B.B. “Brigitte Bardot Bardot, Brigitte beijou beijou…” La Bardot è l’unico personaggio dello star system mondiale per cui sia stata creata una canzone, dal musicista brasiliano Miguel Gustavo.
Nata da una famiglia dell’alta borghesia francese, fa la modella e si dedica alla danza, prima di incontrare Roger Vadim, regista franco-russo (è il periodo della calata dei franco-russi a Parigi, Robert Hossein fra gli altri) grande talent scout che porterà sullo schermo, direttamente o indirettamente, una miriade di attrici e di attricette, come Pascale Petit e Francoise Arnoul ‘la Venere tascabile’. Vadim la porterà alla fama mondiale col suo primo film “Et Dieu créa la femme”. Nel film, come in quasi tutti gli altri successivi, B.B. non fa assolutamente nulla, mostra semplicemente il suo corpo, mai però in pose volgari. Non ne ha bisogno. E nemmeno lo desidera. Quando Gigi Rizzi, che le deve la sua fama di playboy mondiale, l’andò a trovare la mattina dopo essersi incontrarti in un locale di Saint-Tropez, non si trovò davanti una donna sulfurea, ma una ragazza che faceva colazione a base di limonate e latte caldo. Perché Bardot è sempre stata molto attenta alla salute, vegetariana, anche per amore degli animali, per i quali si batterà nella seconda parte della sua lunga esistenza.
C’è una fotografia di Loran Terzief, franco-russo anche lui, in riva al mare, in jeans a torso nudo, glabro che porta a cavalcioni, come una bambina, una solare Bardot. E’ il simbolo dell’ingenua malizia dei primi Anni Sessanta che, a differenza del Sessantotto, del femminismo, non sconvolsero affatto i costumi. La Bardot divenne una figura così importante per la Francia, è Marianne sulle monete transalpine, che Simone de Beauvoir scrisse che era importante quanto la Renault per l’economia transalpina e per il suo prestigio.
Fu un simbolo, non un’attrice. Ma, se ben diretta, sapeva anche recitare, come nella “La Verità” di Clouzot del 1960. In quel periodo, a Milano, c’erano solo manifesti di lei che ti guardavano da ogni angolo di strada.
Ebbe l’intelligenza, come Greta Garbo, di ritirarsi molto presto, nel 1973, a 39 anni, per dedicarsi esclusivamente alla sua seconda, e vera, carriera, quella di protettrice, quasi fanatica, degli animali.
Non ha avuto una vita personale felice, ebbe moltissime relazioni e si sposò prima col suo mentore, Vadim e nel 1959 con Jacques Charrier, un matrimonio durato solo tre anni da cui ha avuto il suo unico figlio, Nicolas.
I rapporti con personaggi famosissimi, come la Bardot o come, per restare in Italia, la più modesta Catherine Spaak, di cui io stesso ho avuto esperienza, sono difficilissimi perché non si riesce a scindere il mito dalla realtà di tutti i giorni.
Un po’ di tranquillità la deve aver trovata col suo ultimo marito, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992, che le è stato accanto fino all’ultimo. Auto reclusasi alla Mandrague, la sua residenza storica a Saint-Tropez, era finalmente lontana da fotografi e giornalisti che giustamente detestava.
Non intendo qui occuparmi della sua adesione politica al movimento di Marie Le Pen, di cui tanto si è parlato in questi giorni. Un mito è un mito e vale come tale, come Alain Delon, anch’egli di destra, al quale in qualche modo si apparenta (ne ho già scritto sul Fatto).
Io qui voglio solo ricordare un periodo irripetibile, quello degli ingenui anni Sessanta, quello delle “notti blu” della mia giovinezza.
Il Fatto Quotidiano, 31.12.2025