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Suscita scandalo la possibilità che Silvio Berlusconi fondi un proprio partito politico. Ha scritto un indignato Eugenio Scalfari: “Un altro episodio di notevole significato riguarda il progetto della Fininvest di fornire direttamente appoggio, in uomini, tecniche e mezzi, per la nascita di un nuovo partito. Anche questo è un fenomeno mai verificatosi prima d' ora in nessun Paese del mondo, mai un partito era nato dalla costola di un' azienda” (la Repubblica, 25/10). A parte che Berlusconi ha smentito questa possibilità, io non riesco a vedere dove sia lo scandalo. Non sta scritto da nessuna parte che un imprenditore non può fondare un partito, tanto meno nella nostra Costituzione che all'articolo 49 recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Berlusconi ha quindi il diritto di fondare un partito quanto ce l' ho io o  Feltri o il signor Rossi o, anche il signor Bossi. Del resto non si vede per quale ragione, che non affondi le radici nell'ipocrisia, un imprenditore non può fare direttamente ciò che fa già per interposta persona. Forse non è da sempre ammesso che un imprenditore appoggi e finanzi (lecitamente, va da sé, non con i metodi di Tangentopoli) il partito o i partiti che ritiene più vicini ai suoi interessi? Forse che la Fiat non ha avuto in passato uomini di sua assoluta fiducia in Parlamento e che rispondevano direttamente all'azienda di corso Marconi? Qualcuno si è scordato di Catella? E Umberto Agnelli non si fece eleggere senatore nelle file della Democrazia cristiana? Non era forse quello un impegno diretto di un grande imprenditore nella politica politicante? E che differenza c'è fra un imprenditore che entra in un partito che esiste già e un altro che, non trovandone evidentemente sulla piazza che gli vada a fagiolo, ne crea uno per conto suo? E Ross Perot , che nei liberi Stati Uniti è stato lì lì per insidiare Clinton e Bush, non è forse un imprenditore? È curioso che questo ridicolo veto a Berlusconi venga da un gruppo editoriale, quello De Benedetti-Caracciolo-Scalfari-La Repubblica-L'Espresso che è stato accusato fino alla nausea, dalla nomenklatura politica, socialisti fu prima fila, e Bettino Craxi in testa, di essere un “giornale-partito”. Quando queste accuse sono state mosse noi abbiamo difeso il sacrosanto diritto del gruppo La Repubblica-Espresso, come di qualsiasi altro giornale, di fare politica anche, se lo ritiene, adottando le modalità di un partito sia pur “trasversale” (“La politica dei giornali”, Europeo 17/5/91). La politica attiva non è prerogativa di coloro che se ne sono autoproclamati professionisti ma, come appunto sancisce la Costituzione, un patrimonio di tutti. Si dice che Berlusconi, possedendo tre network, e godendo di una posizione oligopolista nel campo dell'informazione televisiva, avrebbe un grosso vantaggio nei confronti dei suoi rivali se decidesse davvero di dedicarsi alla politica attiva. Vero. Ma qui la situazione anomala è a monte. fu quella situazione di oligopolio che va smantellata (perché l'oligopolio, è bene ricordarlo a tutti i neoliberisti e allo stesso Cavaliere di Arcore, è l'affossatore della libertà), contestualmente, crediamo, a un ridimensionamento drastico della tivù di Stato, cose che dovranno pur avvenire, e presto, nell'ambito di un più generale riassetto del sistema dell'informazione, stampa compresa, in quest'Italia che dice di voler cambiare (una Rete di Stato, anzi governativa, perché anche il governo ha il diritto di esprimere una politica informativa e, soprattutto, culturale, e una pluralità di network privati, questo dovrebbe essere, a mio modesto avviso, il futuro della televisione in Italia, che, del resto, è già il presente in tutti gli altri paesi occidentali). Ma una volta riportata la situazione a una equità di base non si vede perché Berlusconi  non possa usare la propria televisione per supportare i suoi programmi politici. Sta a vedere se gli conviene, perché in Italia i giornali di partito, e penso quindi anche le tivù di partito, hanno sempre avuto risultati disastrosi. Ma è una scelta che spetta a lui e solo a lui. Chi ci segue sa che la nostra simpatia per Silvio Berlusconi (nostra intesa come la mia, non quella dell'Indipendente) è vicino allo zero assoluto. Ma Berlusconi va contrastato nelle sue pretese monopolistiche là dove, nell' informazione come nel calcio, tende, ipergonfiandosi, a ledere i diritti degli altri, non quando esercita un suo diritto qual è quello di creare, se gli aggrada, un proprio partito politico.

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Ciò che colpisce nei socialisti milanesi arrestati o inquisiti per “Mani Pulite” è l'antropologia, la loro assoluta mediocrità umana ed esistenziale. Da Manzi a Parini a Carriera a Chiesa a Finetti a Tognoli è tutta gente che non ha alle spalle un mestiere, una professione, che non ha mai lavorato in vita sua. Se hanno raggiunto, nell' Amministrazione Pubblica, posti anche di rilievo non è certo per che si fossero illustrati in precedenza per qualche merito, ma solo ed esclusivamente in virtù della loro appartenenza politica. Il meglio è Finetti che aveva un posto in Rai, perché ce lo aveva messo il Psi, dove ha scaldato la sedia finché, chiamato a più alti incarichi partitocratici, non si è messo m aspettatIva. È  gente priva di ogni passione, anche politica, perché per loro la politica, come viene fuori in modo evidentissimo dagli interrogatori, era solo lo strumento per conquIstare posizioni sociali e ricchezze che altrimenti  non avrebbero mai raggiunto. Erano, in partenza, gli scarti della società, gente senz'arte né parte che ha trovato nella politica del malaffare la propria collocazione. Anche i loro piaceri sono mediocri. Hanno rubato per poter pranzare al Savini, per farsi la villetta in campagna o al mare, quasi sempre di gusto atroce, per trarre qualche puttana. Forse l'unico che ha la stazza dell'avventuriero è proprio Silvano Larini che perlomeno si è giocato la partita in grande stile. Ma gli altri si sono venduti davvero per poco. Probabilmente non potevano fare altrimenti. Li conosciamo questi signori, li conosciamo bene, li abbiamo avuti compagni di scuola. Non erano né i migliori né i peggiori della classe, stavano in una zona grigia, quella della mediocrità tanto neI bene che neI male. Privi di qualunque personalità non riuscivano a farsi una ragazza decente e le inseguivano tutte, specialmente se bruttine. E anche quando hanno avuto il potere non erano in grado di accostare una donna in modo normale, se è vero che a Milano il segretario personale di Craxi, Cornelio Brandini, un bel ragazzo, simpatico, aveva il compito di procurare le donne, oltre che al Capo, ai personaggi della nomenklatura promettendo qualche comparsata in tv e, a volte, la conduzione di un programma pomeridiano. Ho avuto in classe, al Parini, Maurizio Ricotti, un tipico rappresentante della nomenklatura socialista che è venuta su fra la fine degli anni '70 e gli '80. A scuola era così lento, tardo, privo di riflessi, già vecchio, che lo chiamavamo “nonno Bigio”. Ciò non gli ha impedito, infilandosi nel Psi, di diventare, mi pare, assessore regionale e di farsi una villa in Brianza. Non c'è in questi personaggi nessuna scintilla, nessun appeal, nessuna grandezza. Son dei topi di chiavica che, portati alla luce, si rivelano in tutta la loro miseria. Arroganti e gradassi fino al giorno prima, quando vengono arrestati abbassano subito la cresta, svengono, piangono, tirano in ballo la mamma, i figli, la zia focomelica, dicono che lo hanno fatto per garantirsi la pensione. E parlano, parlano, parlano, denunciano gli amici più cari, cercano di tirar tutti giù nella merda in cui hanno sguazzato per anni. Piangono e si disperano, adesso, comprendendo, forse per la prima volta, che si sono venduti per un piatto di lenticchie, per una cena al Savini, per brancicare una ragazza ricattata, per una poltrona alla Scala che li costringeva ad ascoltare opere che non capivano ma che faceva tanto status symbol. Piangono e si disperano, adesso, ma non piangevano quando, tronfi di un potere acquisito con comportamenti mafiosi, se non decisamente criminali, spezzavano le gambe a chi non ci stava, troncavano carriere, umiliavano chi lavorava. Eppure è da questa gente mediocre, priva della grandezza che anche il male può dare, lontanissima dalla dignità non dico di un Renato Curcio ma di Renato Vallanzasca, bandito che una sua morale l'ha sempre avuta, che ci siamo fatti amministrare negli ultimi dieci anni. Colpa anche nostra? Forse si. Ma probabilmente no. COstoro avevano messo in piedi un sistema così vischioso che l'alternativa era: o sporcarsi con loro o vivere ai margini, oscuri, senza nemmeno poter avere, contrariamente a quanto avvenne sotto il fascismo, l'onore delle armi, la patente di oppositori e di martiri, ma solo di fessi. E, nobilitando molto le cose, si potrebbe riprendere quel mirabile discorso che Lucio Sergio Catilina nel 62 a. C. pronunciò, davanti ai congiurati, contro le oligarchie che, dietro il paravento di una Repubblica e di una democrazia ridotte a parodia, opprimevano, come sempre, il popolo: «Ora che il governo della Repubblica è caduto nel pieno arbitrio di pochi prepotenti, re e tetrarchi sono divenuti vassalli loro, a loro popoli e nazioni pagano i tributi; noi altri tutti, valorosi, valenti, nobili e plebei, non siamo che volgo, senza considerazione, senza autorità, schiavi di coloro cui faremmo paura solo che la democrazia esistesse davvero». Ma adesso che la democrazia, grazie alle inchieste della magistratura e al comparire, perla prima volta dopo tanti anni, di una vera opposizione, è tornata ad avere diritto di cittadinanza nel nostro Paese, possiamo vedere bene che cosa fossero i prepotenti di ieri: dei cagasotto, senza qualità, senza morale, senza dignità, che si sono liquefatti nel loro stesso guano al primo apparire dei carabinieri.

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È proprio vero che al peggio non c'è mai fine. Con le dimissioni di Claudio Martelli e l'arrivo di Giovanni Conso pensavamo di aver finalmente un ministro della Giustizia come si deve. Si passava infatti da un Guardasigilli che era da tempo in una situazione insostenibile, in quanto leader del partito protagonista di Tangentopoli e lui stesso possibile inquisito (come è poi puntualmente avvenuto), a un tecnico che con la politica del malaffare non dovrebbe avere nulla a che vedere. Si passava da un politico totalmente digiuno di cose di diritto e che era arrivato a quel delicatissimo posto solo per caso, o meglio per la solita spartizione partitocratica e cencellesca degli incarichi di governo, a un giurista di chiara fama, uno dei padri, fra le altre cose, insieme a Gian Domenico Pisapia, del nuovo codice di procedura penale. E invece che fa questo giurista di chiara fama appena seduto sulla poltrona di ministro Guardasigilli? Si lascia andare a dichiarazioni a dir poco sconcertanti, che non solo Martelli non avrebbe, e non ha, mai fatto, ma che stonerebbero in bocca a uno studente del primo anno di Giurisprudenza. Che cosa ha detto infatti Giovanni Conso? Che le varie inchieste Mani Pulite stanno mettendo in pericolo l'occupazione; che sarebbe grave che questa storia finisse «in un disastro economico, con un cimitero di fabbriche ferme, di gente affamata, di famiglie allo stremo, perché la giustizia non ha saputo risolvere questo problema.., che bisogna «conciliare le esigenze della giustizia, il che vuoi dire fare chiarezza, accertare responsabilità e dichiararle, senza bloccare l'economia, perché una giustizia che blocca i posti di lavoro non è una vera giustizia, è una giustizia che finisce per fare male». Guai se la giustizia si dovesse occupare e preoccupare delle conseguenze, economiche e sociali, della sua azione o comunque di qualsiasi altra cosa che non sia l'applicazione della legge. Questa sì non sarebbe più giustizia, sarebbe una giustizia “politica” quale la si può trovare negli Stati totalitari non in un ordinamento democratico. I tribunali sovietici hanno vissuto per settant'anni su questo tipo di “giustizia” secondo la quale, in nome di un presunto interesse oggettivo dello Stato, si mettevano in galera gli innocenti e si lasciavano in pace i colpevoli. Una simile concezione della giustizia vorrebbe dire per esempio, tornando ai casi nostri, che un Gianni Agnelli, dio non voglia, non potrebbe mai essere indagato né inquisito perché lo vietano i superiori interessi della Fiat e quindi del Paese. Ciò significherebbe che ci sono signori, o meglio lorsignori, che sia pur per motivi nobilissimi, sono al di sopra della legge comune. Questa sarebbe la negazione della giustizia che, per definizione, è cieca, e giustamente, perché non deve guardare in faccia nessuno. Stupisce anche l'affermazione di Conso che compito della giustizia sia «fare chiarezza». La giustizia non deve fare alcuna chiarezza, deve semplicemente punire coloro che hanno violato la legge. Solo compito della giustizia è l'applicazione della legge, solo compito di un ministro Guardasigilli è organizzare l'amministrazione della giustizia perché le leggi siano applicate al meglio. Come diceva il vecchio Delital, che Giovanni Conso dovrebbe ben conoscere, c'è un fatto e c'è una norma, se questo fatto viene sussunto (previsto) nella norma, allora la magistratura se ne deve occupare, altrimenti significa che si tratta di qualcosa che non riguarda la giustizia, ma semmai gli altri poteri, l'esecutivo, il legislativo, in cui è diviso, con una rigidissima separazione di compiti, un ordinamento democratico. Inoltre mi pare che il neoministro della Giustizia faccia anche altre confusioni. La disastrata situazione economica che egli dipinge, per la verità a tinte un po' troppo fosche e perfin grottesche «famiglie allo stremo», «gente alla fame», ma via!, non dipende certo dalle inchieste di Mani Pulite ma da una sfavorevole congiuntura nazionale e internazionale. Ne si capisce, per altro, perché mai le inchieste della magistratura dovrebbero bloccare l'economia. Forse che  non si possono indire appalti  puliti da cui nessuno, né l'amministratore pubblico né l'imprenditore, abbia nulla da temere? Sarebbe veramente grave se fosse cosi radicata la convinzione che in Italia non si può fare una gara d'appalto se non ha incorporata la sua brava tangente. Si teme per l'immagine internazionale dell'ltalia? Ma l'ltalia ha tutto l'interesse a presentarsi all'estero, e al più presto, con una nuova classe dirigente, più pulita, onesta e credibile, piuttosto che continuare a trascinarsi con i residui di quella vecchia ormai screditata e sputtanata ovunque. L'applicazione delle leggi non può mai, come dice incredibilmente il giurista Giovanni Conso, «far male». Se non a coloro che le hanno violate.

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La prima volta che lo vidi danzare fu nel settembre del '73 alla Scala, in Giselle, con Carla Fracci. Allora Nureyev aveva 35 anni ed era all'apice atletico, un punto delicato e pericoloso perché da quella vetta poteva solo discendere. E infatti quando lo rividi all'inizio dell'estate dell'anno successivo, al Castello Sforzesco, si era già un poco appesantito, i suoi famosi “voli” non erano più così alti, cosi naturali, così leggeri, cosi liberi, anche se la sua presenza sulla scena rimaneva quella, magica, di sempre. Ma in quella sera d'autunno del '73 Nureyev era al massimo. Per la verità lo spettacolo per tutto il primo atto e una buona porzione del secondo, era scivolato via senza grosse emozioni. C'erano stati sì i virtuosismi, solo impercettibilmente leziosi, di Carla Fracci e le prodezze atletiche di due giovani ballerini, ma parte del pubblico, quella che non conosce ogni piega o risvolto del balletto, era rimasta delusa. Il grosso pubblico era venuto infatti per Nureyev e Nureyev fino a metà del secondo atto aveva fatto poco, qualche passettino senza impegno, due o tre dei suoi famosi voli e niente più.Tutto qui? avevo pensato e questo pensiero, certo, era venuto anche ad altri. Ma verso la metà del secondo tempo dell'opera di Adam, Carla Fracci, il secondo ballerino e il bravissimo corpo di ballo erano spariti dietro alle quinte e avevano lasciato Nureyev solo sulla scena. E Nureyev, per quattro-cinque minuti non di più, aveva ballato, solo, la tunica bianca contro il fondo nero, nel bosco cupo delle Willi. Alla fine di quella danza, breve e forsennata, Nureyev si era immobilizzato sulle punte al centro della scena. Ci fu un attimo di silenzio. Poi, dal loggione, una voce gridò: «Dio!». E venne giù la Scala. Questo Dio della danza me lo trovai due mesi dopo, una mattina di novembre, mentre una pioggia fitta e leggera assassinava Londra, seduto di fronte a me e a una tazza di caffelatte bollente nel piccolo e un po' squallido ridotto-bar del Covent Garden. L'Europeo mi aveva mandato a intervistarlo. Non posso descrivere l'impressione fisica che mi  fece meglio che con le parole che ritrovo oggi su quella vecchia copia del giornale: “Ha una voce pastosa, cantante, decisamente sensuale. Guardo il suo viso mentre parla. Vedo i famosi zigomi pronunciati, come hanno tutti gli slavi, le guance un po' scavate, il taglio mongolo degli occhi che sono chiari, fra il grigio e il verde, e che oggi sorridono ma, e questo lo noterò dopo, se li guardi bene conservano sempre al fondo, sotto la superficie, qualcosa di duro, di maniacale, come se seguissero qualche segreto pensiero. Sono occhi difficili da guardare a lungo Le spalle sono larghissime su un corpo che, affondato in una specie di largo e goffo pigiama, appare più gracile che mai. Ma la cosa più straordinaria è la bocca. Una bocca splendidamente disegnata, perfetta, sensibile, mobilissima, dal pallore intenso di una rosa. Una bocca che si apre spesso a uno strano riso, un po' infantile e un po' ironico” Io ero molto teso. Nureyev era impegnato nelle prove del Meriggio di un fauno, nel pomeriggio aveva un altro spettacolo, l'appuntamento era stato fissato a metà, in modo confuso, dal fotografo, Stefano Archetti, e temevo la fama di scontrosità e sgarberia che Nureyev si portava dietro, la sua pubblicizzata arroganza. E invece fu non direi gentile, che non sarebbe la parola esatta, ma affettuoso e addirittura indifeso. Forse aveva funzionato l'ingenuo trucco di portare con me, con la scusa di farle fare da interprete, mia madre, che è russa. Nureyev si era intenerito e i due avevano cominciato a parlar fitto della grande madre Russia, degli infiniti spazi, della neve, della tundra, di Ufa e di Saratov. Insomma delle cose che entrambi si erano lasciati alle spalle da moltissimi anni. Ma la mossa di portar mia madre si era rivelala anche un'arma a doppio taglio. Purtroppo io conosco male il russo ma quel tanto che basta per capire che mia madre delle risposte di Nureyev riferiva solo ciò che le garbava (e in modo del tutto arbitrario, il che è tipicamente russo) e che modificava anche il tono delle domande che io volevo un po' aggressive e che lei invece addolciva. Quando poi chiesi a Nureyev dei suoi rapporti con le donne mia madre si rifiutò di porre la domanda, le pareva sconveniente chiedere certe cose al “caro Rudy”. Fui costretto a bypassarla, a uscir dal gioco e a rivolgermi a Nureyev in inglese Del resto lui sapeva tutte le lingue compreso anche un poco di italiano che spiccicava male ma capiva benissimo. Sulle donne Nureyev, che fin lì aveva parlato in gran libertà della sua infanzia, del suo carattere, della vodka, del bere, del suo primo maestro, Alessandro Puskin, di Fokine e Balanchine, di Roland Petit e di Petipà, di Ashton e di Gerom Robbins, fu evasivo o, se si vuole, anche troppo esplicito. Disse: «Le donne sono esseri inquietanti, forti come i marinai. Vogliono distruggere e fiaccare l'uomo. Ma non sono cose di cui ho voglia di discutere in questo momento. Parliamo, se vuole, delle donne che conosco meglio, delle ballerine. Ho una grande ammirazione per Margot Fontaine.  Naturalmente io sapevo benissimo dell' omosessualità di Nureyev. Perché era un fatto notorio e perché ne avevo avuto, per così dire, una conoscenza diretta. Nel luglio del '67 mi trovavo in una villa di Montecarlo a una resta di ragazzi “così”, come si chiamavano allora, fra di loro, in codice, gli omosessuali del jet set e il Fuori e la liberazione gay erano ancora di là da venire. A quell'epoca avevo poco più di vent'anni ed ero preda di una sorta di demonismo, ml piaceva frequentare gli ambienti “proibiti”, omosessuali, drogati, alcolizzati e, all'occorrenza, anche un po' di mala. Recitavo la parte dell'angelo che scherzava col fuoco senza bruciarsi le ali (e invece me le  sarei bruciate, eccome, anche se non con i pederasti). A ogni buon conto in quella villa di Montecarlo c'era, quella notte, tutta l'internazionale degli invertiti. E a un certo punto era arrivato anche Nureyev, molto su di giri. Era in una di quelle notti in cui, come mi avrebbe detto anni dopo, gli piaceva “stare insieme alla gente, parlare, ridere, cantare e scherzare”(ce ne erano invece altre che andava a rincantucciarsi, solo, da qualche parte o a disperdersi e dissiparsi chissà dove). In suo onore la vodka correva e molti bicchieri, dopo essere stati tracannati, furono, all'uso russo, buttati alle spalle, possibilmente contro gli specchi della lussuosa abitazione A un certo punto Nureyev afferrò un bellissimo ragazzo, un italiano, e lo trascinò in una danza vorticosa. Subito dopo i due scomparvero nelle stanze superiori della villa.Il Nureyev che sorseggiava caffelatte (ne bevve cinque o sei tazze) nel ridotto-bar del Covent Garden era molto meno inquietante. Ma pure a riposo, infagottato in quel goffo pigiamone che si era messo, si avvertiva in lui una sorta di magnetismo animale, una presenza fortissima. Era come una tigre cucciolona ma pronta a raccogliersi, in qualsiasi momento, per spiccare Il balzo. Nella nostra conversazione il demone che dormiva in lui venne fuori, per un attimo, solo verso la fine quando gli chiesi che cosa voleva dire per lui, nato povero, essere diventato un uomo ricchissimo. Rudy fece una specie di balzo, il suo largo busto si erse sopra di me, dagli occhi, che erano diventati due strette fessure, in cui brillavano tante piccole scintille, mi mandò un lungo sguardo obliquo e disse, con quella sua strana voce cantante e badando bene a scandire le parole, “I am rich of talent”, io sono ricco di talento. Ma si ricompose subito, lo sguardo si velò di ironia anche se sul fondo rimaneva qualcosa di fisso e di inquietante. «Sì, io sono stato un ragazzo povero e so cosa vuol dire vivere con duecento grammi di pane al giorno. E mi fa piacere, ora, avere del denaro soprattutto perché senza denaro ci si può trovare, a volte, in situazioni abiette, terribilmente volgari. E io odio tutto questo. Ma non sono i soldi che contano. I soldi passano e restiamo noi, con quello che ci portiamo dentro, la nostra povertà e la nostra ricchezza sta tutta in noi».E aggiunse, senza che io lo avessi ulteriormente stuzzicato, «Anche il successo passa. Quando avrò finito, quando non potrò più danzare, quando le gambe si saranno fatte pesanti e legnose, quando il pubblico non mi amerà più è solo su di me, su ciò che ho dentro, che potrò contare». Nureyev è stato molto amato, dalle donne, ma, oserei dire, soprattutto dagli uomini. Perchè, ammettiamolo, Nureyev consentiva a quel poco o a quel tanto di omosessuale che c'è in ciascuno di noi di manifestarsi senza compromettersi troppo. Era così bello, così affascinante, così singolare, così campione, che ammirarlo, amarlo, adorarlo era lecito anche a un uomo. Nureyev non è stato solo il Dio della danza. È stato il Dio della bellezza. È stato il Dio della giovinezza. Per questo ci ha fatto male al cuore vederlo ripreso, l'altra sera, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, accasciato sulla sedia, inerte. Non c'era più nulla, nemmeno nello sguardo, dell'affascinante, orgoglioso, prepotente ragazzo che era stato. E io preferisco ricordarlo in quella sera di fine estate di venti anni fa alla Scala. quando ballò solo, sprezzante verso il mondo intero, a cominciare dal pubblico adorante, compreso solo della propria arte, e un tale, interpretando ciò che in quel momento tutti sentivamo, gridò: -Dio!-

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Cosa si aspetta a fermare quell'operazione dell'Onu che porta il nome beffardo di “Restore Hope”, “restituire la speranza”? Non si tratta di essere “irakeni”, comunisti, neocomunisti, ex comunisti, cattocomunisti, terzomondisti, pacifisti ad oltranza come scrive, sull'Indipendente di ieri, Maurizio Molinari. È che, con tutta evidenza, e com'era facile prevedere, la missione dell'Onu è fallita. La spedizione internazionale in Somalia era stata lanciata con l'ambizioso obiettivo di essere “la prima operazione militare-umanitaria della Storia”. Si voleva impedire ai somali di ammazzarsi fra di loro. Può darsi che i somali oggi si ammazzino di meno, però, al loro posto, provvediamo abbondantemente noi, maciullandoli in gran quantità, compresi bambini e donne. Li dovevamo salvare dalla fame e stiamo risolvendo il problema eliminandoli a mucchi. Diciamo di essere andati in Somalia per tagliare le unghie “ai Signori della I guerra” locali, in realtà degli straccioni, e, per farlo, scaraventiamo sul posto un “Signore della guerra” vero (qual è l' America che si nasconde ed opera dietro le bandiere Onu) il quale, avendo ben altre armi, fa sfracelli molto più gravi di quelli che si vorrebbe evitare. Tutto ciò è privo di senso. Forse che un sommalo morto per mano Onu o americana o pakistana o italiana è meno morto di un sommalo per mano somala? Perche i somali non hanno il diritto di risolvere da se le proprie questioni e di avere dei morti ammazzati almeno in conto loro invece che in conto altrui? Perche noi occidentali andiamo sempre ad intrometterci in questioni che non ci riguardano? Il lettore Umberto Gonella mi scrive che ragionare così è ragionar da egoisti. Che noi occidentali, si tratti di Somalia o di Bosnia, abbiamo il dovere di impedire i massacri che avvengono a qualche migliaio o centinaio di chilometri da noi. Che in quanto popoli civili abbiamo il diritto e il dovere di mettere in riga quelli incivili che non sanno resistere alla tentazione di azzuffarsi, che non conoscono la democrazia, che hanno attitudini tribali. In base a queste pie intenzioni secondo Maurizio Molinari e Alberto Pasolini Zanelli bisognerebbe tornare all'istituto coloniale del “mandato” per cui “quando un Paese ha bisogno di aiuto per sopravvivere, un altro si impegna a fornirlo e l'Onu sorveglia tutto” (Molinari, L'Indipendente, 16/6). Bisognerebbe innanzitutto decidere chi decide quando “un Paese ha bisogno di aiuto” (qui custodiet custodes?) e se un Paese dev'essere aiutato a forza, anche contro la sua volontà. Ma, a parte questo, brilla qui la perenne convinzione occidentale di appartenere ad una civiltà superiore. È  un vizio antico che nasce con l'evangelismo e la misericordiosa necessità di portare la “buona novella” a tutti. Su questo vizio oscuro, che segnerà l'intera storia dell'Occidente, sono nati l' eurocentrismo, il colonialismo, l' imperialismo, il totalitarismo, sia quello classico sia quello di nuovo conio, vale a dire il totalitarismo democratico-industriale che considera inaccettabile tutto ciò che é “altro da sé”. Volendo portare il nostro aiuto dappertutto abbiamo distrutto l'equilibrio di interi continenti,  Africa in testa (l' Africa stava molto meglio quando si aiutava da sé). Quando capiremo che gli altri popoli vanno rispettati nella loro diversità, la diversità della loro cultura, della loro tradizione, del loro stadio di sviluppo, della storia che così li ha fatti? Quando noi, che nel '900 abbiamo scatenato due spaventosi conflitti, e che quindi non abbiamo in materia alcuna autorità morale, ci renderemo conto che ci sono situazioni in cui il conflitto è necessario e che fra i diritti dei popoli c'è anche quello, sacrosanto, di farsi la guerra in santa pace senza pelose intromissioni che, come la Storia dimostra ampiamente, finiscono per essere “un tacòn pegior del buso”? Quando la smetteremo di pretendere di portare la democrazia, la prosperità, la pace sulla bocca dei nostri fucili, anzi dei nostri “missili intelligenti”? Se vogliamo davvero fare qualcosa per questi popoli che, con grande nostro scandalo, fanno oggi quello che noi abbiamo fatto fino a ieri, e che per altro continuiamo a fare sulla loro pene (in spirito umanitario, per carità, e in nome della pace, va da sé) l'unica è smetterla di rifornirli delle nostre armi micidiali. Ma questo non sarà mai. Perche nel mondo industrializzato, dell'Ovest come dell'Est, tutto turba le “anime belle” e tutto olet. Tutto, tranne il danaro.