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Sandro Mazzola, mio coetaneo, è morto alcuni giorni fa a 83 anni. Non ho mai conosciuto personalmente Mazzola, non ho mai tifato Inter, squadra per cui ha giocato sedici anni e che mi è stata sempre particolarmente odiosa e che oggi, beffardamente, ha la sede in via Galilei sotto casa mia. Ho sempre tifato Toro, squadra tragica per eccellenza, Superga, Meroni investito da un tifoso granata che poi sarebbe diventato presidente della società, capitan Ferrini ucciso a 37 anni da un aneurisma, che in quel meraviglioso Torino della “mediana dell’avvenire” -Cella, Rosato, Ferrini- doveva sostituire nei colpi di testa Cella, Caie per gli amici, giocatore di gran classe che non aveva attitudine per questa giocata. Cella giocherà poi nell’Inter all’epoca in cui le maggiori squadre spogliavano il vivaio del Torino di cui era responsabile Vatta. Dopo la tragedia di Superga, dove aveva perso tutti i suoi migliori giocatori, il Torino non poteva certo acquistarne altri di uguale valore, e quindi il vivaio che ha sfornato negli anni alcuni grandi giocatori, Roberto Rosato tanto per fare un solo esempio, stopper tra l’altro della nazionale, che poi verrà acquistato dal Milan perché le grandi società si dedicavano alla spoliazione sistematica dei vivai. Detestavo l’Inter ma non Mazzola perché a Mazzola ero legato da un ricordo sentimentale: suo padre, Valentino, era stato il capitano oltre che della Nazionale, del “Grande Torino” dei cinque scudetti. Ho detto che ho sempre tifato Toro, perché il tifo è un fatto sentimentale, quasi religioso e nella vita si può cambiare tutto: una moglie, una fidanzata, un gusto musicale, ma non il tifo per la propria squadra.

Mazzola l’ho visto giocare, giovanissimo, a San Siro, non però nella prima squadra perché allora, quando lo stadio non era ancora diventato una discoteca, prima della partita era abitudine far giocare i “pulcini”, sia pur con tempi ridotti: 30 minuti per tempo al posto dei canonici 45.

Dopo la tragedia di Superga la famiglia Mazzola si era trasferita a Milano quindi abbiamo attraversato insieme la Milano del primo dopoguerra, non del primissimo, quando per dirla con Hemingway “eravamo molto poveri e molto felici”. Perché è la povertà, non la ricchezza, a creare solidarietà e a saldare amicizie.

Mazzola non era certamente povero ma nemmeno ricco come si potrebbe oggi immaginare, perché il padre era stato famoso durante la guerra, periodo in cui si tendeva a risparmiare, e nel primo dopoguerra quando, a parte una sottile striscia di borghesia, eravamo tutti più o meno poveri. Inoltre, allora, i giocatori non guadagnavano le cifre sesquipedali che guadagnano oggi e non venivano comprati e venduti a suon di milioni di euro o di dollari. Mazzola, Sandro, diventerà ricco in seguito con la sua grande carriera all’Inter (chi non ricorda la staffetta Mazzola-Rivera ai mondiali del ’70?).

Era, quella, una Milano molto diversa dall’attuale, ancora integrata con la campagna. In Via Novara, dove ho abitato io, c’erano ancora gli “orti di guerra”. Filiera corta quindi. Mi ricordo che quando abitavo già nel centro della città veniva un contadino che mia madre chiamava “l’omino delle uova”, perché ci portava appunto i frutti della campagna. Per arrangiarsi si viveva di baratto come nell’Unione Sovietica che ho conosciuto io. Mio padre era direttore del Corriere Lombardo e quindi in casa c’era un mucchio di giornali. Cosa si faceva allora? Li davamo ad un fruttivendolo o ad un verduriere a cui servivano per incartare e lui ci faceva un piccolo sconto. Era la Milano col Coer in man che aveva sorbito le prime migrazioni, quella dal Veneto e dal Sud Italia, senza alzare sbarramenti tipo Salvini. La polemica era bonaria, noi milanesi per la gente del Sud eravamo i “polentoni”, loro i “terroni”. Del resto quelli del Sud, da sempre storicamente più povero del Nord, avevano voglia, oltre che bisogno, di lavorare come forma di riscatto. E Milano, la “capitale morale”, almeno a quei tempi, ha sempre avuto il mito del lavoro, gli operai rispettavano gli imprenditori solo se anche loro “ruscavano”. Ricordo qui un aneddoto divertente ma significativo: un pomeriggio di sabato Angelo Rizzoli jr. entra nell’ufficio del nonno, il fondatore della Rizzoli, e gli dice: “Cumenda –anche in famiglia lo chiamavano così- vorrei partire un paio di ore prima per evitare le code” “Se tu pensi di poter uscire due ore prima degli impiegati e degli operai puoi anche non ripresentarti qui lunedì”.

 La Borsa, che stava in Piazza Affari, era ancora un fatto fisico, con le grida e tutto il resto. In tutta Italia esiste ancora una Borsa come ai vecchi tempi, a San Benedetto del Tronto dove si tratta il pesce.

Da quei vecchi tempi, come ho detto, è cambiato tutto, non solo a Milano, non solo in Italia, ma nel mondo multipolare. Domina la finanza che è in mano soprattutto agli ebrei, ed è uno dei motivi per cui nemmeno Donald Trump riesce a ricondurre Netanyahu a più miti consigli. Ciò che gli Stati Uniti temono è che l’odiosità che Israele si è procurata negli ultimi anni, con le stragi impunite in Palestina, si riversi anche contro di loro che sono i principali sostenitori di Israele.

Comunque sia il Duemila non sarà più il secolo americano (La caduta dell’impero americano, 2018, regia del canadese Arcand) sarà probabilmente della Cina o dell’ISIS. Di tutti i terrorismi possibili quello dell’ISIS è il più pericoloso perché gli ISIS hanno la vocazione al martirio, non gli importa niente di morire tanto poi vanno nel paradiso delle Urì. Comunque ISIS è presente dappertutto: in Afghanistan, ed è il motivo per cui i Talebani ci hanno messo tanto tempo a liberarsi degli invasori occidentali, perché dovevano impegnarsi su due fronti: quello ISIS e quello degli occupanti. In Pakistan, in Somalia dove gli Shebab hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e dopo l’illegittima guerra Nato-americana alla Serbia sono presenti nei Balcani perché quella guerra ha favorito la componente islamica nei Balcani, sono quindi a due passi da noi.

In Europa l’ISIS ha colpito soprattutto la Francia (Bataclan, Stade de France, Nizza). Adesso si sono spostati in Gran Bretagna, perché nessuno mi può togliere dalla testa che gli attacchi alla base di Fairford non sono né russi né iraniani, sono ISIS anche se in modalità leggermente diverse dal solito. ISIS è in stretto collegamento con Hamas perché in Hamas si concentrano due obbiettivi: quello di sorreggere i palestinesi contro Israele e quello più universalistico dell’ISIS di opporsi alle smanie imperialiste dell’intero mondo occidentale. ISIS non è presente negli Stati Uniti perché troppo lontani dalle loro basi. Ma, Trump o non Trump, verrà anche il loro momento.

 

Il Fatto Quotidiano, 01.10.2026