pubblicato su Il Fatto
Interrogato da TelePadania sulla Tav, l'Alta Velocità che dovrebbe connettere Torino con Lione, Umberto Bossi ha risposto: «Io non so se il Piemonte ha bisogno della Tav. So che il Piemonte ha bisogno di restare collegato con la Lombardia». Ne è nata subito una bega da cortile in funzione delle prossime regionali. Mercedes Besso, presidente uscente del Piemonte e in corsa per la riconferma è balzata su questa dichiarazione affermando che la Lega si è smascherata: non vuole la Tav. Ha inoltre denunciato «la mentalità da colonizzatori del leghisti che vorrebbero rendere il Piemonte succube della Lombardia». I colleghi di Bossi, imbarazzati, hanno cercato di far passare il vecchio leader leghista per uno ormai un po' balengo che di queste cose non capisce un'acca. Roberto Calderoli, viceministro alle Infrastrutture, e quindi direttamente interessato, ha spiegato che Bossi «non si è mai occupato direttamente di infrastrutture, dunque non sa bene».Invece l'acciaccato leader leghista ha ritrovato, in un momento di lucidità, se stesso e le ragioni per cui creò il suo movimento. La Lega è nata come forza localista e in quanto tale antiglobalizzante e antimodernista. Ha perso via via queste caratteristiche originarie quando ha dovuto allearsi con Berlusconi che ne rappresenta l'esatto contrario col suo ipermodernismo. Ma le ragioni stanno dalla parte del primo Bossi. Scriveva Giuseppe Prezzolini nei suoi Diari già nel 1957: «Mi pare che il mondo stia per esplodere: tutto cresce, popolazione, profitti, redditi, produzione, velocità e tensione; non se ne esce che con uno scoppio, una distruzione formidabile». Noi, se vogliamo salvarci, come specie e come individui, non dobbiamo più crescere, ma decrescere. Non dobbiamo aumentare la velocità ma diminuirla. Una ventina di anni fa andai a trovare Carlo Rubbia al Cern di Ginevra proponendogli i miei dubbi sul modello di sviluppo occidentale. Lui per un po' mi trattò malissimo. Diceva che ero un millenarista, un apocalittico, un reazionario. Ad un certo punto gli dissi: «Professor Rubbia lei è un fisico e le faccio una domanda per la quale vorrei una risposta da fisico: andando avanti a questa velocità, ed essendo costretti oltretutto ad aumentarla progressivamente, noi, come minimo, stiamo accorciando il nostro futuro». Lui cambiò improvvisamente atteggiamento: «Capisco la sua angoscia» disse «Noi siamo su un treno che va a mille all'ora e che, per sua coerenza interna, è obbligato ad aumentare costantemente la velocità. Sulla locomotiva non c'è il guidatore e se c'è non controlla più i comandi, si illude solo di farlo. Il treno viaggia ormai per conto suo. Per soprammercato non sappiamo nemmeno se abbiamo già superato il punto di non ritorno. Se anche decidessimo di frenare, non siamo affatto certi che riusciremmo ad evitare di andare a sbattere, tale è la velocità che abbiamo preso». E Rubbia non è un irrazionalista, un reazionario, un apocalittico, è uno scienziato, un positivista, un razionalista, perfettamente inserito nel mondo attuale.Del resto, Rubbia a parte, a me pare così ovvio. Le crescite esponenziali, su cui stiamo trionfalmente marciando da due secoli e mezzo, esistono in matematica, non in natura. Ad un certo punto qualcosa ci fermerà, in modo catastrofico. Corre, corre la "società del benessere", col suo sole in fronte e le sue inattaccabili certezze e, come un toro infuriato non si rende nemmeno conto, mentre già gronda sangue da tutte le parti, che, in ogni caso, al fondo, non più tanto lontano, della strada delle crescite esponenziali l'aspetta la spada del matador.Massimo Fini
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