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Luciano Gallino, in un lucido articolo sulla Stampa, analizza le cause che hanno portato in Italia a quel vertiginoso calo del tasso di natalità evidenziato di recente da un rapporto del Cnr. Secondo Gallino la ragione principale di questo fenomeno, peraltro noto da tempo e comune a tutte le società industrializzate, sta nella rapida «diffusione nella società italiana del modello di vita delle classi medie». Questo modello vuole un alto reddito che è incompatibile con l'esistenza di una famiglia numerosa. Insomma: non possiamo permetterci più di un figlio. Ed è già grasso che cola.Sono parzialmente d'accordo con Gallino, ma vorrei enucleare dal quadro che egli fa alcuni elementi lasciati un po' in ombra. Per raggiungere l'alto reddito di cui oggi crediamo di aver bisogno, è necessario che in famiglia lavorino in due: lui e lei. Ed è qui, a mio parere, la ragione più autentica, che non è solo economica, della diminuzione delle nascite. Quando torna a casa dall'ufficio la donna è troppo stanca, troppo stressata psicologicamente per poter pensare al marito, alla famiglia, ai figli. Perché la verità è che la cosiddetta conquista femminile del diritto al lavoro ha semplicemente raddoppiato, in perfetta armonia con le esigenze della società industriale, lo sfruttamento della donna: all'antico lavoro all'interno della famiglia ha aggiunto quello fuori. Stretta in questa morsa, costretta quindi a scegliere fra lavoro e figli, la donna ha finito per privilegiare il lavoro. Tutta una cultura, tutta una propaganda, tutta una mistica industrial-femminista la spinge in tal senso. La potenza di questo condizionamento culturale la si vede nel modo in cui molte donne d'oggi portano avanti la gravidanza. Invece di sentirla come il periodo più felice, più «fecondo» della loro esistenza, la vivono in maniera schizofrenica, lacerate, da una parte, dalle ragioni della vita, dall'altra, da quelle della cultura dominante. Ancorché non sia affar mio, io ho ancora da capire quali siano i vantaggi, per la donna, di tale cultura. Perché sia preferibile far la dattilografa all'Ibm o anche la «donna in carriera» negandosi o guastandosi il piacere della maternità. La donna ha per sé l'atto più potente, più «divino» - l'unico - che sia dato alla condizione umana: procreare. E se lo rovina per inseguire «il modello di vita delle classi medie» e, cosa la più insensata, il lavoro maschile. Ma come fa a non capire che l'uomo si è inventato tutto, lavoro, gioco, letteratura, guerra, non per una pienezza, ma per un vuoto: la sua impotenza a procreare? La scarsità di figli che oggi registriamo danneggia quindi innanzitutto chi li può fare: la donna.Detto questo, il calo delle nascite è una strada obbligata per le società industrializzate. Esse sono caratterizzate da un eccesso di popolazione dovuto alla diminuzione della mortalità. Dove c'è una diminuzione della mortalità l'unico modo per salvaguardare l'equilibrio demografico è un'altrettale diminuzione della natalità. Diciamo quindi che il calo delle nascite è un modo innaturale, più o meno conscio, ottenuto con strumenti transversi che non contribuiscono certo a renderci più felici, per ricostituire un equilibrio naturale. Le società industrializzate sono quindi condannate all'invecchiamento checché ne dica la Repubblica che, distillando il commovente ottimismo tecnologico dell'epoca, scrive: «Il prolungamento di fatto della vita umana, presentato come "invecchiamento della popolazione", significa in pratica meno e non più vecchi: medicina, igiene, benessere stanno prolungando la vita attiva... non la vecchiaia». Non diciamo cazzate. Un sessantenne della società preindustriale non era meno vigoroso -anzi forse lo era un po' di più - di un suo coetaneo d'oggi. Quando Enrico Dandolo capitanò la Quarta Crociata aveva ottant'anni. Teodoro di Tarso arrivò in Inghilterra a 67 anni e ce ne rimase altri ventuno. Potrei continuare elencando esempi più umili che dimostrano che la quota di vecchi arzilli non fosse inferiore a quella d'oggi. Erano solo di meno. In compenso era diversissima la loro posizione in seno alla comunità. In una società che si basava sulla tradizione orale rappresentavano il sapere. Avevano una funzione. Erano preziosi. Nella società agricola il vecchio è un saggio, in quella industriale, caratterizzata dalla rapidissima obsolescenza della conoscenza, è un relitto. Non ha alcun ruolo. È accettato solo se si mette a fare il giovane. In realtà egli è solo, emarginato ed escluso come mai era stato prima. Nel Duemila i  vecchi saranno il 22 per cento. Questa è la vera «bomba demografica» e non la scomparsa d'una dubbia «etnia italica». E qui viene al pettine il vero nodo che sta a monte dell'intera questione e che viene in genere sfumato: l'allungamento della vita perseguito dalla società attuale con tutti i mezzi. E' grazie a questo allungamento che noi siamo costretti a negarci, o a limitare grandemente, la sola vera, indiscutibile gioia dell'esistenza, avere figli, creando nel contempo un'intera classe di infelici e di spostati che prima non esisteva, i vecchi. E viene il dubbio se l'allungamento della vita media sia una delle più grandi conquiste della società industriale, come vuole l'opinione comune, o una delle infinite trappole, e forse la più ragguardevole, in cui ci ha cacciato il mito tecnologico.