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C’è voluto del bello e del buono perché si accettasse che l’attentato Isis a Mosca fosse davvero dell’Isis. C’è voluta una documentazione, anche fotografica, inconfutabile. Solo la Russia si ostina a puntare sugli ucraini come mandanti, mentre la Turchia parla nebulosamente, senza uno straccio di prova, di appoggi di non si sa bene quali “servizi segreti esteri”. Ora l’Ucraina non solo non è una criptoalleata della Jihad, ma ne è una potenziale vittima. Per Isis infatti tutti coloro che appartengono all’orbita culturale occidentale, in questo senso Russia compresa, sono i nemici da combattere. Insomma ci è voluto del bello e del buono perché si accettasse l’Inaccettabile e cioè che sulla scena mondiale si affacciasse un “terzo attore” come ha scritto Goffredo Buccini sul Corriere (29.03). In realtà questo “terzo attore” esisteva già da tempo, ben prima che nel 2013 fosse fondato lo Stato Islamico con la guida di al-Baghdadi, l’attentato di Mosca l’ha solo pantografato.

Come ho scritto in quell’occasione, secondo me è stato un errore abbattere lo Stato Islamico che si era radicato a Raqqa e Mosul. Perché lo Stato Islamico aveva un territorio individuato e circoscritto e un capo preciso, al-Baghdadi, con cui si sarebbe potuto prendere anche accordi e non è nemmeno vero che fosse, come scrive Buccini, un’“enclave dell’orrore”: seguendo i dettami della Sharia e più in generale della concezione islamista per cui alle donne spetta la cura della famiglia, agli uomini il suo mantenimento (tanto che molte compagne di foreign fighters venuti dall’Europa accorsero a Raqqa) alle donne erano assicurate cure in gravidanza e nella fase successiva, quella dedicata all’accudimento dei figli. E parecchie donne erano anche combattenti, una parità di genere che dovrebbe incuriosire l’Occidente dove a combattere sono gli uomini e alle donne spetta, quasi sempre, la funzione delle “crocerossine”.

Adesso Isis è una galassia difficilmente individuabile sparsa in tutto il mondo se si escludono i Paesi sudamericani e, per il momento, ma solo per il momento, Stati Uniti e Canada perché troppo lontani territorialmente dalle basi Isis in Europa e in Africa. E se si esclude la Cina che anche in questo caso fa storia a sé, per cui in realtà si dovrebbe parlare non di terzo ma di “quarto attore”. Isis sta in Somalia dove gli Shabaab hanno giurato fedeltà e sottomissione allo Stato Islamico, sta in Mali, sta nel Sahara, sta nelle Maldive, sta in Pakistan, sta in Bangladesh, sta nei Balcani, sta in Europa anche se per ora solo come potenziali “lupi solitari” non organizzati fra di loro. Sta in Egitto, soprattutto in Sinai, per cui sconsiglierei oggi una vacanza a Sharm el-Sheikh. Scrive sul Giornale (19.03) Alessandro Sallusti, che di tutto s’intende tranne che di geopolitica: “Al Sisi (…) è l’ultimo baluardo contro il dilagare dell’islamismo estremista religioso e politico verso l’Europa”. Invece questo nobile generale tagliagole e golpista è all’origine del radicalismo islamico in Egitto. Col suo colpo di Stato del 2014 fece fuori i Fratelli Musulmani, all’epoca islamici non radicali ma moderati che durante il loro breve governo (un anno e mezzo) non avevano imposto alcuna Sharia, uccidendone 2500 e mandandone altrettanti nel limbo dei desaparecidos. E molti dei Fratelli hanno aderito all’Isis. Un po’ come quello che avvenne nel 1991 dopo le prime elezioni libere in Algeria vinte dal Fis, Fronte Islamico di Salvezza, anch’esso di un islamismo moderato, per ribadire nel sangue, con l’appoggio dell’intero Occidente, il governo dei generali tagliagole che era stato sconfitto. E così oggi Isis è presente in Algeria, nel Maghreb, com’è presente in Libia dopo la defenestrazione violenta e totalmente illegittima secondo i dettami del diritto internazionale (che valgono solo quando gli aggressori sono gli altri, vedi Russia, non quando siamo noi) del colonnello Gheddafi. Oggi gli scafisti per lasciare le coste libiche devono pagare una taglia all’Isis che tra le decine di gruppi combattenti che si sono creati in quel Paese è il più forte perché meglio organizzato. Isis è presente naturalmente in Iraq e in Siria. Isis è presente anche nell’Afganistan talebano. Se si esclude la distruzione di Iraq e Mosul, i Talebani sono stati i soli a combattere seriamente Isis. Ma dovendo combattere contemporaneamente anche con gli occupanti occidentali, Isis è riuscito a rimaner presente anche in Afganistan. L’11 gennaio 2023 c’è stato un attentato kamikaze Isis a Kabul, con cinque morti, da cui, anche se su questo particolare si è sorvolato, risultò che più di 200 donne lavorano come magistrati, anche in posizioni apicali, alla Corte Suprema afgana. Con tanti saluti alla vulgata secondo la quale le donne nell’Afganistan talebano non hanno diritto al lavoro.

Isis combatte al fianco di Hamas nella guerra israelo-palestinese. Ma gli obiettivi dei due movimenti sono molto diversi. Hamas vuole spazzar via dalla faccia della Terra Israele, Isis ha obiettivi più globali, vuole spazzar via gli “infedeli” da tutto il globo. Per questo gli Isis simpatizzano con gli Houthi ma al tempo stesso ne diffidano perché gli Houthi, oltre ad avere una storia particolare, sono un’emanazione dell’Iran, anch’esso nel mirino della Jihad perché l’Iran, in sostanza persiano, ha di fatto troppi traffici con gli Stati degli “infedeli”.

Naturalmente negli anni anche lo Stato Islamico si è raffinato. Lo abbiamo visto proprio nel recente attentato a Mosca col metodo di reclutamento per cui ottengono finanziamenti non coi canali tradizionali, carte prepagate e bonifici, ma semplicemente facendo avere direttamente soldi, in altro modo, ai kamikaze che non sono necessariamente affiliati all’Isis ma provengono dalle legioni di poveracci che per 5000 dollari sono disposti a tutto. L’ordine Isis era: uccidete chi vi pare purché siano degli “infedeli”. Anche un abitante delle banlieue parigine o delle periferie milanesi o romane può, per questo motivo, rivelarsi improvvisamente una manovalanza Isis. Credo però che l’Italia sia per il momento abbastanza al sicuro. Per i suoi vizi, non per le sue virtù. Roma è un tale crocevia di traffici illeciti, di armi, di stupefacenti, di malavita mafiosa in tutte le salse che non conviene a nessuno svegliare il can che dorme, cioè nemmeno gli inefficienti servizi segreti e polizieschi italiani, per quanto inefficienti.

Il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2024