Riforma della giustizia: ecco perché Berlusconi non può farla

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Sia a sinistra che a destra si è fatta una gran confusione, sulle conseguenze della bocciatura del "lodo Alfano". Il premier non ha alcun obbligo, né politico né morale né tantomeno giuridico di dimettersi, come gli è stato chiesto da più parti, violando così la volontà del corpo elettorale che lo ha voluto alla guida del Governo. Semplicemente Berlusconi, come qualunque altro cittadino nella sua situazione, dovrà difendersi nei processi in cui è imputato. Perderà, come ogni altro cittadino, un po’ di tempo e di denaro, cosa del resto che è disposto a fare nei processi in cui è lui a essere parte attiva. Non ha quindi nessun senso che da sinistra e da destra (Libero: «Silvio: facci votare») si chiedano nuove elezioni. Anche qualora Berlusconi vincesse col 60% dei suffragi questo non riporterebbe in vita il "lodo Alfano" né annullerebbe la sua incostituzionalità.

Non è nemmeno vero che la Corte Costituzionale abbia smentito se stessa contraddicendo la precedente pronuncia sul "lodo Alfano". A parte che nel diritto italiano, a differenza di quello inglese basato sulla "Common law", la giurisprudenza non fa legge, il fatto è che la precedente pronuncia sul "lodo Schifani" aveva già individuato sufficienti "elementi di incostituzionalità", lasciando impregiudicato che potessero essercene degli altri, anche più gravi, che sono poi quelli su cui ha messo il dito la sentenza sul "lodo Alfano": la violazione del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) che non poteva essere intaccato da una norma ordinaria.

Così come non è vero che Napolitano esca "sconfitto" da questa vicenda. Il vaglio di costituzionalità del Capo dello Stato è in prima battuta, per casi palesemente abnormi, e il suo è di fatto un parere consultivo tanto che se il governo gli ripresenta la stessa legge è obbligato a controfirmarla. La pronuncia decisiva è quella che spetta alla Corte Costituzionale. A meno che non siano vere le voci secondo cui ci sarebbe stato un accordo fra Berlusconi e Napolitano perché costui facesse pressioni sulla Corte per avere il "via libera" sul "lodo", ipotesi cui non vogliamo dare credito perché implicherebbe l’impeachment per entrambi.

Preoccupa invece che un governo guidato da Berlusconi si appresti a varare la riforma della Giustizia. L’uomo ha troppo motivi di risentimento nei confronti della magistratura per il cui ruolo ha sempre dimostrato un assoluto disprezzo accusandola più volte di "complotti" e definendo i giudici dei pazzi antropologici, per poter mettere mano serenamente a una riforma così delicata. Non per nulla "Libero" titolava: «La vendetta di Berlusconi». E infatti già si parla di reintrodurre l’immunità parlamentare e di limitare le intercettazioni ai reati di maggior allarme sociale. Ora è vero che l’immunità era prevista nella Costituzione del 1946, ma faceva riferimento a una classe politica dalla morale ottocentesca quando un ministro si suicidava, per la vergogna, perché accusato di aver portato via dal suo ufficio un po’ di cancelleria. Oggi, con tutta evidenza, la situazione è ben diversa. In quanto all’allarme sociale bisogna intendersi: lo scippo a una vecchina crea certamente allarme sociale, ma una bancarotta fraudolenta mette sul lastrico cento vecchine.

Tutto teso a guardar le spalle di "lorsignori" questo progetto di riforma sembra dimenticare quello che è il vero, devastante, problema della giustizia italiana e che riguarda ogni cittadino: l’abnorme durata dei processi, che mortifica gli innocenti, premia i colpevoli, incide sulla possibilità di tutelare il segreto istruttorio e su una carcerazione preventiva equa, e annulla quella certezza della pena che, a parole, tutti invocano.

Massimo Fini

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