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Ancora una volta John McEnroe, il giovane tennista americano d'origine irlandese, numero uno del mondo, ha dato in escandescenze. In questo caso però non si è trattato di una palla contestata finita indecifrabilmente vicino alle linee, ma d'altro. Mentre si aggirava nella hall del lussuoso Regency Hotel di Melbourne, braccato da decine di giornalisti di cui non riusciva assolutamente a liberarsi, McEnroe ne ha alla fine aggredito uno, il più insistente, Geoff Easdoff del Melbourne Herald, pigliandolo per il collo e sollevandolo di peso. Poi, spintonandone un altro paio, si è scagliato addosso ad un fotografo che aveva ripreso la scena. Quando ad un Mc Enroe più calmo è stato chiesto perché avesse aggredito il giornalista ha risposto: “Continuava a chiedermi se Tatum O' Neal [la ragazza del tennista, ndr] è incinta e se è vero che, per questo, l'ho sposata segretamente». Naturalmente il comportamento del bollente McEnroe è stato duramente stigmatizzato dalla stampa australiana e da quella internazionale che si è occupata dello spiacevole episodio. lo credo invece che John McEnroe abbia ragione, anche se l'ha fatta valere a modo suo che è poi quello di un ragazzo di ventisei anni che ha dimostrato più volte di non essere disposto ad accettare fino in fondo le spietate regole del business tennistico internazionale che impongono di ingoiare qualsiasi cosa in nome del dio quattrino. Infatti ci sono dei limiti che la stampa, sportiva e non, non dovrebbe superare: e sono quelli che riguardano la sfera intima di una persona quando le notizie relative non assumono nessun rilievo pubblico. Se Tatum O' Neal è fidanzata di McEnroe, se è incinta, se i due si sono sposati in segreto sono cose che non ci interessano o, se anche ci interessano, non ci riguardano e non ci devono riguardare. Tanto più quando i protagonisti dimostrano di voler mantenere private cose che sono private (se invece si è come Pippo Baudo che, sotto l'occhio della Tv, intervista la propria fidanzata, si perde il diritto alla decenza).Si obietta che è proprio grazie a questa ossessiva attenzione dei mass media che i McEnroe, i Lendl, i Becker guadagnano miliardi di lire e che quindi non hanno diritto di lagnarsi. lo credo invece che sia venuta l'ora che i tennisti guadagnino di meno, ma che tornino ad essere osservate alcune fondamentali regole di convivenza civile e di reciproco rispetto. Così come credo che non siano accettabili certe forme di aggressione propriamente fisica che assume oggi l'informazione, con fotografi, cameramen, cronisti che braccano da presso le persone, le inseguono, le toccano, le tirano, mettono sotto il loro naso microfoni e registratori e non li tolgono più finche i poveracci non rispondono (è quanto ha cercato di far capire, sempre a modo suo, McEnroe al giornalista australiano che lo importunava come lo stesso ha raccontato: «McEnroe si è messo a starmi addosso e ha continuato a farlo venendomi dietro anche quando sono fuggito via. E, seguendomi passo passo, mi continuava a domandare come ci si sente ad essere seguiti, che se glielo dicevo andava via»). Queste aggressioni non risparmiano neanche personaggi con funzioni pubbliche che spesso, peraltro, invece di esserne infastiditi, mostrano di compiacersene, dando un cattivissimo esempio. lo ho ancora negli occhi il ministro della Difesa Giovanni Spadolini che esce da palazzo Chigi, all'epoca dell'affaire Achille Lauro, letteralmente circondato e fisicamente toccato, per quanto è larga la sua circonferenza, da fotografi e giornalisti con microfoni e registratori, e in particolare ricordo un cronista che, da dietro, facendosi appoggio col braccio della spalla del ministro, gli ficca un microfono in bocca. Beh, io un ministro che si fa brancicare in questo modo, non riesco a prenderlo del tutto sul serio. Questa non è, come si crede, democrazia, è solo sbraco. Ed è uno sbraco pericoloso. Perché anche la democrazia, come tutte le finzioni umane, ha bisogno di una certa parte di forma, di rito, di sacralità, di cerimoniale, e sì, diciamolo pure, di ipocrisia. Perché nei tribunali si impone ai giudici di indossare la toga? Non certo perché, con la toga addosso piuttosto che senza, i giudici emetteranno sentenze più giuste. Ma perché è solo attraverso. la sacralità conferita dalla toga che si può credere a questa finzione: che degli uomini, fatti di carne e di sangue, possano davvero giudicare delle azioni di altri uomini, fatti anch' essi di carne e di sangue. Questa finzione è, appunto, tale, ma poiché, quando c'è un agglomerato di uomini che vivono insieme, è socialmente indispensabile ecco che la si ammanta di ritualità che la rendano credibile. La società attuale, naturalmente, ha perso del tutto il senso di queste sfumature, essa opera ormai in nome di un solo e unico dio: lo spettacolo. A questo nuovo moloch si sacrificano il rito, il mistero ma anche, più semplicemente, la dignità e la riservatezza. In suo nome si osano le domande più intime, si vanno a mettere registratori fra i piedi degli allenatori delle squadre di calcio, negli angoli dei pugili sfiniti e, via via in crescendo, si ficcano obiettivi fra le gambe delle ragazze incinte, si osservano gli ultimi istanti di bambini in agonia, si filmano trapianti di cuore, si strappano confessioni agli ammalati di cancro, si scrivono libri sui propri figli drogati. Si dirà che, in fondo, non sta accadendo nulla di nuovo: il dio-Spettacolo, coniugato col dio-Quattrino, non fa che sostituire altri dei che non erano meno falsi. E questo, probabilmente, è vero. Ma ci si consenta perlomeno di dire che si tratta d'un dio stupido ed estremamente volgare.