’inizio della Storia ed è a loro che appartengono».

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