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Io faccio il tifo contro l’Italia, benché Mancini abbia messo in piedi una bella squadra, che non è fatta di fenomeni ma che ha un gioco, va costantemente in avanti, abbandonando l’antica abitudine italica, sparagnina ma redditizia, di difesa e contropiede.

Non posso tifare Italia. Non oso immaginare cosa succederebbe se vincesse, come può, gli Europei. Draghi si approprierebbe della vittoria come fecero nel 1982 il presidente Pertini e persino Giovanni Spadolini, premier, che non solo non aveva mai visto un pallone in vita sua, ma era l’uomo meno fisico che si sia mai visto. Il generale Figliuolo, prendendo da Berlusconi (“il Milan vince perché adotta la filosofia della Fininvest”) direbbe che l’Italia vince perché adotta la sua logistica.

Non posso tifare Italia perché è un paese di corrotti, a tutti i livelli, anche i più infimi (alla Canottieri, antico e prestigioso Circolo meneghino per la cui iscrizione si pagano circa 1300 euro, dove vado a nuotare, mi hanno rubato anche le mutande sporche).

Non posso tifare Italia perché non mi ha dato nulla tranne i natali. Vogliamo ricordare Cirano, lo spettacolo televisivo dove, per la prima volta, a 60 anni suonati avevo il ruolo nemmeno di conduttore ma solo di commentatore, bloccato il giorno prima che andasse in onda, senza che nessuno l’avesse visto, dalla filiera Berlusconi-Socci-Cattaneo e il don Abbondio leghista Marano? Vogliamo ricordare Pagina, il bellissimo settimanale diretto da Aldo Canale, stoppato dai socialisti che ci fecero togliere tutta la pubblicità? Vogliamo ricordare che quando Guglielmo Zucconi mi propose per la vicedirezione del Giorno si mise di traverso il mio ex compagno di banco Claudio Martelli (facendomi, in realtà, senza saperlo, un favore, perché io non so dirigere neanche me stesso)? Vogliamo ricordare l’ostracismo, costante, continuo, capillare, che mi è stato fatto per anni da tutti i principali network televisivi e radiofonici, berlusconiani e non, per cui io posso essere invitato dall’Università di Kyoto a tenere una conferenza ma non da Lilli Gruber la cui carriera comincia perché davanti allo schermo non si mise difronte ma di traverso, una vera genialata, di grande spessore, giornalistica? Certo, ci sono giornalisti anche importanti che mi stimano (e in passato giornalisti anche più importanti, da Montanelli a Bocca, ma quelli erano altri tempi). Ma mai che a qualcuno di costoro venga in mente di nominarmi anche quando sarebbe ovvio. Dopo il ritiro delle truppe occidentali dall’Afghanistan le Tv e i giornali hanno intervistato tutti, ma proprio tutti, anche gente che a malapena sapeva dove si trova quel Paese, ma non me che in una serie infinita di articoli e in un libro (Il Mullah Omar) quella sconfitta avevo previsto da tempo. Devo ringraziare Giorgio Dell’Arti che su Anteprima ha ripreso per intero il mio ultimo pezzo su Afghanistan, ma Dell’Arti, come Antonello Piroso, come Cesare Lanza, è uno di quelli che si son messi fuori dal coro e sono stati di fatto estromessi dal mestiere.

No, non posso proprio tifare Italia. Tifo Belgio, nonostante i nostri cugini d’Oltralpe chiamino i belgi, non senza qualche ragione, dei “francesi stupidi” (mi pare che questa icastica definizione sia del solito Baudelaire). Tifo Belgio perché vi gioca quello che, a parer mio e non solo mio, è oggi il miglior giocatore del mondo, Kevin De Bruyne. Anche questo cognome ha per me un qualche significato. Il ciclista Fred De Bruyne faceva parte di qual formidabile gruppo di corridori belgi, Rik van Steenbergen, Rik van Looy, Stan Ockers, Leon van Daele, che negli anni Cinquanta dominarono, insieme agli italiani, Coppi e Bartali su tutti, e ai francesi, Louison Bobet, Jacques Anquetil, lo sfortunatissimo Roger Riviere, in quel campo e mi ricordo un tempo in cui non solo i nostri ciclisti erano migliori, ma gli italiani erano migliori, per onestà, spirito di solidarietà (chi non ricorda lo scambio di borracce fa gli arcinemici Bartali e Coppi?), senso di appartenenza nazionale.

Io, come Giorgio Gaber, all’Italia di oggi non mi sento di appartenere. Ma torniamo al calcio dei nostri giorni. Giovedì s’è giocata la partita Danimarca-Belgio. C’è stato anche un momento di autentica commozione, non retorica alla Fabio Caressa, quando l’arbitro olandese Kuipers ha fermato il gioco e in omaggio allo sfortunatissimo Chris Eriksen si è messo ad applaudire, seguito dai giocatori e da tutti i tifosi, danesi e belgi. Un minuto di applausi che Kuipers non ha ritenuto nemmeno di dover recuperare.

È stata una partita bellissima. I danesi motivatissimi, per tutto il primo tempo non han fatto toccar palla ai belgi che pur sono molto più tecnici. In campo sembrava che ci fossero solo loro. Il risultato del primo tempo era 1-0 per i danesi.

A questo punto l’allenatore del Belgio Martinez si è trovato difronte a un dilemma. In panchina aveva De Bruyne, ma De Bruyne solo venti giorni fa, nella finale di Champions, era stato vittima di uno spaventoso incidente, testa contro testa, che gli aveva spaccato il setto nasale e l’arcata sopraccigliare, era stato al limite del collasso. Martinez pensava di risparmiarlo per le partite a seguire se il Belgio avesse passato il turno. Ma con quell’1-0 il turno poteva non passarlo affatto. Quindi, alla disperata, ha mandato sul terreno di gioco De Bruyne, senza poter sapere quale fosse la sua condizione fisica e soprattutto mentale. Con De Bruyne in campo è stata un’altra partita. Prima un assist meraviglioso, con una finta mette a sedere due avversari, potrebbe tirare lui ma passa ad Thorgan Hazard completamente libero, poi si mette in proprio e segna il gol decisivo del 2-1. Raramente ho visto un giocatore, si chiami pure Cristiano Ronaldo, cambiare in questo modo il corso di una partita.

Quindi forza Kevin e fanculo Italia, con tante scuse a Mancini e ai suoi bravissimi ragazzi.

Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2021