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Secondo uno studio dell’università di Edimburgo 50 milioni di tonnellate di cibo vengono scartate perché non corrispondono a criteri estetici. Con una quantità del genere si sfamerebbe un intero paese africano. Queste tonnellate vanno ad aggiungersi a 1,6 miliardi di tonnellate di cibo che per altri motivi, ugualmente idioti, non arrivano sul mercato “alla faccia di un terzo della popolazione mondiale che è costantemente sottoalimentato” come nota il professor Reay della stessa università di Edimburgo. Un’esaltazione, un trionfo dello Spreco su cui vive il mondo ricco, prevalentemente occidentale ma ormai non solo.

Quando ero ragazzo negli anni Cinquanta mangiavamo delle pesche con forme che certamente avrebbero fatto inorridire gli esteti del cibo e gli stronzi della ‘nouvelle cousine’. Ma erano buonissime. Oggi mangiamo pesche con forme così perfette, rotonde, che potrebbero essere esposte in una qualche galleria d’Arte. Ma della pesca hanno solo l’aspetto, il sapore è quello del ricordo di una pesca. Qualche anno fa mi fermai in una trattoria piazzata all’inizio della Gola del Furlo dove si fermava a mangiare Mussolini quando, guidando da solo e senza scorta, da Roma voleva raggiungere la sua Romagna (c’è ancora la stanza, intatta, dove si metteva a riposare un poco). Mi portarono un pollo. E d’improvviso, come Proust quando assaggia la famosa madeleine, mi si riaffacciò il ricordo di che cos’era un pollo quando i polli erano ancora tali e non degli animali stabulati, ingrassati a forza, malati. Quel pollo, servito su un tavolaccio di legno coperto da una carta colorata, era lo stesso che mangiavamo negli anni Cinquanta. Certo allora di polli ne mangiavamo pochi, di solito nel giorno di festa, la domenica. Oggi possiamo prenderne uno al giorno, se vogliamo, nei supermarket. Il totem dello spreco non aveva ancora raggiunto noi italiani che a quei tempi eravamo, nella stragrande maggioranza, poveri.

Ma tutta la storia recente dell’alimentazione mondiale è così colma di paradossi infami ai danni della povera gente che si fa fatica a resistere alla tentazione di arruolarsi nell’Isis. Quando sono stati inventati gli ogm li si è giustificati con il fatto che avrebbero tolto la fame sulla terra. Non c’è bisogno del professor Reay per saper che non è andata così e che la fame nel mondo continua ad aumentare, a dispetto e disdoro delle dichiarazioni ufficiali delle Organizzazioni mondiali. L’80% dei migranti dall’Africa subsahariana (quelli che non godono del diritto d’asilo) è migrante per fame. E non c’è da sorprendersi: le quattro o cinque multinazionali che producono ogm, con in testa l’americana Monsanto, non vendono le loro sementi ai poveri. Perché il cibo non va là dove ce n’è bisogno, ma dove c’è chi è in grado di comprarlo. Prima che il nostro modello omicida entrasse in quei mondi, cioè intorno al 1960, quella che una volta era l’Africa Nera era alimentarmente autosufficiente con la sua ‘economia di sussistenza’, autoproduzione e autoconsumo. L’aggressione all’Africa data dal 1960 in poi perché prima era giudicata un mercato troppo povero per essere interessante, ma da allora lo è diventata perché i nostri mercati, non solo di cibo naturalmente, sono saturi. Eppure in questo stesso periodo la produzione mondiale dei cereali di base, riso, grano e mais, è aumentata rispettivamente del 30, 40 e 50% e una crescita, sia pur modesta, della produzione di tali alimenti c’è stata anche in Africa. Ma gli africani, come tanta altra gente del terzo mondo, muoiono di fame lo stesso. Perché in un’economia mondiale integrata, di mercato e monetaria, il cibo, come dicevamo, non va dove ce n’è bisogno, va dove c’è il denaro per acquistarlo. Va ai maiali dei ricchi americani e, più in generale, al bestiame dei paesi industrializzati se è vero che il 66% della produzione mondiale dei cereali è destinato all’alimentazione degli animali dei paesi ricchi. I poveri del Terzo Mondo sono così costretti a vendere alle bestie occidentali, intese come animali e come uomini, il cibo che potrebbe sfamarli. E’ la legge del mercato e del denaro, bellezza.

Io credo che dovremmo riacquistare un’estetica, ma molto diversa da quella segnalata dall’università di Edimburgo: un’estetica della dignità, nostra e altrui.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2018