L’influenza del berlusconismo e della famiglia Berlusconi, con le sue aziende, si fa sentire tuttora, nonostante il capostipite sia morto da quasi tre anni, come ricordavamo anche nel nostro articolo precedente a proposito di lady Minetti, graziata a capocchia dal Presidente Mattarella. Questa influenza, in politica interna ma anche in politica estera, si fa sentire soprattutto attraverso la persona di Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri ma, soprattutto, segretario di Forza Italia, il partito creato dal Cavaliere, cioè, di fatto Tajani è un dipendente di Marina e Pier Silvio Berlusconi che, come notava Travaglio, non sono mai stati eletti da nessuno.
Naturalmente anche altre grandi famiglie italiane, come gli Agnelli, avevano i loro rappresentanti in Parlamento, ma non nel Governo e quindi con funzioni e possibilità di intervento ben inferiori. Mi ricordo in particolare del liberale Catella, rappresentante di un partito, quello liberale, che non contava niente e non ha mai contato niente nella Storia d’Italia, soprattutto dopo la morte di Giovanni Malagodi che un po’ di tempra a questo partito esangue l’aveva portata. In ogni caso tutto avveniva alla luce del sole perché gli Agnelli, scelto il loro uomo, dovevano pur farlo eleggere. Adesso invece Marina Berlusconi, Pier Silvio Berlusconi, Mediaset, si trovano col piatto già pronto, il loro uomo ce l’hanno già, Tajani appunto, senza dover affrontare faticose e comunque insidiose campagne elettorali. Certamente Tajani, che in questo momento si trova in Cina, opera per gli interessi dell’Italia, ma quasi altrettanto certamente per gli interessi di Mediaset, soprattutto dopo che gli americani hanno troncato “la Via della Seta” proposta con molto anticipo dall’allora ministro degli Esteri Luigi di Maio. Così oggi noi italiani dobbiamo subire interamente gli interessi cinesi invece di essere in grado, almeno, di condizionarli.
Precisato questo penso che Tajani sia un buon ministro degli Esteri, anche perché, meno esposto, subisce meno, a differenza di Giorgia Meloni, l’influenza yankee.
In politica estera Tajani segue la traccia di Berlusconi, il tono pacato per mascherare il proprio istrionismo, una politica di appeasement, molto concreta, coi governanti degli altri Paesi, priva però degli infantilismi di Berlusconi che era amico di Putin perché ci giocava a calcio balilla, amico di Gorbaciov perché, benda da corsaro in testa, lo invitava nelle sue case in Sardegna, amico di Gheddafi cui permise di accamparsi a Roma, con tende da Tuareg, e di soggiornare nella caserma Salvo D’Acquisto, un vero eroe italiano e questa, almeno moralmente, è la cosa più spregevole perché D’Acquisto, per salvare dei patrioti presi in ostaggio dai nazisti che li ritenevano responsabili di un attentato a cui non avevano partecipato, si consegnò ai tedeschi e venne fucilato. Aveva 22 anni.
Ma torniamo a Berlusconi. Un uomo molto pragmatico (“Io mi faccio concavo o convesso a seconda della persona che ho davanti”) questo bisogna concederglielo. Quando era in corso da qualche mese la guerra russo-ucraina mandò una lettera aperta a Biden, affermando in sostanza: “Tu dì a Zelensky di trattare immediatamente con Putin, altrimenti gli togliamo gli appoggi militari ed economici”. Ma Rimbambiden, come lo chiama Travaglio, non ci sentì da quell’orecchio e adesso Putin ha sostanzialmente vinto la guerra senza che gli appoggi europei siano serviti a nulla. Berlusconi quindi è un “putiniano ante litteram”? Può darsi, anche se non possiamo sapere quali fossero i motivi che lo muovevano.
Ma naturalmente in tutte le vicende che riguardano Berlusconi non può mancare il suo ributtante cinismo. E non parlo qui della truffa, in combutta con Previti, ai danni della marchesina minorenne Anna Maria Casati Stampa, orfana di entrambi i genitori morti in circostanze drammatiche, perché ne ho scritto tante altre volte e inoltre quella truffa, con buona pace di Marina Berlusconi e di Pier Silvio Berlusconi, è stata accertata da una sentenza della Corte d’Appello di Roma. Ciò non ha impedito a Marina Berlusconi di querelarmi, insieme ad altri colleghi del Fatto, chiedendomi, bontà sua, dieci milioni.
Parlo invece dei rapporti che Berlusconi ebbe col colonnello Gheddafi, rapporti “più che fraterni”, come li definì un mediatore tunisino che li conosceva bene entrambi. Questo non impedì a Berlusconi di approvare l’aggressione alla Libia del Colonnello, del tutto controproducente per l’Italia, ma che interessava soprattutto ai francesi per troncare, a loro favore, i nostri rapporti con Tripoli. Qualcuno sostiene che Berlusconi non fosse d’accordo, ma era o non era lui il presidente del Consiglio, cui spettava l’ultima parola? O prefigurava già Giorgia Meloni che, dopo aver steso il tappeto agli americani è stata mazzolata da Trump, facendo la giusta fine che spetta ai servi?
Gheddafi fu assassinato, brutalizzato, sodomizzato, alla presenza delle truppe francesi che non mossero un dito. E cosa disse il “fraterno amico” Berlusconi? “Sic transit gloria mundi”.
Quando morì Berlusconi, nel 2023, alla fine di un articolo lo ripagammo della stessa moneta, scrivendo: “Sic transit gloria mundi”. Ma, mentre Gheddafi è sparito dalla scena lasciando la Libia nelle condizioni disastrose che conosciamo (i ‘mercanti di morte’ devono pagare una taglia all’Isis per poter lasciare le coste libiche) in Italia, come abbiamo cercato di documentare, il berlusconismo domina ancora la scena.
Il Fatto Quotidiano, 22.04.2026