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Tutto il mondo ha seguito con trepidazione il dramma delle tre balene imprigionate fra i ghiacci dell'Alaska. E molti hanno pensato che quella che si è svolta a Point Barrow, con l'intervento degli hovercraft, degli elicotteri Skycrane, del satellite Nato e, alla fine, d'un rompighiaccio sovietico a propulsione nucleare, per aprire alle prigioniere un varco verso i mari del Sud fosse una nobile gara per salvare la natura, rappresentata nella fattispecie dalle tre balene. Ma non è così. Quella rappresentata in Alaska. sotto i riflettori delle televisioni scatenate, è stata, ancora una volta, la violentazione della natura perpetrata da quello stesso meccanismo tecnologico che, alterando l'equilibrio ambientale, è all'origine della scomparsa di migliaia di specie animali e della difficoltà di molte altre, balene comprese. In Alaska la tecnologia non ha mostrato un suo volto «buono» finalmente in armonia con la natura, ma ha lanciato, con arroganza mascherata da pietà, l'ennesima sfida ai suoi equilibri. La natura infatti non fa mai le cose a caso. Se quelle tre balene avevano perso il contatto dal branco e s'erano perdute, c'era sicuramente qualche buona ragione. O erano le meno attrezzate oppure stavano cercando nuovi spazi vitali. In ogni caso, visto dove si sono andate a ficcare, si erano dimostrate meno adatte delle compagne alla sopravvivenza e quindi, secondo le ferree leggi della specie e della natura, erano destinate a morire. Queste leggi possono apparire spietate, ma è per mezzo loro – della selezione dei più adatti – che la natura ha garantito per milioni di anni l'equilibrio sul pianeta e ha consentito alle più diverse specie di vivere. Se, per ipotesi, la natura avesse operato in senso contrario, la vita sarebbe scomparsa da tempo sulla Terra. Per questo andare a mettere il dito, e con un così sproporzionato spiegamento di mezzi, in tali delicati ingranaggi è assurdo oltre che ridicolo. Credo che un esempio concreto spiegherà meglio di ogni discorso ciò che voglio dire. Le balene agonizzanti e il sangue che stavano perdendo avevano attirato nella zona molti orsi polari. Per impedire che questi orsi aggredissero le balene i soccorritori si sono armati di fucile e un paio di orsi sono stati uccisi. E allora? Forse che gli orsi non hanno diritto di vivere quanto le balene? E a parte gli orsi uccisi, gli altri? Le balene intrappolate rappresentavano un importante bottino nello scarno paesaggio artico, forse che gli orsi non hanno diritto di nutrire i loro orsacchiotti? Chi ha diritto di scegliere? Nessuno. Le scelte le fa la natura imparziale. Se interviene l'uomo, non per approvvigionarsi a sua volta com'è suo diritto, ma per interferire in queste scelte, allora si crea una gerarchia veramente immorale oltre che priva di senso. Per questo gli eschimesi, che nella natura ci vivono e se ne sentono ancora parte, all'inizio sono rimasti sconcertati dall'intervento dei «bianchi» per salvare le balene (dopo la cosa è montata a tal punto ed è diventata un tal business, anche per loro, che si sono accodati). La prima reazione degli eschimesi di Barrow quando sono state avvistate le balene in difficoltà è stata «finiamole a fucilate, abbrevieremo la loro sofferenza e avremo carne per tutto l'inverno». Una soluzione naturale, giusta e oserei dire anche pietosa. Infatti quelle due balene indebolite e sanguinanti finiranno in pasto, invece che agli orsi, ai pescecani che le stanno già aspettando all'imbocco dello stretto di Bering (del resto anche i pescecani hanno diritto di vivere), a meno che la marina americana non decida di seguirle vita natural durante facendone dei grotteschi animali da acquario. In quanto agli eschimesi di Barrow, sostituiranno la carne delle balene che hanno risparmiato con quelle in scatola, di animali uccisi altrove. Dov'è la differenza? L'enorme spiegamento di mezzi tecnologici per salvare le balene di Barrow non è quindi assurdo perché è costato un milione di dollari. Una vita, qualsiasi vita, vale più di un milione di dollari. È assurdo perché, tautologicamente, è privo di senso. Perché salva una vita a scapito di un'altra. Perché interferisce nelle leggi imparziali della natura. Perché rende immorale ciò che è naturale. In questa operazione si è poi innestata, ça va sans dire, la speculazione propagandistica delle industrie e in particolare di quelle petrolifere che, fornendo i mezzi per salvare due balene che era meglio morissero e dando cosi soddisfazione agli ipocriti piagnoni e agli ambientalisti da Rotary Club di Greenpeace, cercano di far dimenticare lo sconquasso che hanno portato nell' Artico, fra gli animali e, soprattutto, fra gli uomini. Proprio di recente ho visto un bel documentario televisivo su una zona dell' Alaska dove è stato scoperto il petrolio. Il documentario faceva vedere la vita di Anarvik, eschimese, prima e dopo. Prima vediamo quest'uomo vivere di caccia, di pesca e della propria abilità. La sua vita ha senso e dignità. Dopo, con l'arrivo degli americani e della civiltà, troviamo Anarvik che fa il commesso in un supermercato alimentare, nel reparto surgelati. Un eschimese che lavora in un reparto di surgelati è grottesco. Così come una balena curata per polmonite, quale era una di quelle di Barrow, non fa pena, ma, diciamo la verità, fa ridere. Perché la tecnologia ha anche la prerogativa di togliere ogni dignità alla vita e alla morte.