Speriamo che Donald twitti, ma non morda

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Di tutti i tweet scaricati da Trump in questi giorni natalizi il più inquietante è quel “il mondo vi sta guardando” rivolto all’Iran dove la polizia e i ‘guardiani della Rivoluzione’, i pasdaran, sono impegnati a reprimere le manifestazioni contro il governo degli Ayatollah colpevole del rialzo dei prezzi e del carovita che peraltro sono l’onda lunga delle sanzioni comminate per anni a quel Paese e di quelle, per volere degli Stati Uniti, ancora in vigore.

Non vorremmo che anche ‘the Donald’, che per certi versi rappresenta una novità nel mondo yankee, avesse introiettato quella ‘forma mentis’ dei suoi predecessori per cui è un diritto, anzi un dovere, degli Stati Uniti intromettersi, in nome dei ‘diritti umani’, negli affari interni di altri Stati e che tante conseguenze disastrose ha provocato, agli Usa e soprattutto a noi europei.

Cominciò Clinton nel 1999 con la guerra alla Serbia per il Kosovo col risultato di rafforzare nei Balcani quella componente islamica che oggi è all’origine di tante isterie ‘Fallaci style’. Proseguì George W. Bush con l’aggressione all’Afghanistan e una guerra, portata avanti in seguito anche dai suoi successori, che dura da 16 anni e oltre, da cui non riusciamo o non vogliamo disimpegnarci per “non perdere la faccia”. Una guerra puramente ideologica poiché l’Afghanistan non ha nessuna risorsa, energetica o di materie prime, per noi appetibile, col risultato di aggravare di gran lunga la situazione economica e sociale di quel ‘martoriato’ Paese, come comunemente lo si definisce (‘martoriato’ da chi, please?) come dimostra il fenomeno, nuovissimo per la sua entità, delle migrazioni in massa degli afgani storicamente legatissimi alla loro terra. Fu ancora Bush ad aggredire l’Iraq spappolando quel Paese, provocando, in modo diretto o indiretto, dai 650 ai 750 mila vittime civili e ponendo le premesse per la nascita dell’Isis il più grave pericolo per l’Occidente democratico dalla fine della Seconda guerra mondiale e che la vittoria a Mosul e a Raqqa, praticamente rase al suolo, non ha certo sconfitto definitivamente perché lo Stato islamico non ha bisogno di una collocazione territoriale essendo un’epidemia ideologica che prima o poi, come ha previsto Houellebecq, contaminerà anche gli occidentali. E’ stato poi ancora ‘Double’ fra il 2006 e il 2007 ad aggredire, attraverso la democraticissima Etiopia, gli shabaab somali che avevano posto fine allo spadroneggiare dei ‘signori della guerra’ locali e che avevano portato un po’ di ordine e di pace in quel Paese dove fino ad allora aveva dominato l’arbitrio (molto somiglia la vicenda somala a quella talebana). Risultato: oggi la Somalia è in piena guerra civile e gli shabaab hanno giurato fedeltà al ‘Califfo nero’. Infine è a quel pseudodemocratico e pseudonero di Barack Obama che si deve, con l’apporto essenziale di Sarkozy, l’aggressione più incomprensibile, e forse la più devastante per noi europei, quella alla Libia del colonnello Muammar Gheddafi e la disgregazione di quel Paese. Mentre Gheddafi, che basava il suo potere sul proprio prestigio personale e sull’appoggio di una parte consistente della popolazione, riusciva a contenere in modo non particolarmente brutale le migrazioni subsahariane, ora la Libia, divisa fra mille milizie che il ridicolo governo Serraj non riesce in alcun modo a controllare, scarica sulle coste italiane i disperati del subsahara.

Queste sono le conseguenze della concezione bushista, e prebushista, teorizzata da quello straordinario think tank di Francis Fukuyama che profetizzò nel 1992 La fine della Storia, per cui ogni Stato, in qualsiasi parte del mondo, deve essere “democratico, basato sulla libera intrapresa e sul consumo”.

Possibile che non si impari mai nulla dall’esperienza? La sola speranza è che il pragmatico Trump twitti, cinguetti, squittisca, strilli, abbai sui social, ma non morda.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2018

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