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L’Isis ha già vinto la partita. Non quella di Champions, dove il Madrid ha surclassato una Juventus inerte, fiacca, intimorita, quasi una metafora dell’Italia di oggi, ma la sua. Ora non ha più nemmeno bisogno di sacrificare un kamikaze e neppure di sparare un colpo di kalashnikov o di far balenare i coltelli. E’ riuscito a instillarci una tale paura che provvediamo noi a distruggerci da soli. Quanto è avvenuto in piazza San Carlo a Torino, con più di 1500 feriti, almeno tre ricoverati in codice rosso, è molto più grave, dal punto di vista qualitativo e del significato, di quanto nello stesso giorno avveniva a Londra per due attentati terroristi, dove pur i morti sono stati sette e i feriti 21, tutti gravi. Le scene di isteria collettiva che si son viste a Torino sono state impressionanti. Ora basta un botto, o anche semplicemente che qualcuno abbia l’impressione di aver sentito un botto, che si scatena il panico. E il panico è incontrollabile. Tu puoi anche rimanere freddo, freddissimo, aver capito che non è successo nulla, ma se rimani al tuo posto vieni investito dall’orda urlante e ti devi mettere a correre anche tu, diventandone a tua volta parte. Si sono viste, a Torino, persone urlanti che calpestavano senza pietà coloro che erano caduti a terra, bambini compresi, mentre l’altoparlante continuava grottescamente a dare la cronaca della partita. Per la verità un’eccezione c’è stata: un uomo che aveva visto un bambino a terra, sul punto di essere calpestato, si è messo a gridare “C’è un bambino! C’è un bambino!” e ha cercato di fermare in qualche modo l’orda, ma era un nero, non un italiano.

E’ il benessere che ci ha tolto, a noi europei, a noi occidentali, ogni coraggio. Siamo attaccatissimi alla pelle, alla nostra miserabile pelle. E non siamo disposti a metterla ‘a rischio’ in alcun modo e in alcun campo. Si potrebbe cominciare dal terrorismo della medicina preventiva. Dobbiamo avere sempre tutto sotto controllo. Vaccini contro dodici malattie, alcune delle quali, come il morbillo o la varicella, da sempre considerate innocue, sono un’assurdità. Siamo indotti a sottoporci almeno a cinque o sei controlli ‘di routine’ l’anno, anche quando siamo sanissimi. Siamo costretti a vivere da vecchi sin da giovani. I nostri ragazzi –tranne quelli delinquenti, meno male che esistono- giocano alla guerra sulle playstation, si beano davanti ai tanti film che mostrano stermini virtuali, molti dei quali trasmessi da Sky, ma se fossero messi davanti a un pericolo reale si vedrebbe di che pasta son fatti: dei vigliacchi incapaci di tenere i nervi a posto. E i fenomeni di bullismo e di sadismo, cibernetici o reali, vanno in parallelo e ne sono una conferma. Il sadico è un vile che esercita la sua violenza solo quando sa di essere al sicuro. Come scrive De Sade, che se ne intende, nelle Centoventi giornate, il Duca di Blangis, uno dei più feroci aguzzini della compagnia, “ si sarebbe fatto spaventare da un bambino un po’ deciso e, quando non poteva usare l’astuzia e il tradimento, diventava timido e vile”.

Ho notato che tutti coloro, o quantomeno la maggior parte, che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale, non necessariamente combattendola, almeno quelli che ho fatto in tempo a conoscere, hanno i nervi molto più saldi dei nostri, nonostante i traumi che hanno dovuto subire o, forse, proprio grazie a quelli. Quando si rischia ogni giorno la vita si è più capaci di accettare la morte, a volte anche con una certa noncuranza. Mi raccontava mio padre, che non era un uomo particolarmente coraggioso, che durante un bombardamento angloamericano su Milano si stava facendo la barba prima di andare in ufficio (le donne e i bambini erano stati ‘sfollati’ sulle prealpi del lago di Como o di Lecco, mentre i mariti, cioè gli uomini, che allora esistevano ancora, erano rimasti in città a lavorare) e lui, senza scomporsi, continuò a farsi la barba.

Noi oggi siamo timorosi di tutto. Degli spifferi e degli incroci. Chiamiamo i temporali “una bomba d’acqua”. Ci spaventiamo per un nonnulla.

Ecco perché l’Isis ha già vinto la partita. Con un petardo.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2017