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Questo articolo è dedicato a tutti coloro che mi hanno sempre accusato di avere la fissazione dell'Afghanistan.

Sabato e domenica scorsi ci sono state in Afghanistan le elezioni parlamentari. Elezioni farsa. Per due motivi. Non ci possono essere elezioni libere in un Paese occupato da forze straniere, in questo caso la Nato. Nel 70% del Paese non si è votato perché è sotto il controllo dei Talebani.

Sabato a Kabul un attentato kamikaze degli insorti Talebani ha provocato 15 morti. Nel resto del Paese ci sono stati attacchi talebani a colpi di mortaio a Nangarhar, Kudduz, Ghor, Kunar e altre provincie con un bilancio complessivo di 50 morti e centinaia di feriti. Domenica un ordigno piazzato sul ciglio della strada ha fatto undici morti civili fra cui sei bambini. Attentato non rivendicato e probabilmente attribuibile all'Isis.

Questa serie di tragedie ha risvegliato un sia pur modesto interesse dei media occidentali rivelando cose che noi abbiamo scritto tante volte ma che erano sempre state sottaciute o sottovalutate. Da un paio di articoli di Andrea Nicastro sul Corriere apprendiamo che nel 2013 la media dei soldati dell'esercito 'regolare' afghano morti per attacchi frontali o imboscate dei Talebani erano una decina al giorno, nel 2016 quaranta, nell'ultimo anno sono, secondo una stima approssimativa, 70 al giorno. Più di 20 mila all'anno. Questa è una tragedia nella tragedia. Chi sono i soldati dell'esercito 'regolare'? Sono ragazzi che in un Paese già povero e ulteriormente impoverito dall'occupazione occidentale non hanno altra alternativa che arruolarsi nell'esercito. E infatti ogni anno per quanti vi entrano altrettanti, appena possono, ne escono per fuggire all'estero. E' recente il fenomeno di una emigrazione afghana che non si era mai manifestato in proporzioni così consistenti ed evidenti. Alcuni che si sono arruolati senza avere nessuna motivazione ideale si ribellano. Nei giorni immediatamente precedenti le elezioni un gruppo di poliziotti si è ammutinato a Kandahar, la culla del movimento talebano, uccidendo un numero imprecisato di 'colleghi', molti alti ufficiali, fra cui il capo della stessa polizia Abdul Raziq e il governatore della provincia. Fra le vittime anche un cameramen della tv di Stato Rta. Insomma siamo riusciti a riportare in Afghanistan una guerra civile in grande stile, quella guerra civile cui aveva posto fine il Mullah Omar nel 1996 sconfiggendo i 'signori della guerra' (Massud, Dostum, Eckmatyar, Ismael Khan). Con la differenza che i 'signori della guerra' combattevano per interessi propri, comunque afghani, mentre l'esercito 'regolare' afghano di oggi combatte, si fa per dire, per interessi altrui, cioè degli occupanti occidentali.

I Talebani stanno utilizzando mortai. E questa è una novità perché prima ne avevano in quantità molto ridotta. Si sostiene che i Talebani possono contare oggi sull'aiuto russo. Ed è molto probabile. Putin ha riconosciuto ai Talebani lo status di “movimento politico e militare” (mentre per gli americani sono solo “terroristi”) fatto di cui avevamo dato notizia su questo giornale (“Quei 900 ostaggi italiani a Kabul” Il Fatto 3 giugno 2018). Di questo appoggio russo ai Talebani si danno due versioni diverse che non si elidono ma non coincidono. La prima è che i russi vogliono mettere in difficoltà gli americani in Afghanistan. La seconda è che cerchino di favorire i Talebani contro l'Isis, che i Talebani combattono, perché se l'Isis sfonda in Afghanistan si espande in Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Tagikistan, tutti Paesi  a maggioranza musulmana, prevalentemente sunnita, e si avvicina pericolosamente a Mosca. Questa preoccupazione di Putin l'avevamo anticipata sempre sul Fatto del 3 novembre 2017. Che Putin voglia mettere in difficoltà gli americani in Afghanistan è fuori discussione, ma non vuole eliminare la loro presenza, intende solo logorarli. Altrimenti avrebbe fornito loro quei missili terra-aria che a suo tempo gli americani avevano dato agli afghani quando combattevano i sovietici e che avevano posto fine alla guerra. Del resto in Afghanistan gli americani dal punto di vista militare sono presenti solo con l'aviazione e per rimandarli a casa sono necessarie armi che possano colpire aerei e droni.

Visto che sono impegnati in una guerra che per loro stessa ammissione “non si può vincere” e per la quale hanno speso 1.000 miliardi, l'obbiettivo americano è oggi di dividere il Paese in due, il 70% in mano ai Talebani il resto ai filo-occidentali. Ma non esistono “filo-occidentali” in Afghanistan se non quella parte minoritaria che abbiamo corrotto col denaro. Gli americani contavano anche che dopo la morte del Mullah Omar i Talebani avrebbero avuto un periodo di sbandamento e che ci sarebbe stata al loro interno una lotta per il potere. E questo effettivamente è avvenuto, ma ora i Talebani si sono ricompattati sotto la guida di una diarchia formata dal figlio di Omar, il mullah Iaquob, una sorta di 'garante', e il “capo ufficiale degli studenti”, il mullah Akhdundzada. E sia Iaquob che Akhdundzada, interpretando i sentimenti del movimento talebano, nelle trattative che si sono svolte a Doha hanno posto come precondizione per ogni accordo che le truppe straniere se ne vadano. Del resto questo è il sentimento dell'intera comunità afghana. Tanto è vero che tutti i candidati alle elezioni parlamentari dello scorso weekend avevano nel loro programma il ritiro delle truppe straniere.

Le televisioni hanno fatto vedere donne afghane in burqa che si presentavano compunte ai seggi elettorali. Ora, a parte che sotto il governo del Mullah Omar il burqa non era affatto obbligatorio, lo era il velo come in molti altri paesi musulmani, questa presenza di donne in burqa appare piuttosto curiosa. O sono state mandate lì a calci nel sedere, travestite, dai capi clan che, per opportunismo, appoggiano il governo di Ashraf Ghani o vuol dire che l'occupazione occidentale è fallita anche dal punto di vista di quella 'liberazione femminile' che era uno degli sbandierati obbiettivi dell'invasione, nel 2001, dell'Afghanistan.

 

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2018