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Con la solita sfilata di tweet Trump ha interrotto bruscamente le trattative di pace che da mesi si svolgono a Doha fra americani e Talebani. L’accordo era arrivato a buon punto e su basi ragionevoli. 1. Gli americani avrebbero ritirato nel giro di poche settimane 4.500 soldati ed entro 16 mesi tutte le truppe occidentali, cioè i restanti 9.500 militari Usa e 8.600 della Nato (i tempi lasciati ai militari stranieri per il ritiro è equilibrato perché è chiaro che non si possono smobilitare decine di migliaia di uomini, basi comprese, da un giorno all’altro). 2. In cambio i Talebani si impegnavano a combattere l’Isis penetrato da tempo in Afghanistan. Impegno superfluo perché è dal 2015 che i Talebani combattono l’Isis e se non sono riusciti a farlo efficacemente è proprio perché erano impegnati su due fronti: contro gli occupanti stranieri e contro gli uomini di Al Baghdadi.

I motivi per cui Trump ha deciso questo stop si legano tutti alla politica interna Usa. Il pretesto preso da Trump, cioè l’attacco talebano a Kabul di pochi giorni fa che ha ucciso 12 persone fra cui un militare Usa, è risibile: le trattative non hanno mai previsto un cessate il fuoco tant’è che a petto dei caduti americani ci sono quelli dei Talebani che solo negli ultimi dieci giorni, secondo una dichiarazione di Mike Pompeo, i guerriglieri afgani hanno perso mille uomini. Cioè nella testa di Trump, o di chi per lui, durante questa ‘non tregua’ i bombardieri americani potrebbero continuare a colpire e a uccidere a loro piacimento e i Talebani dovrebbero invece starsene buoni e zitti. Inoltre è impensabile che i Talebani smettano di combattere proprio nel momento in cui le loro possibilità di pressione sugli americani sono più alte. Ridicolo è anche considerare “terrorista” un movimento che occupa, a seconda delle stime, il 60 o l’80 per cento del territorio di un Paese. Putin, che è un po’ più intelligente, ha riconosciuto da tempo ai Talebani lo status di movimento politico, cioè ha di fatto riconosciuto l’ Emirato Islamico d’Afghanistan che era legittimamente al potere nel 2001 prima che gli americani invadessero e occupassero l’Afghanistan. Putin sa benissimo che i Talebani sono gli unici a poter combattere l’Isis e impedirgli di tracimare in Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan avvicinandosi pericolosamente a Mosca.  

Ma quello che ci preme di più sottolineare qui è la consueta e costante ‘disinformatia’ occidentale anche da parte di giornalisti qualificati. Scrive Massimo Gaggi sul Corriere “che il movimento talebano ha rivendicato il suo ruolo a sostegno di Al Qaeda nell’attacco dell’11 settembre”. 1. L’11 settembre mentre tutte le folle dei Paesi del mondo arabo scendevano in piazza per manifestare la loro gioia, fra i tanti attestati di solidarietà e di cordoglio che arrivavano al governo degli Stati Uniti ce n’è anche uno del governo talebano. E’ un comunicato ufficiale: “Bismullah ar-Rahman ar-Rahim (Nel nome di Allah, della grazia e della compassione) Noi condanniamo fortemente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono. Condividiamo il dolore di tutti coloro che hanno perso i loro familiari e i loro cari in questi incidenti. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia. Noi vogliamo che siano puniti e ci auguriamo che l’America sia paziente e prudente nelle sue azioni”. 2. Bin Laden i Talebani se l’erano trovato fra i piedi quando avevano preso il potere in Afghanistan. Non ce lo avevano portato loro ma il nobile Massud perché lo aiutasse a combattere un altro ‘signore della guerra’, Gulbuddin Heckmatyar. Il Mullah Omar aveva una scarsissima opinione di Bin Laden che definiva “un piccolo uomo” e quando Clinton nell’inverno del 1998 propose al governo talebano di far fuori Osama, Omar inviò a Washington il suo ministro degli Esteri Wakil Muttawakil che si dichiarò d’accordo sia pure a certe condizioni (documento del Dipartimento di Stato dell’agosto 2005). Ma all’ultimo momento, inspiegabilmente, Clinton si tirò indietro.

L’altra balla è che i Talebani abbiano l’appoggio del Pakistan, in particolare dei servizi segreti (ISI), e dell’Arabia Saudita. Se l’avessero avuto sarebbero in possesso di qualche missile stinger per abbattere gli aerei Nato, missili che, forniti dagli americani, furono proprio l’arma decisiva per convincere i sovietici a lasciare l’Afghanistan. Senza contare, e non è poco, che sia Pakistan che Arabia Saudita sono alleati degli americani. Qui l’incongruenza logica  è clamorosa: Washington spingerebbe i suoi alleati ad aiutare e appoggiare i propri nemici.

Si vaneggia anche che a Oslo si terrebbero a breve incontri fra Talebani e rappresentanti del governo di Ashraf Ghani. Ghani, come prima di lui l’ancor più impresentabile Karzai, è stato in questi ultimi anni il quisling degli americani in Afghanistan. Non si combatte per 18 anni, lasciando sul terreno centinaia di migliaia di uomini oltre che un numero incalcolabile di vittime civili causate dagli “effetti collaterali”, per trovarsi ancora una volta sulla testa un fantoccio degli americani. A Ghani e alla sua corrottissima cerchia può essere lasciato solo, se va bene, un salvacondotto. In quanto alle elezioni presidenziali, già rinviate due volte, non si terranno mai. Per il motivo molto concreto che i Talebani non permetteranno elezioni farsa perché non altrimenti possono essere chiamate elezioni che si svolgono avendo sul terreno un potente esercito straniero. Sarebbe come se negli anni Trenta fossero state considerate legittime le elezioni in un Paese occupato dai nazisti.

Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2019