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Karl D. Bracher interpreta la storia del nostro secolo («Il Novecento, secolo delle ideologie», Laterza, lire 38.000) come lotta mortale fra dittatura e democrazia, fra le ideologie di tipo totalitario, fascismo, nazionalismo, comunismo con le loro più recenti varianti terzomondiste, e la democrazia liberale che egli sembra considerare quasi una non-ideologia o quantomeno la più pragmatica delle  ideologie, la meno ideologica, sicuramente la meno intollerante (anche se  è costretto ad ammettere che è proprio con la Rivoluzione francese -che sta alla fonte della democrazia liberale -che si inaugura l'era delle ideologie e dei totalitarismi moderni attraverso  le pretese universalistiche, di proiezione oltre i confini dello Stato francese, che quella rivoluzione ebbe). La lotta fra totalitarismo e democrazia, secondo Bracher, ruota a sua volta intorno all'idea, tutta moderna, di progresso. «Il liberalismo» scrive «è cresciuto insieme alla moderna idea di progresso». Perciò ad ogni crisi del progresso o dell'idea di progresso corrisponde una crisi della democrazia ed una crescita delle “seduzioni totalitarie”, come è avvenuto fra le due Guerre con la nascita del comunismo, del fascismo, del nazismo, e come si è ripetuto con i movimenti giovanili del '68. I totalitarismi di destra e di sinistra hanno in comune il disprezzo per la democrazia, ritenuta inadeguata a i fronteggiare le enormi lacerazioni sociali prodotte dalla modernizzazione, ma si distinguono per l'atteggiamento che assumono di fronte al progresso. Le ideologie di destra, irrazionalistiche, sono pessimiste nei confronti del progresso, non ci credono (anche se lo usano, il nazismo si distinse per l' uso della tecnologia nella propaganda oltre che, naturalmente, nel settore militare). Le ideologie totalitarie di sinistra, razionaliste, almeno in origine, credono al progresso, però non a quello reale, concreto, acquisito, ma a quello a venire ed esse rilanciano a tal punto su un progresso futuro da diventare, a loro volta, delle utopie irrazionalistiche o dei puri strumenti di potere e di sopraffazione.  Secondo Bracher l'unica ad aver un rapporto realistico, concreto, razionale col progresso è la democrazia liberale, in particolare nelle forme che assume negli Usa, «il più grande presidio del progressismo e la democrazia liberale  più avanzata dal punto di vista tecnologico». Il risultato della impostazione di Bracher è che qualsiasi critica al progresso, al razionalismo e persino all'americanismo si trasforma per lui in un attentato, tout court, alla democrazia. Bracher diventa così una sorta di Lukacs liberale che ficca nell'inferno antidemocratico non solo Nietzsche, Pareto, Mosca, Ortega y Gasset, Bergson, Spengler, come è comprensibile, ma onesti e democratici critici di alcuni aspetti della democrazia liberale come Durkheim, Tonnies, Simmel, Kelsen, Carl Schmitt e addirittura Max Weber; scrittori come Mann, Gide, Hemingway, Pound, Joyce, Eliot, Hamsun, Steinbeck, Dos Passos, Malraux, Kierkegaard e l'intera scuola di Francoforte, Adorno, Horkheimer, Habermas. Nella Cayenna antidemocratica, del liberale Bracher, finiscono, in quanto dubbiosi nei confronti del progresso, anche Tolstoi, Gandhi, i “verdi” e tutti i movimenti  ecologisti e pacifisti moderni. In questo modo Bracher finisce per contraddire clamorosamente il suo assunto e dimostrare, non volendolo, che anche la democrazia liberale, se assunta come bene assoluto, diventa totalitaria o quantomeno intollerante come un' ideologia totalitaria.