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Se qualcuno avesse avuto dei dubbi sulla pura criminalità di Saddam Hussein questa guerra dovrebbe averglieli tolti. Non perché l'ha dichiarata, ma per come l'ha condotta. Non mi riferisco tanto all'incendio dei pozzi di petrolio kuwaitiani (à la guerre comme à la guerre), ai maltrattamenti dei prigionieri (i primi soldati iracheni catturati, ripresi dalle televisioni, enfiati, pronti a dire tutto sulle posizioni dei loro compagni, non avevano certo l'aria di essere stati maneggiati con i guanti), alle atrocità commesse in Kuwait (la cui reale entità è ancora da accertare, la soldataglia sembra essersi preoccupata soprattutto di rubare), ma al modo in cui Saddam Hussein ha mandato il suo esercito e il suo popolo allo sbaraglio e al massacro. Al primo contatto col nemico i soldati iracheni si sono arresi a migliaia, a decine di migliaia, a centinaia di migliaia, e non solo quelli delle prime linee, affamati e denutriti, ma anche i pretoriani della «guardia repubblicana» che, come ha raccontato un ufficiale dei marines, «erano in condizioni fisiche ottime, perfettamente in grado di combattere». Ciò significa che l'esercito dell'lrak era del tutto impreparato a questa guerra, che il suo popolo non la voleva, che del Kuwait, la «diciannovesima provincia» secondo Saddam, non gli poteva importar di meno. E conferma che il regime di Saddam Hussein si reggeva unicamente sulla polizia, sulla tortura, sul terrore senza avere alcun consenso alle spalle. Non dico questo per infierire sullo sconfitto. Non è mia abitudine. Chi fosse Saddam Hussein l'ho denunciato a suo tempo quando tutti i paesi industrializzati lo rifornivano di armi perché battesse il  «demonio» Khomeini.  E mi fa una certa specie, anzi, sentire oggi i governi occidentali e i loro giornali mettere nel conto delle nefandezze di Saddam la guerra all'lran quando per anni questi governi l'hanno aiutato e questi giornali hanno spinto la propria opera di disinformazione fino a confondere l'aggredito, l'lran, con l'aggressore, l'lrak. L'inconsistenza, morale e psicologica, dell'esercito iracheno ha partorito una guerra che si sarebbe tentati di definire comica se non ci fossero di mezzo tanti morti. Di fronte a 110mila incursioni aeree degli alleati, gli iracheni hanno risposto con una settantina di Scud che hanno fatto tre morti per infarto in Israele. L'unico Scud che ha provocato seri danni è stato quello deviato da un missile Patriot che l'ha indirizzato del tutto casualmente su una caserma fuori Dhahran. Su 110 mila missioni la contraerea irachena ha abbattuto 37 velivoli. Se si fosse comportata come quella egiziana - che non è mai stata un fulmine -nella guerra del Kippur avrebbe dovuto, proporzionalmente, tirarne giù 848. I carri armati alleati sono avanzati nel deserto ad una  velocità operativa di 100 chilometri al giorno. Neanche in autostrada e in tempo di pace avrebbero potuto fare molto di più. A petto dei 100 mila morti iracheni, ce ne sono 165 avversari. Di questi, venti sono stati colpiti, per errore, dagli stessi alleati, ventisette sono le vittime dello Scud precipitato a Dhahran. Nella battaglia di terra ci sono stati una cinquantina di morti alleati. Ora, quando si muovono 520mila uomini armati e decine di migliaia di automezzi, cinquanta morti ci sarebbero comunque (per incidenti vari) anche se di fronte non ci fosse alcun esercito nemico. E infatti quello di Saddam Hussein era un esercito inesistente. Non ha sparato un colpo o, quantomeno, non ne ha centrato uno. La “grande resistenza” degli iracheni, di cui delira Saddam, è stata solo quella puramente passiva, di starsene sotto i colpi e le bombe. Adesso si dice che gli americani hanno finalmente sconfitto la «sindrome del Vietnam» e che il generale Schwarzkopf è un formidabile stratega degno di entrare nell'empireo degli Eisenhower e dei Mac Arthur. Schwarzkopf ha dimostrato di saper muovere, con  grande abilità, precisione e coordinazione, una enorme quantità di mezzi, fra i più variegati e sofisticati, e di uomini. Che sia anche bravo a fare la guerra è ancora da dimostrare. Perchè una guerra non c'è stata. Anche la famosa «grande battaglia» di carri armati davanti a Bassora, dove Schwarzkopf dice di aver messo in atto una manovra «a tenaglia» mutuata dal football americano, si è ridotta ad un tiro al bersaglio dei tank iracheni da parte, soprattutto, dei velivoli alleati. Andare con degli elicotteri e degli aerei su dei carri armati, che non abbiano a loro volta una protezione aerea, è come sparare al Luna Park. Non c'è alcun rischio. Dubito quindi molto che «l'azione di Schwarzkopf nel Golfo sarà studiata» come scrive Il Giorno «per generazioni nelle scuole militari di tutto il mondo». Sarà difficile trovare un altro criminale idiota come Saddam Hussein. Mi pare sia giusto ciò che ha detto sul Corriere il generale Luigi Caligaris, riferendosi alla totale inerzia degli iracheni sul campo di battaglia: «Non ci sono precedenti di questo, ma è assai dubbio che questo sia un precedente». Eppure, rimpiangeremo questa guerra. Anche, e forse soprattutto, noi italiani. Per quanto vi si sia partecipato marginalmente, il conflitto del Golfo è riuscito a produrre da noi alcuni dei benefici effetti che, generalmente, si accompagnano alla guerra. La guerra ha ridato alle istituzioni il loro posto. Durante i 42 giorni del conflitto era ridiventato importante ciò che dicevano, facevano e decidevano il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri, quello della Difesa, cioè gli uomini che coprivano ruoli istituzionali. Spariti i Craxi, i De Mita, i Forlani e l'incessante chiacchiericcio dei partiti. La guerra ha ricompattato un governo eternamente litigioso. La guerra ha fatto riscoprire alla gente che esistono cose più serie di Bagnasco, della Raffai e di Chiambretti. Purtroppo è tutto già finito. I partiti sono subito ritornati all'onor del mondo, il governo a litigare e gli italiani ad imbesuirsi, a milioni, davanti al Festival di Sanremo. Che disperazione.