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Alcuni dei più rinomati ristoranti parigini, come «La tour d'argent», «Lasserre», «Taillevent», hanno deciso di attuare una sorta di “numero chiuso”: gli stranieri, e in particolare gli americani, non possono essere, ogni sera, più del 20-30 per cento della clientela. Molti se ne sono scandalizzati, considerando questo contingentamento una forma di razzismo o, quanto meno, di inammissibile protezionismo. Ma perché scandalizzarsi? I proprietari dei ristoranti in questione hanno dato spiegazioni abbastanza convincenti del perché sono costretti a difendersi in un modo così drastico dall'abnorme invasione dei turisti stranieri. Ha detto Claude Tarrail di «La tour d'argent»: «Un americano che udisse solo dei compatrioti attorno a lui sarebbe deluso dal viaggio». E Renè Lasserre: «Quando vado nel Bearnese ho voglia di udire l'accento locale». Più crudo è stato Jean-Claude Vrinat di «Taillevent»: «Sono i francesi che hanno creato un locale come il nostro. Gli altri vengono soltanto per sentito dire, quando la fama si è consolidata. Bisogna rispettare questa clientela tradizionale». Naturalmente dietro questo episodio in sé marginale si intravedono le più generali ed inquietanti ombre di alcuni dei più conclamati frutti della civiltà tecnologico-industriale, il turismo di massa, la vacanza, il tempo libero, che si stan pian piano rivelando per quel che sono: dei frutti avvelenati. Il turismo, tanto per far qualche esempio, sta letteralmente distruggendo alcune delle più belle città italiane. Firenze, come Venezia, oggetto ormai d'un assalto così massiccio che visitarle è diventata una sofferenza inutile e viverci un'impresa defatigante. La costa ligure-francese, un tempo meta prediletta dei ricchi inglesi e americani, è un'unica striscia di cemento, da Sestri Levante a Cannes, ma si può dire che, in pratica, non c'è luogo, città, costa, mare, opera d'arte, ristorante al mondo che non sia devastato da quell'esercito di cavallette che noi, turisti in marcia, siamo diventati. E se qualche enclave ancora resiste si può star certi che su di essa stan già puntando le agenzie di viaggio per portarvi carovane di americani, di sudamericani, di giapponesi, di europei e per distruggerla con la massima e scientifica diligenza. Il contrappasso maledetto del turismo di massa é che, come un moderno supplizio di Tantalo, distrugge il bene che vorrebbe consumare nel momento stesso in cui lo avvicina. Il fatto è che il turismo di massa, come del resto la società di massa, si porta addosso una contraddizione in termini: esso infatti vuoi consumare quei beni che il sociologo tedesco Ralph Dahrendorf ha chiamato posizionali, cioè che sono tali solo se vengono usufruiti da una o da pochissime persone. È  bello, per esempio, avere una casetta isolata in montagna, ma se questa casa la voglion tutti ecco che il bene si è bell'e  dissolto (ed hai Cervinia, Cortina, Madonna di Campiglio). Non c'è forse emozione estetica, e non solo estetica, più profonda ed appagante dell'ammirare un'opera d'arte, ma se con te ci sono altre mille persone, che insieme si premono, si disturbano, si infastidiscono, quella emozione è perduta. Ma il veleno che il turismo di massa si porta con sé non è solo quantitativo, è qualitativo. Esso rende fatalmente inautentico tutto ciò che tocca e lo riduce a parodia. Sulla piazza Djmma EI Fna' di Marrakech viveva, fino a non molti anni fa, il più straordinario medioevo arabo con i suoi mercanti, i commerci minuti, i cammelli, le granaglie, gli incantatori di serpenti, i cantastorie, i mangiatori di chiodi, gli storpi, i ciechi, i mendicanti; oggi il turismo se ne è impadronito, quella piazza è diventata lo zoo di se stessa e i suoi abitanti non vendono più i loro manufatti, per poveri che fossero, ma ciò che resta del loro folclore, cioè lo spettacolo malinconico di se stessi. Del resto tutto il mondo è ormai in vendita. Le bellezze della natura, dell'arte, i costumi, le abitudini gastronomiche, le tradizioni, gli usi religiosi non sono che parte di un pacchetto di prodotti da vendere. Ed il presidente della Cit, Carlo Mole, in un'intervista, può esprimersi, senza ombra di tremore, in questo modo: «Il problema di fondo è la scarsa competitività del nostro Paese sul mercato turistico, vendere il prodotto Italia è sempre più difficile. Altri Paesi si vendono a prezzi più convenienti». In questo postribolo vendere e prodotto sono le parole chiave. Le agenzie vendono viaggi, vendono settimane di vacanze, vendono tempo libero e li chiamano i nostri prodotti, come fossero detersivi. E questo business è diventato così colossale, così determinante per le bilance dei pagamenti di molti Paesi, che non possiamo più farne a meno, che dobbiamo anzi davanti ad esso genufletterci reverenti e riconoscenti perché ci dà di che vivere, anche se distrugge le nostre città, le nostre coste, i nostri mari, le nostre montagne, le nostre tradizioni e le nostre emozioni. Eppure ci sono stati tempi in cui la gente viveva e mangiava lo stesso, nei quali visitare una chiesa, ammirare un' opera d'arte, fare un bagno in mare non erano prodotti da comprare, divertimenti eterodiretti e semicoatti da pagare a caro prezzo, ma libere emozioni che chiunque si poteva permettere, magari davanti all'uscio di casa. E certo i nostri recenti antenati si sarebbero molto sorpresi se qualcuno avesse cercato di vendergli le loro ore di riposo.