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In un articolo comparso sulla prima pagina del Corriere della Sera del 13 ottobre («Ma dietro la volgarità c'è solo violenza»), Francesco Alberoni denuncia la «grossolanità», la «volgarità», la «mancanza di creatività» dell'«epoca presente». lo spegnersi di «ogni luce ideale» in una società dominata dal materialismo. In un'epoca come questa, scrive Alberoni. «la gente finisce per credere che tutto sia apparenza, effimero. Si crede saggia ed è soltanto cinica, si crede forte ed è soltanto grossolana. Il politico delle epoche grossolane ignora l'elettorato. Ignora la società. Non parla nemmeno più di riformare o migliorare il Paese. Il suo unico problema è il potere... Nel cinema i registi perdono ogni creatività e si convincono che il cinema è morto, mentre sono morti solo il loro cuore e la loro mente... La gente delle epoche grossolane vuole fare in fretta. Vuol avere subito successo, senza porsi il problema di meritarselo. Non sente il bisogno di fare le cose bene». E fin qui niente di nuovo. sono sentimenti nell'aria da qualche tempo. Solo che appena sette mesi fa esatti, il 13 marzo 1986, lo stesso Alberoni ha scritto sullo stesso Corriere, sulla stessa prima pagina e addirittura nella stessa posizione (taglio basso a destra) un articolo, «La vita è bella, siamo nei dorati anni Ottanta». in cui sosteneva la tesi precisamente opposta. In quell'articolo Alberoni affermava che gli anni che stiamo vivendo sarebbero stati ricordati nei secoli a venire appunto come i «dorati anni Ottanta», in senso materiale e morale. Partendo da un turibolante elogio dell'apparenza e dell'effimero per eccellenza, la moda, Alberoni si prosternava, sbigottito e grato, davanti alle «pellicce voluttuose... le paillettes, la bigiotteria sfarzosa, i gioielli, l'oro... i tappeti preziosi... i cibi squisiti, i liquori. gli amari, gli aperitivi, i vini pregiati... la Borsa». Poi, venendo al sodo, scriveva: «Ma vi è, nel contempo, il gusto del successo sociale, dell'eleganza, il gusto di piacere. Sono ritornate le feste, i ricevimenti, le buone maniere. Lo slancio vitale, però, si esprime anche in forme scatenate, come nell'amore per le macchine veloci, per le potenti fuoristrada... Anche il nostro cinema è in ripresa dopo la stagnazione degli anni Settanta. Sono apparsi nuovi registi e nuovi attori... Sul piano politico la conflittualità è diminuita e abbiamo un governo incredibilmente stabile. Vi è anche un fermento di opere pubbliche, di grandi progetti. Si diffonde l'insofferenza per il brutto. per il malfatto, per il mediocre, per il press'a poco...». Tutto questo dorato splendore degli anni Ottanta, secondo l' Alberoni di sette mesi addietro, derivava dal fatto che «anche nel nostro Paese si sta affermando, in modo irreversibile, lo spirito del capitalimo ed il gusto della modernità». Fino a poco tempo fa pensavo che Alberoni fosse, tutto sommato, un personaggio innocuo, il capostipite di quella  sociologia dell'ovvio (da affermazioni ovvie si traggono conseguenze altrettanto ovvie) che, per quanto acqua fresca, è sempre meno perniciosa della sociologia dell'arbitrio (la linea, per intenderci, Ida Magli-Roberto Guiducci: si parte da una premessa del tutto arbitraria per trarne una serie di conseguenze altrettanto arbitrarie quanto perentorie). Insomma un personaggio solo folcloristico. Ma guardando la sua ormai lunga carriera sono propenso a credere che Alberoni sia il prototipo infantile di qualcosa di molto serio e significativo. Negli anni della contestazione e del Sessantotto, Alberoni è stato uno dei più illustri «cattivi maestri». Allora sosteneva, e guai a contraddirlo, che «tutto è politico». Con il riflusso è diventato uno dei vessilliferi del «privato», dell'edonismo straccione o del «Nuovo Rinascimento», com'egli lo definisce. Adesso, avvertendo che le cose potrebbero ancora mutare, cambia nuovamente le carte in tavola senza dare il minimo segno di turbamento e di resipiscenza. In realtà il prototipo-Alberoni si inserisce in uno dei due grandi filoni del trasformismo intellettuale italiano: quello di chi, dopo aver fatto di tutto per tenerle chiuse, sfonda le porte aperte dagli altri. L' altro filone è quello del «pentitismo», che ha caratteristiche solo in apparenza diverse perché il «pentito» riconosce gli errori di ieri solo per poter continuare a dare lezione agli altri. Comunque sia il trasformista italiano, a quale dei due filoni appartenga, ha questo di parti- colare: che non si accontenta di passare, al momento opportuno, nel campo avverso, ma suole, come dire, «scavalcare a sinistra» gli avversari di ieri. Diventa, per dirla con Nenni, «il più puro dei puri» che epura tutti gli altri. Insomma, anche come trasformista è un estremista. Ciò spiega, tra le altre cose, lo straordinario caso di quaranta milioni di italiani fascisti che divennero, in un sol giorno, quaranta milioni di antifascisti cosi intransigenti e settari da sembrare dei fascisti (da cui la memorabile frase di Mino Maccari: «I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti». E viene l'amaro sospetto che non ci sia speranza per le buone cause. Le buone cause possono essere solamente quelle perdute. Altrimenti vengono inesorabilmente impugnate e sventolate come bandiere vittoriose da chi, avendole in ogni modo avversate, se ne appropria e le usa proprio contro coloro che per esse si erano battuti.