Colpire Assad, il via libera che l'Isis aspetta

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Nel vertice dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea tenutosi a Bruxelles la settimana scorsa si è deciso di inasprire le sanzioni contro la Siria. Fra le varie proposte c'è quella di imporre l'embargo alle esportazioni di carburante destinato ad alimentare l'aviazione militare di Assad. Deus dementat quos vult perdere. Il Dio fa impazzire coloro che vuol perdere. L'Isis ha conquistato un vasto territorio compreso fra Siria ed Iraq, ma in qualche modo è intrappolato. A est ha di fronte una potenza militare come l'Iran con cui non può certo competere. Idem a nord con la Turchia. L'unica sua possibilità di un'ulteriore espansione è verso sud-ovest, cioè verso Damasco. Se si toglie ad Assad la superiorità aerea i guerriglieri dell'Isis, che sul campo si sono dimostrati formidabili umiliando anche i famosi 'peshmerga' curdi che tengono botta a fatica e solo grazie alle incursioni aeree di americani e francesi (mi spiace dirlo, io amo il popolo curdo, un popolo tradizionale, che ho sempre difeso nelle sue sacrosante istanze di indipendenza mentre tutti se ne fregavano -«Perché l'Onu non aiuta i Curdi?», Europeo, 26/4/1991, fra i tantissimi- così come difesi Ocalan, il leader del Pkk, abbandonato vergognosamente dall'Italia alle famigerate carceri turche) di quel che resta della Siria faranno un sol boccone e si troveranno a controllare un territorio più grande dell'Italia dal quale potranno organizzare ancor meglio le proprie forze e strategie. Tuttavia il pericolo più grave per l'Occidente non viene dall'espansione dell'Isis in Medio Oriente, anche se il fenomeno si lega, per vie naturali, agli shabaab somali, al Boko Aram nigeriano e alle cellule del radicalismo islamico presenti in Egitto, in Algeria, in Bosnia, in Kosovo, e nemmeno dai foreign fighters, francesi, inglesi, canadesi, americani (sinora 2000 in tutto) che dopo essere andati a battersi per il Califfato sono rientrati nei Paesi d'origine e di cui si teme che, con l'esperienza acquisita, possano importarne le tecniche terroriste. Per le varie 'intelligence' non dovrebbe essere difficile individuare questi soggetti che hanno fatto anda e rianda con l'Iraq. I foreign fighters non sono pericolosi in sè, ma per il segnale che mandano. Io non credo che il loro andare a combattere in Iraq, dopo frettolose conversioni all'Islam, abbia alcunché di religioso. E' invece la punta dell'iceberg di un profondissimo disagio di moltissimi giovani che vivono nelle democrazie occidentali. La democrazia è un sistema di regole e di procedure. Non è un valore in sè. E' un sacco vuoto che andrebbe riempito di contenuti. Purtroppo, in due secoli, il pensiero e la prassi liberale non sono riusciti a colmarlo se non di contenuti quantitativi e materiali. In questa assenza di valori molti giovani cadono in preda a 'depressioni cupissime' (che nell'articolo della settimana scorsa attribuivo alle ragazze ma che riguardano ovviamente anche i ragazzi) o in qualche forma di autodistruzione. Ma prima o poi potrebbero svegliarsi e portare la rivolta, in salsa islamica, non andando in Iraq, ma qui in Occidente. E allora sarebbero cazzi acidissimi. Perché infiniti e incontrollabili sarebbero gli obbiettivi 'sensibili', come dimostrano le vicende canadesi, e, quel che è peggio, non identificabili i soggetti che, da un giorno all'altro, decidessero di passare dalla passività alla ribellione armata.

La forza dell'Isis non sta nella sua forza. Sta nella debolezza dell'Occidente. Che non è militare -possediamo armi con cui possiamo distruggere il pianeta intero- ma valoriale.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2014

 


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