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Le statistiche ci informano quasi ogni giorno che l'età media è in costante aumento. In Italia siamo ad 80 anni per le donne e 74 per gli uomini. Questi dati, combinati con la diminuzione della natalità (da noi il saldo naturale è vicino allo zero), portano a un progressivo invecchiamento della società: gli ultrasessantacinquenni sono attualmente il 13,5% della popolazione e diventeranno il 22% nel Duemila. Non ci sono mai stati tanti vecchi (presenti e futuri). Ciò dovrebbe far pensare ad un progressivo aumento del potere delle «tempie grigie». Ma così non è. Mai come oggi il vecchio è emarginato, ghettizzato, privato d'ogni ruolo e funzione, persino ridicolizzato. Tutta la nostra società, a cominciare dal linguaggio, determinante, della pubblicità, è impostata infatti sul culto del giovanilismo, dell'efficienza fisica, della produttività individuale. In una trasmissione televisiva di qualche tempo fa si affermava che «la pubblicità non rifiuta l'anziano, ma l'immagine della vecchiaia». Dici niente. Ciò significa semplicemente che il vecchio è negato come tale, che per essere accettato deve fare il giovane, sembrare giovane, inseguire i modi dei giovani così da scacciare da sè e dagli occhi degli altri quell'orribile «immagine della vecchiaia» che alla pubblicità ripugna soprattutto perché l'anziano, visto che non è più un produttore, deve essere almeno un consumatore. Nascono quindi, su iniziativa dei comuni e di enti assistenziali, attività per «risocializzare» gli anziani e si sono visti e si vedono settanta-ottantenni, sotto la guida di animatori sociali e di giovani volonterosi, sgambettare impudicamente in sale da ballo, ascoltare idoli rock, praticare improbabili jogging, ruzzare nei prati. Oggi non è più permesso invecchiare decorosamente, dignitosamente, secondo i propri ritmi biologici, non è più lecito lasciarsi andare alla propria età (che era una delle poche libertà della vecchiaia), bisogna darsi da fare. La stessa parola “vecchio” è stata messa fuori legge, bandita, scomunicata, espunta dal vocabolario corrente e sostituita, col consumato tartufismo che caratterizza la nostra epoca, con i più svariati eufemismi: «la terza età», «la quarta età», «i meno giovani» o, al massimo, gli «anziani». Come se le parole potessero annullare -altro mito contemporaneo- la sostanza delle cose. Purtroppo non c'è ipocrisia linguistica, non c'è iniziativa sociale, per quanto meritoria, non c'è buona volontà, non c'è boyscoutismo che possano cancellare la realtà: nella società industriale il vecchio non ha alcun ruolo. In quella agricola, nell'ancien regime, il vecchio era utile, aveva una funzione. In quella società, che si basava sulla tradizione orale (la scrittura era prerogativa di pochi), egli era il detentore del sapere, conosceva quelle cose, spesso indispensabili per la vita e la sopravvivenza o anche per la semplice amministrazione quotidiana, che i membri giovani della sua famiglia e del suo villaggio non conoscevano e imparavano di volta in volta da lui. Era consultato, era importante, era rispettato, tanto che, come nota uno storico dell'ancien regime, l'inglese Peter Laslette, «c'era chi esagerava la propria età» (ve lo immaginate uno che oggi si dà più anni di quelli che ha?).Nella società attuale avviene esattamente il contrario. «Una società industriale», scrive un altro storico, Carlo Maria Cipolla, «è caratterizzata dal continuo e rapido progresso tecnologico. In tale società gli impianti divengono rapidamente obsoleti e gli uomini non sfuggono alla regola. L' agricoltore poteva vivere beneficiando di poche nozioni apprese nell'adolescenza. L' uomo industriale è sottoposto a un continuo sforzo di aggiornamento e tuttavia viene inesorabilmente superato. Il vecchio nella società agricola è il saggio, nella società industriale un relitto». Di questa realtà è conferma la tendenza (che, forse, solo ora comincia ad avere una leggerissima inversione) dell'industria ad abbassare la soglia del ricambio generazionale nelle aziende: prima a 60 anni, poi a 55, poi a 50. L' Ibm, negli Stati Uniti, prevede uscite dal lavoro già a 45 anni. E se un uomo è «obsoleto» a 45 anni, si può facilmente immaginare come sia considerato a 65 ed oltre. Ma alla perdita di ruolo, e quindi di motivazione e di autostima (così importanti per vivere), si aggiunge l'altro spettro della vecchiaia anni Duemila: la solitudine. La spaventosa solitudine dei vecchi. Nella società preindustriale, agricola, non per nulla chiamata «patriarcale», il vecchio vive in famiglia fino alla fine, circondato dai figli, dai nipoti, da molti bambini, da donne ed è da essi accudito quando non è più in grado di provvedere a se stesso. Oggi sono le strutture stesse della società industriale, l'inurbamento, le limitate dimensioni degli appartamenti, la famiglia mononucleare, i ritmi di lavoro ad espellere i vecchi dal nucleo familiare. Nella maggioranza dei paesi europei solo il 2% degli anziani vive con i propri figli o i nipoti. Per gli altri c'è la solitudine o il cronicario. Non per nulla è di quest'epoca l'impressionante e penosissimo fenomeno, sconosciuto prima d'ora, del suicidio dei vecchi. È stata creata un'intera classe di spostati e di esclusi, che prima non esisteva e che ora è in costante aumento. I vecchi non sono mai stati così numerosi, ma non sono mai stati così infelici. A tutto ciò noi diamo, come sempre, il nome di progresso.

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Al settimo simposio dei vescovi europei che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma e che ha avuto al centro i grandi temi esistenziali della nascita, della morte, della malattia, il vescovo di Magonza, Karl Lehmann, ha suscitato scandalo scagliandosi contro l'eccessiva tecnicizzazione e «medicalizzazione» dei parti, contro quella «cultura degli analgesici» che finisce per privare la donna d'una esperienza unica, e propugnando quindi un ritorno, sia pure «cum juicio», al parto naturale. A me pare che monsignor Lehmann abbia ragione. Ma poiche non sono una donna non voglio entrare in questa specifica questione, potendo troppo facilmente essermi obbiettato che è comodo filosofeggiare sulle sofferenze altrui senza averle provate (anche se mi consta che esistono movimenti femminili e femministi che intendono «riappropriarsi del parto» proprio nel senso inteso da Lehmann). Dal discorso del vescovo tedesco prendo spunto per una riflessione più generale sul rapporto fra l'uomo e il dolore nella società moderna. Oggi noi siamo dominati da un edonismo di basso profilo che rimuove il dolore, che lo considera uno scandalo e che è disposto a tutto pur di eliminarlo. Alla base di questa concezione ci sono due presupposti: uno ideologico, l'altro tecnico-pratico. È stato l'Illuminismo a proclamare, per la prima volta nella storia, il diritto dell'uomo alla felicità. Questo diritto è stato interpretato come un obbligo a cancellare il dolore, in ogni sua forma, dalla faccia della Terra. E la tecnologia, col dominio instaurato sulla natura, ha reso credibile questa possibilità. Si tratta di una concezione puerile oltre che contraddittoria. In realtà l'esperienza del dolore è fondamentale per la vita dell'uomo, ha un altissimo valore terapeutico ed educativo. Senza la conoscenza del dolore non ci potrebbe essere nemmeno quella della felicità. Lo sapevano gli antichi. «La malattia», dice Eraclito, «rende dolce la salute, il bene il male, la fame la sazietà, la stanchezza il riposo». Lo sapevano ancora gli uomini dell'Ottocento che pur credevano alle «magnifiche sorti e progressive». È proprio Leopardi che, ne La quiete dopo la tempesta, canta da par suo: «Sì dolce, sì gradita,/quand'è, com'or, la vita?/... Piacer figlio d'affanno;/gioia vana, che è frutto/del passato timore, onde si scosse/e paventò la morte/chi la vita aborria». Lo sapeva Freud che, nelle sue Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, riconosce «la necessità biologica e psicologica del dolore per l'economia umana». Lo sanno gli etologi e gli antropologi. Konrad Lorenz, ne Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, parlando di alcuni giovani che avevano tentato di suicidarsi sparandosi alla tempia, e che in tal modo avevano perso la vista, rileva: «Essi non ripeterono mai più il loro tentativo di suicidio. Non solo continuavano a vivere ma, maturando. erano diventati individui singolarmente equilibrati. direi felici». Ma l'uomo contemporaneo, nella sua generalità, ha perso stolidamente questa consapevolezza del valore della sofferenza. Nel suo edonismo infantile egli non vuole sentire parlare di punizioni ma solo di premi, vuole il benessere ma senza dover fare i sacrifici per ottenerlo, pretende che ci sia la felicità ma non il dolore, la vita ma non la morte, il Bene ma non il Male, il Paradiso ma non l'Inferno (del resto un altro teologo, von Balthasar, facendosi interprete dei sentimenti dell'epoca, ha affermato che l'Inferno non esiste. Ma -lo dico da laico quale sono e resto- se l'Inferno non c'è che senso ha il Paradiso?). L'uomo contemporaneo immagina che la vita altro non debba essere che un'interminabile messe di felicità, di premi, di promozioni, di consumi ininterrotti. Ma la vita non è questo, e non può e non potrà mai essere questo. Se si cancellasse la sofferenza non ci sarebbe più l'uomo. Non ci sarebbe più la vita che, non a caso, ha inizio proprio con l'esperienza del dolore. Se effettivamente arrivassimo ad abolire il dolore, come pretendiamo, con esso aboliremmo anche i processi vitali. La nostra sarebbe un'esistenza atona. neutra, priva di significato, annegata nell'indifferenza e nell'ebetudine del «soma» come quella degli abitanti del Mondo Nuovo di Huxley. E noi in parte già conduciamo un'esistenza del genere, protetti dalla tecnologia, masticando consumi come «soma», divorati da un'oralità onnivora che non arriva mai a soddisfarci ed è causa di una sorda depressione di cui non riusciamo a capacitarci. Ma poiché nonostante tutto, nonostante i prodigi della tecnologia e della medicIna, nonostante i costosi gioconi di cui ci circondiamo, nonostante la nostra educazione all'edonismo e al cinismo, il dolore, prima o poi, si affaccia alla nostra vita -se non altro come esperienza della morte-, il risultato è che non siamo più in grado di affrontarlo, di accettarlo e di tollerarlo. Così come non siamo capaci, come ha detto Karl Lehmann, «di recepire e di condividere il dolore degli altri». Ma la minima sofferenza ci getta nella disperazione, perciò acuendosi. E così inseguendo l'ideale d'una vita senza sofferenza realizziamo il tetro paradosso di soffrire di più. Avendo proclamato il diritto alla felicità ci siamo condannati, con le nostre stesse mani, all'infelicità perenne. La religione e la filosofia, quando erano più sapienti, dicevano invece che la vita è innanzi tutto dolore. E, in questo modo, oltre che prepararci a sopportarlo, ci permettevano di apprezzare al massimo grado la sua assenza. Dichiarando che la condizione umana è  -come è- l'infelicità, ci consentivano di essere, qualche volta, felici.

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Tutto va ben madama la marchesa. Questo è stato il tono generale dei commenti dopo le due manifestazioni di piazza che gruppi di autonomi, di punk, di metallari, di anarchici hanno recentemente organizzato a Milano (mi riferisco agli episodi del Leoncavallo e di via Conchetta). Sospiro di sollievo dopo la paura. In un primo momento infatti queste manifestazioni, complice anche un allarmato rapporto che il prefetto Caruso aveva mandato al ministro degli Interni sulla situazione milanese, avevano suscitato una certa apprensione. Si temeva un ritorno al clima plumbeo degli anni di piombo. Ma una volta constatato che, a parte qualche slogan truculento, peraltro raro, le manifestazioni si sono svolte in modo pacifico (una certa brutalità è stata usata caso mai dalla polizia, specialmente in via Conchetta) le si è liquidate come episodi marginali, «goliardate» delle quali non valeva la pena fare gran conto e il cui retroterra non meritava d'essere indagato più di tanto. Se non c'e violenza non c'e neanche problema, così è sembrata ragionare la stampa di informazione: il nostro è oggi un paese troppo diverso da quello degli anni '70 perché certi fantasmi deI passato possano ritornare, l'Italia offre ormai di sé l'immagine rassicurante di un paese socialmente pacificato.Ora, secondo me, questo modo di ragionare è frutto di un'illusione ottica che fa della violenza politica l'unica cartina di tornasole per misurare il malessere d'una società. Poiché questa violenza non c'e più se ne deduce che anche il malessere sociale non c'è o, quantomeno, è relegato ormai a frange marginali, alle quali vanno dedicate, al più, le carezze della polizia. Ma se si vanno a guardare le cose come sono, e non come ci piacerebbe che fossero, vediamo che non è così. Il malessere sociale, dal quale ebbero, in parte, origine non tanto il '68 (che fu, per lo più, un movimento di figli di borghesi annoiati), ma i fenomeni del terrorismo, dell'autonomia, della violenza politica capillare e diffusa, non è scomparso e nemmeno diminuito rispetto ai cosiddetti anni di piombo. Lo documentano le indagini ufficiali del Censis e dell'lstat. Esse ci dicono che in Italia i ricchi diventano sempre più ricchi e numerosi, ma che, nel contempo, anche i poveri diventano sempre più poveri e numerosi, che il divario fra professionisti ed operai è aumentato, così come è aumentata la disoccupazione (dal milione e 900 mila dell'81 ai quasi tre milioni di oggi), che «gli squilibri interni fra Nord e Sud invece di diminuire stanno crescendo» (Istat), che il ceto medio sta scomparendo, solo in parte per andare ad ingrossare le file dei più abbienti, nella maggioranza dei casi per scendere nella cajenna della povertà la cui arca viene misurata dal Censis in quasi un terzo della popolazione italiana (29,9%). A ciò si aggiunga che il potere economico si concentra sempre di più in poche mani e, grazie anche all'acquisizione dei maggiori organi di stampa radunati ormai in un oligopolio, la fa oggi da padrone molto di più che negli anni '70. Rispetto ad allora, c'è poi verso la sofferenza sociale una molto maggior sordità avendo preso totalmente il sopravvento un capitalismo senz'anima e senza regole e un'ideologia edonista di basso profilo che glorifica gli emergenti, i vincenti, i ricchi e che disprezza l'etica della povertà dignitosa. E allora perché il malessere sociale non si trasforma in protesta sociale, non riesce più  a darsi una voce? È stato proprio il terrorismo a togliergliela. Uno degli effetti perversi del terrorismo, e non certamente il minore, è stato infatti quello di inquinare le ragioni della legittima protesta, di indebolire i sindacati e le forze sociali, di togliere agli emarginati, ai poveri, ai paria di questa società quella voce di cui i brigatisti pretesero di avere la piena rappresentanza. Se in Italia quindi la violenza politica è quasi scomparsa non è, come piace pensare alla classe dirigente ed ai giornali reggicoda, perché le cause di quella violenza sono state rimosse alle radici, ma perché il modo criminale e paranoico con cui il terrorismo diede voce alla protesta sociale ha finito per delegittimarla e assassinarla. Oggi la vasta area dell'emarginazione, privata di legittimità, di voce e d'ogni rappresentanza politica, visto che anche il partito comunista ha sposato in pieno il nuovo corso edonista e neocapitalista, si limita a chiedere, anche nei pochi casi in cui trova la forza di esprimersi, alcuni, minimi, spazi di agibilità esistenziale negli interstizi deI sistema. Questo è il caso deI Leoncavallo e di via Conchetta dove i giovani reclamano semplicemente un luogo dove potersi aggregare. È immorale, ottuso e pericoloso trattare queste richieste con indifferenza e sufficienza, o peggio ancora con la brutalità poliziesca, solo perché non si esprimono nelle paventate forme della violenza. Immorale perché ingenera la convinzione che solo la violenza meriti attenzione. Ottuso e pericoloso perché rischia di ricaricare un meccanismo perverso. Se si chiudono alla emarginazione e alla protesta anche gli sfiatatoi più innocenti, si va incontro alle peggiori conseguenze. Perché i giovani del Leoncavallo e di via Conchetta non sono che le timide avanguardie di un malessere sociale molto più vasto e profondo anche se, per ora, atono e sordo. Se non si è avuta la capacità di rimuovere le cause di questo malessere, si abbia almeno l'intelligenza di consentirgli degli sfiatatoi. Ricorrere alla polizia quando si è in posizione di forza è il più stupido e tragico degli errori. In un certo senso la situazione di oggi mi ricorda quella del pre-Sessantotto. Quandi, col plauso dei grandi giornali borghesi, la polizia si accaniva su capelloni ed hippies di null'altro colpevoli se non di chiedere un minimo di libertà esistenziale. A furia di prendere manganellate quegli hippies e anarchici non violenti si trasformarono nei molto meno innocenti sessantottini. E daII'humus del Sessantotto nacquero la violenza politica diffusa, l'autonomia, il terrorismo. Possibile che l'esperienza non debba insegnare mai niente?

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L'ultima volta che vidi Walter Tobagi fu alle tre e mezzo di notte del 28 maggio 1980. Ho nitidissima, nella mente, la sua sagoma massiccia che armeggia con la serratura del portone di casa, nello slarghetto buio di via Solari, la mano grassoccia che si leva in cenno di saluto mentre lui entra nel cono di luce dell'androne. Meno di sette ore dopo Tobagi era morto, assassinato dai killer della «Brigata 28 marzo». Ci capitava spesso di tornare a casa insieme la notte, perché facevamo lo stesso mestiere, perché abitavamo vicino, perché a Tobagi non piaceva portare la macchina, perché eravamo amici. A volte entravamo in casa, in silenzio e nel buio per non svegliare la moglie Stella e i bambini, e ci infilavamo in cucina a sbocconcellare qualcosa e fare le ultime chiacchiere, non sembrandoci mai abbastanza tardi. Quella notte invece, dopo aver partecipato a un dibattito al Circolo della Stampa, ci eravamo fermati a parlare nella mia macchina. Fuori cadeva una pioggia leggera. Tobagi s'era fatto improvvisamente serio. Mi disse che le cose al Corriere non andavano bene, che era in disaccordo con Di Bella, che da un mese aveva smesso di occuparsi di terrorismo. E aggiunse, con la sua voce tranquilla di sempre: «Sai, non ho nessuna voglia di finire ammazzato per questi qui». lo rabbrividii e pensai che eravamo degli incoscienti a stare fermi lì, in macchina, proprio davanti al suo portone. Nove anni sono passati. Tobagi è più morto che mai, sepolto, oltre che dalla terra, dalla retorica e dalla strumentalizzazione politica. La retorica è quella, che fu subito partorita dal Corriere della Sera, del «cronista buono», la melensa, insulsa, triste, ingiusta retorica del «cronista buono». Tobagi non era affatto un «cronista buono». Era un «buon cronista» che è cosa tutta diversa. Era un ragazzo che aveva lavorato e sudato e sacrificato molto per arrivare, a soli trentatre anni, dove era arrivato. E per farlo aveva dovuto usare, anche lui, gli artigli. Sia pure i suoi particolari artigli, che erano una grande capacità di mediazione, un po' democristiana, un notevole senso della realtà e dei rapporti di forza, un sicuro istinto politico. La strumentalizzazione è quella dei socialisti che, con un'operazione che una volta era tipica dei comunisti (i meno giovani ricorderanno, forse, il caso del giovane Ardizzone) si sono appropriati del cadavere di Tobagi. Il quale, morto, è diventato molto più socialista di quanto fosse da vivo (in realtà Tobagi era un esemplare, piuttosto raro, di blando cattosocialista). Trasformato Tobagi in un proprio martire, il Psi sta mandando avanti da anni una campagna politico-giudiziaria alla ricerca di un «mandante» del delitto che si anniderebbe negli ambienti giornalistici comunisti milanesi. Non gli basta che due sentenze della magistratura abbiano escluso l'esistenza di questo fantomatico «mandante». Non gli basta l'obiezione logica che, in regime di legislazione premiale, i «pentiti» Barbone e Morandini avevano tutto l'interesse giuridico a rivelare l'esistenza di un mandante, se ci fosse stato, oltre che quello morale per poter scaricare su altri il peso del loro delitto. Ancora la settimana scorsa il sindaco Pillitteri, intervistato da Retequattro, affermava che questa obiezione logica non regge perché «i “pentiti” Barbone e Morandini hanno avuto pene molto miti». lo vorrei sapere dove sta la logica di Pillitteri. Se Barbone e Morandini rivelando ics hanno avuto pene miti, ancora più miti avrebbero potuto sperare di averle se avessero rivelato ics più ipsilon. O no? Nella sua «Talpa di città» Oreste del Buono mi coinvolge in una polemica gratuita, malevola, vile e sciocca come sono, al novanta per cento, le cose che fa Del Buono (il restante invece è geniale e questo è il mistero di Oreste del Buono). Egli presenta una mia lunga intervista a Paolo Lecaldano, fatta per il quarantennale della Bur, come se fosse organizzata a un unico scopo: dire una malignità su Tommaso Giglio, mio ex direttore all'Europeo. E cioè che Giglio, il quale fu uno dei traduttori della Bur, non sapeva l'inglese. Il che è la pura verità. Giglio diceva underground e pronunciava undergrund. Che fosse stato traduttore di poeti inglesi e, in particolare, per la Bur , dell'ostico Carrol, mi aveva quindi sempre incuriosito e quando mi sono trovato di fronte Lecaldano mi è venuto naturale chiedergli spiegazioni. Peraltro, come Del Buono mi insegna, per essere buoni traduttori di poeti più che sapere la lingua è necessario essere, a propria volta, poeti e Giglio lo era (giovanissimo, nel 1948, era entrato nella terna finalista del Saint Vincent mettendosi alle spalle gente come Pasolini, Parronchi, Spagnoletti). Nulla esclude quindi che Giglio possa essere stato un ottimo traduttore di poeti inglesi, come afferma, indignandosi, Del Buono, pur avendo una scarsa conoscenza della lingua. Ma la questione, naturalmente, non è questa. La questione sta tutta nella testa contorta di Del Buono. Solo lui può credere, per qualche suo transverso motivo (anche Oreste fu traduttore della Bur, dal francese), che una faccenda del genere possa sminuire in qualche modo la figura di Tommaso Giglio. Giglio è rimasto nella storia della cultura italiana non come traduttore ma perché è stato un grandissimo direttore di giornale. Che non sapesse l'inglese è rilevante quanto può esserlo per un fantino. Da noi redattori si faceva intendere benissimo. E non aveva bisogno dell'inglese e nemmen tanto dell'Italiano. Gli bastavano gli speroni.

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Il Tar (Tribunale amministrativo regionale) dell'Emilia-Romagna ha respinto il ricorso di tre cittadine di Bologna le quali lamentavano, come illegittimo, il fatto che i loro nomi fossero stati appesi ai muri del municipio, ed esposti quindi alla pubblica riprovazione, perché non avevano partecipato, senza giustificato motivo, alle elezioni politiche dell'87. Il Tar ha ribadito che il voto non è solo un diritto, ma anche un dovere. La pronuncia, in sé, è formalmente ineccepibile. L'articolo 48, secondo comma, della Costituzione dice: «Il voto è personale e uguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Eppure la pronuncia del Tar lascia fortemente perplessi sia nella sostanza sia nella motivazione soprattutto là dove dice una cosa di estrema gravità e cioè che «nessuna ragione ideologica potrebbe mai giustificare un comportamento quale quello tenuto dalle ricorrenti, che si pone contro e al di fuori dell'assetto costituzionale e del sistema democratico del paese, pretendendo di oltrepassare qualunque forma di riconosciuta e prevista libertà di manifestazione del proprio pensiero. E significa sovvertimento, inammissibile, dei principi e dei valori della Costituzione e del sistema costituzionale». La pronuncia non tiene in alcun conto il dibattito svoltosi all'epoca della Costituente e delle reali ragioni per cui si ritenne di rendere il voto obbligatorio. Come ha notato Livio Zanetti su La Stampa, nell'Italia del dopoguerra, lontana da più di vent'anni dall'esercizio democratico e ancora semianalfabeta, si temeva che una parte del paese rinunciasse, per ignoranza, a un proprio diritto. L 'obbligo di votare era posto a difesa del cittadino. Quarant'anni di ripetute ed estenuanti tornate elettorali, alle quali il popolo italiano ha partecipato in massa e disciplinatamente, hanno dimostrato che questo timore era infondato. La tendenza dell'elettorato, manifestatasi di recente, a disertare le elezioni o comunque a delegittimarle (più del 20% fra astensioni, schede bianche e schede nulle) non può quindi oggi essere fatta dipendere da ignoranza dei propri diritti, come paventavano i padri costituenti, ma, al contrario, dal desiderio di esercitarli. Il non-voto infatti è, nella maggioranza dei casi, una precisa manifestazione politica di protesta e di sfiducia. Contro la democrazia? No, contro quella sua degenerazione che si chiama partitocrazia che ha, essa sì, finito per svuotare di contenuto, in parti fondamentali, la Carta costituzionale. I partiti (cui la Costituzione dedica un solo articolo, il 49, contemplandoli semplicemente come possibilità) hanno travolto e stravolto tutte le istituzioni a cominciare da quelle principali e decisive: il Parlamento e il governo. Come ha detto una volta il professor Sabino Cassese, nella sua autorevole qualità di membro del Consiglio superiore della pubblica amministrazione: «In Italia il vero governo non è il governo, ma un organismo nato fuori dalla Costituzione e contro la Costituzione» (Pagina, marzo 1983). Di questa grave anomalia si è avuta una clamorosa e indecente conferma qualche settimana fa quando la crisi di governo è stata legata alla possibilità che Bettino Craxi, il quale attualmente non ricopre alcun incarico istituzionale, partecipasse o meno ad una riunione conviviale dei segretari dei partiti di maggioranza (altri personaggi istituzionalmente irrilevanti). Ma, oltre a stravolgere le istituzioni, i partiti hanno occupato ogni angolo della nostra vita pubblica e privata. Non c'è quasi mestiere in cui per la maggioranza degli italiani la tessera di partito (o quella sua più ipocrita estensione che è l'area di appartenenza) non sia diventata, come durante la guerra, la tessera del pane. Infine -ed è forse l'aspetto maggiormente corruttore - il cittadino, in virtù della partitocrazia, si è abituato a chiedere ciò che gli spetta di diritto come un favore politico. Quali sono le vie di uscita da questa situazione totalmente illegale? A prima vista nessuna. In una partitocrazia infatti solo i partiti hanno il potere legittimo di ridimensionare il potere dei partiti. Ma essi, di propria iniziativa, non lo faranno mai. Sarebbe come chiedere a un vampiro di rinunciare al sangue (il nostro) di cui si nutre. D'altro canto se si pretendesse di abbattere la partitocrazia con la violenza ciò porterebbe, anziché alla democrazia, al fascismo o a qualche altra forma di totalitarismo. Ma se noi continuiamo a votare i partiti, seguitiamo a fornire al loro strapotere una legittimazione che non ha e a dare una parvenza di democrazia a ciò che democrazia non è più. Questo è il busillis. L 'unico sistema per eliminare la partitocrazia, salvando contemporaneamente la democrazia, è quello di dare un corposo avvertimento ai partiti perché cambino strada, perché accettino di ritornare nell'alveo della Costituzione, perché cessino di corrompere la democrazia. Questo avvertimento -non violento, democratico, lecito, civile, pulito - è appunto l'astensione dal voto. Ma la partitocrazia, attraverso la pronuncia del Tar, fa intendere di non voler lasciare aperta nemmeno quest'ultima possibilità di opposizione. E, attraverso il procedimento, inaudito in democrazia, di dichiarare illegittima quella che è una libera manifestazione di pensiero e di volontà politica, bolla come «eversori» della Costituzione proprio coloro che alla Costituzione vogliono ritornare. Chiudendo così il cerchio della propria immutabilità e della propria impunità.