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Vorrei sapere in nome di quale principio o norma di diritto internazionale uno Stato può intervenire militarmente, o minacciare di farlo, negli affari interni di un altro Stato sovrano regolarmente rappresentato all’Onu. Vorrei sapere in nome di quale principio o norma di diritto internazionale uno Stato può incitare le forze armate di un altro Stato a ribellarsi al proprio governo. Vorrei sapere in nome di quale principio o norma di diritto internazionale uno Stato può decidere chi sia il legittimo presidente di un altro Stato. Vorrei sapere in nome di quale principio o norma di diritto internazionale uno Stato può finanziare apertamente l’opposizione di un altro Stato (intendiamoci, questo avveniva, un tempo, anche in Italia: gli Stati Uniti finanziavano la Dc e il Psdi, l’Unione Sovietica il Pci, ma questo avveniva almeno a porte chiuse, anche se poi tutti lo sapevano). Vorrei sapere in nome di quale principio o norma di diritto internazionale un politico, sia pur un parlamentare, può autoproclamarsi presidente del proprio Paese solo perché a capo di una mobilitazione di 50, 60 o 80 mila persone. In democrazia, quella democrazia in nome della quale sempre ci rompono i coglioni, un capo di Stato o un Premier è legittimato solo dal voto e 50 o 60 o 80 mila persone scese in piazza non possono solamente per questo rappresentare un Paese di 32 milioni di persone.

Tutto quello che abbiamo fin qui elencato vìola invece una norma di diritto internazionale, sottoscritta solennemente a Helsinki nel 1975 da quasi tutti gli Stati del mondo, che sancisce il principio dell’ “autodeterminazione dei popoli”. Una volta ancora gli Stati Uniti violano questo principio fondamentale, contro la volontà dell’Onu, come hanno fatto in Serbia nel 1999, in Iraq nel 2003, in Somalia nel 2006/2007, in Libia nel 2011 e in Siria nel 2012. A parte che i risultati di questi interventi americani sono sempre stati devastanti, bisognerebbe lasciare, sempre in forza del principio sancito a Helsinki, che sia la popolazione di un Paese a risolvere da sé e con le sue sole forze le proprie questioni interne. Nessuna dittatura –se questo è il problema- può resistere a lungo se non ha l’appoggio di una parte consistente della popolazione. Altrimenti cade. Invece con gli interventi americani, fossero presidenti Clinton o Bush figlio od Obama od ora, forse, Trump, guerre civili locali che sarebbero prima o poi finite con la vittoria di una o dell’altra parte si sono trasformate in guerre globali di cui non si intravede la fine.

Il governo russo ha affermato: “Le interferenze straniere costituiscono una sfacciata violazione delle norme basilari del diritto internazionale”. Menomale che esiste la Russia, ora ritornata potenza mondiale, a cercare di tenere a freno le violenze e le prepotenze americane. E viene quasi la nostalgia della vecchia Unione Sovietica quando in virtù dell’”equilibrio del terrore” nessuna delle due potenze allora egemoni, Stati Uniti e Russia appunto, poteva permettersi di andare oltre certi limiti o quando lo faceva, come fu per gli americani in Vietnam, ne usciva con le ossa rotte.

Infine una nota su Salvini. Costui vuole fare sempre il nerboruto e il fenomeno, cosa che finirà per perderlo, come ha perso Matteo Renzi, e ha dichiarato: “Basta con Maduro, prima se ne va e meglio è. E’ lui che ha affamato il popolo venezuelano”. Salvini ha avuto l’intuizione di affermare che ciò che si sta muovendo oggi in buona parte del mondo è una lotta dei popoli contro le élite. Ma non ha capito che in Venezuela è proprio il sedicente e autoproclamatosi presidente Juan Guaidò a rappresentare le élite, cioè quelle ricche famiglie venezuelane che han sempre odiato Chavez come oggi odiano Maduro che han tentato di tagliar le loro lunghe unghie, mentre è Maduro a rappresentare il popolo.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2019