E' ora di ripensare la costosa politica delle missioni all'estero

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Nel suo 'tsunami tour' Beppe Grillo, fra i tanti argomenti polemici, é solito usare « i 600 milioni l'anno che spendiamo per mantenere i nostri soldati in Afghanistan ». Il leader di 5 stelle, solitamente iperbolico, questa volta sbaglia per difetto. L'Italia spende in Afghanistan un miliardo di euro. Per fare che? Nulla. E' noto che noi paghiamo i Talebani perché non ci attacchino. Lo disse con brutale franchezza nel 2004 il colonnello dei marines Tim Grattan « Gli italiani devono fare la loro parte. Stringere patti con i comandanti talebani é perdente, i nemici si combattono e basta ». Concetto ribadito quattro anni dopo anche dall'ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli che protesto' formalmente col governo Berlusconi per questo comportamento degli italiani. Da allora nulla é cambiato anche se poi, nel caos in cui é precipitato quel Paese, abbiamo lasciato sul terreno 52 caduti, relativamente pochi rispetto ad altri contingenti, in una guerra insensata che dura da 12 anni (la più lunga del Novecento), ma pur sempre 52 ragazzi morti per nulla. Piuttosto che stare in questo modo in Afghanistan sarebbe più dignitoso venir via, come han già fatto gli olandesi e i canadesi, come si apprestano a fare i francesi e come potrebbero fare persino gli inglesi che tengono d'occhio gli americani temendo che se la svignino lasciandoli pressoché soli a puntellare il fragilissimo esercito di Karzai quando i Talebani del Mullah Omar, dopo che la maggioranza delle truppe occidentali se ne sarà andata, sferreranno l'attacco decisivo. Sarebbe più dignitoso e risparmieremmo un miliardo l'anno, col quale non si risana un'economia ma si puo' tappare qualche buco, per esempio quello aperto dagli esodati.

Ma in campo militare c'é una questione ben più consistente dal punto di vista economico: noi ci siamo impegnati ad acquistare dalla Lockheed Martin, per 15 miliardi di euro, 90 F35, caccia supertecnologici, ultimo grido in tema di aereonautica di guerra. La 'vox populi' (Grillo ma non solo lui) dice: rinunciamoci. Ma le cose, come quasi sempre nella vita, non sono cosi' semplici. Nella costruzione di alcune parti di questo aereo (le ali) siamo impegnati anche noi. A Cameri, ai bordi del Parco del Ticino, abbiamo già costruito due enormi hangar che, insieme all'anticipo dato alla Lockheed, ci sono costati due milioni e mezzo; poi c'é l'indotto che interessa una cinquantina di piccole aziende sparse per l'Italia; infine, almeno a sentire Giuseppe Lupoli, responsabile degli acquisti della Difesa, « i 90 jet prenotati sono indispensabili per sostituire, nell'arco di alcuni anni, Tornado, Amx, Harrier ». Tuttavia io resto convinto che, in un momento di crisi economica come questa, sarebbe irresponsabile buttare 15 miliardi dalla finestra per poter avere una politica militare aggressiva. Lo Stato, lo si dice sempre, deve comportarsi come il buon padre di famiglia e stabilire delle priorità. E fra le nostre priorità oggi ci sono gli aiuti alle imprese, ai lavoratori, alle famiglie, non certo agli F35. La politica neocoloniale lasciamola agli americani, agli inglesi,  ai francesi. Anche perché é dimostrato (Afghanistan e Libia) che a noi non porta a casa nulla, se non danni. Su questo punto ci sono pare segni di resipiscenza. Il governo Monti aveva emanato un ordine del giorno in cui impegnava l'Italia a mandare in Mali due aerei da trasporto e uno per il rifornimento in volo a supporto dell'attacco francese. Ma poi, anche per l'opposizione strisciante del Pdl (Berlusconi puo' essere accusato di tutto, ma non di essere un guerrafondaio) vi ha di fatto rinunciato. Speriamo sia un segnale per rivedere, in radice, tutta la fallimentare e costosissima politica delle 'missioni di pace' italiane all'estero.

Massimo Fini

Il Gazzettino, 1 febbraio 2013

 


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