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Il solito settimanale di sinistra-che-più-a-sinistra-non-si-può, parlo di Panorama, ci informa che c'è un grande ritorno della mondanità. «Il frivolo» scrive il settimanale «ha abbandonato i confini dei giornali specializzati in cronaca rosa, i carnet dei mensili di moda, ed è entrato di prepotenza sulle colonne dei quotidiani più impegnati, nelle pagine dei periodici di informazione. Se ne leggono per tutti i gusti. Descrizioni minuziose del vecchio smoking blu di Caraceni indossato ad una sfilata da Gianni Agnelli; elenchi di debuttanti al ballo della Croce Rossa; reportage sulle feste nostalgiche al suono di valzer; cronache di party in cui il ministro socialista Gianni De Michelis ed il deputato del Pci Renato Nicolini hanno mostrato di gradire molto un gelato di petali di rosa canina...». Insomma «quasi tutti i giornali, anche di sinistra, hanno riscoperto il fascino della mondanità, del pettegolezzo sul salotto che conta, dei segreti della jet-society. E  tutto ciò, come scrive Panorama, altro non è che «una sorta di autocelebrazione interna di un'elite che si sente vincente». Tutto è bene quel che finisce bene. Solo che non si riesce a capire perché quando a queste stesse mondanità e a queste stesse feste si abbandonavano i ricchi degli anni '60 venivano descritti, da quegli stessi giornali impegnati e di sinistra, come degli «sporchi capitalisti borghesi che ostentano offensivamente la propria ricchezza», mentre adesso si tratta di giulive e liberatorie celebrazioni di «un'elite che si sente vincente». Forse perché a questi riti mondani partecipa il comunista Renato Nicolini? O forse perché vi circolano una minor volgarità, una minore arroganza, una minore stupidità? Non sembrerebbe; «torte a forma di fallo» c'erano alle feste degli Agusta e falli a forma di torta, spesso impugnati dalla padrona di casa, ci sono alle feste di Marta Marzotto. O forse questa nuova ricchezza è, in qualche modo, più legittima? Non pare proprio, anzi si direbbe il contrario: Negli anni '50 e '60 i protagonisti dei riti mondani erano, di solito, degli onesti cumenda che almeno qualche fabbrichetta ce l'avevano e lavoro a qualche operaio lo davano, adesso questa «elite vincente» è fatta di finanzieri dalle dubbie origini, di palazzinari, di nobili feneant riverniciati con pruriti di sinistra, di apparatnicki di partito che hanno accumulato, in pochi anni, fortune inspiegabili. O forse, ancora, quei riti mondani e quelle feste sono meno offensivi perché la ricchezza, oggi, è meglio distribuita e minore è il distacco fra le classi sociali? Neanche per sogno. Secondo dati della Banca d'ltalia riferiti al 1980, il dieci per cento degli italiani più ricchi detiene il 30% del reddito complessivo, mentre al dieci per cento più povero spetta il 2,4%. E secondo il rapporto Censis del 1983 il 6,7% delle famiglie detiene il 42 per cento della ricchezza nazionale e il 15,8 per cento si spartisce addirittura il 66 per cento del totale. Per contro il 47,8 per cento, cioè quasi la metà della popolazione, ha lo 0,8 per cento della ricchezza totale. Allora dieci anni di '68, di contestazione, di parole rivoluzionarie, di enfasi tribunizie, di forsennati egualitarismi sono passati per nulla se ci ritroviamo qui a celebrar gli stanchi riti di ieri nelle stesse condizioni di ieri? Sì, essi sono serviti solo, abolendo il merito, a togliere, agli appartenenti ai ceti medi o medio-bassi, ogni speranza di miglioramento, ad appiattirli e a spingerli verso le soglie- dell'indigenza. Per il resto, la società è rimasta sostanzialmente la stessa. Non si tratta di un fenomeno solo italiano. Nella Spagna da poco redenta dal franchismo, il premier socialista, Felipe Gonzalez, viene pescato che scorrazza sullo yacht sardanapalesco che era stato di Francisco Franco, mentre nella cittadina esclusiva di Marbella, nel centro di una delle regioni più derelitte del Paese, l' Andalusia, si consumano sperperi tali da far dire al vescovo di Malaga, monsignor Buxarrais, che «le sghignazzate dei ricchi soffocano le grida dei poveri». Del resto, questo è il destino di ogni rivoluzione, piccola o grande che sia. Meglio che vada, non fa altro che sostituire ad un'elite un'altra elite, in genere un tantino più indecente della prima. A cominciare dalla Rivoluzione francese: i borghesi non fecero altro che prendere il posto dei nobili nello sfruttamento dei contadini (quando non si trattava degli stessi nobili riverniciati da borghesi). Lo storico Pierre Goubert (storico di sinistra, insospettabile di pruriti nostalgici), che ha condotto recenti e documentatissime ricerche su alcuni possedimenti francesi nell'arco di tempo 1780-1840, scrive: «Le conclusioni sono categoriche: quasi tutti gli antichi diritti che andavano sotto la denominazione di diritti fondiari (legati alla proprietà della terra) vennero incorporati, nei nuovi affitti o contratti: i gravami subirono pochi o punti mutamenti». La verità è che la rivoluzione s'è rivelata sempre un'irraggiungibile, e non sempre innocente, utopia, se per essa s'intende un ribaltone generale che cambia radicalmente la vita di tutti e io ho il sospetto che l'unica, vera rivoluzione possibile sia del tipo di quella di cui parlò una volta la madre di Lucia Bosè in una trasmissione televisiva. All'intervistatore che le chiedeva se avesse un ricordo piacevole del giorno in cui la figlia era stata eletta miss Italia, la donna rispose, col candore dei vecchi: «Come no? È  da quel giorno che è cominciata la rivoluzione». Ed aveva ragione: perché quel fatto significava per la Bosè (e la sua famiglia) il cambiamento di abitudini, il diventar ricchi, il passare da una casa modesta ad una villa, da cassiera ad attrice, dall'anonimato alla celebrità. Quella fu una rivoluzione.