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E' Caduto il Muro di Berlino, è crollata l'Unione Sovietica, la Germania si è riunificata, in Europa c'è stata una guerra, Craxi è fuggito ad Hammamet tenendosi in mano il piede malato, il Pds ha accettato il libero mercato e persino i sindacati si sono fatti più morbidi, ma il potere di Raffaele Fiengo al Corriere della Sera è rimasto intatto insieme alla sua ideologia collettivista e al suo moralismo da cattocomunista baciapile. «Fiengo, chi era costui?» dirà il lettore. E giustamente perché si tratta di un giornalista che non ha mai scritto un rigo in vita sua. Per la verità, in un anno imprecisato, un pezzo lo mandò, dalla Sardegna: era una cosa cosi penosamente modesta che al Corriere non ci riprovarono più. Fiengo è uno di quei fortunati italiani, anche se non è il solo, che nella Prima e nella Seconda Repubblica, in un arco di trent'anni, non ha mai fatto un giorno di vero lavoro. Il suo massimo impegno è stato occuparsi della pagina della posta del Corriere, cioè di passare una mezza dozzina di lettere. Per questo lavoro di fulminante creatività gli hanno dato anche uno dei più prestigiosi premi giornalistici, il Premiolino. A tutt'oggi Fiengo è il responsabile di questa pagina ma fa, se possibile, meno di prima: le lettere infatti le passa Montanelli e a impaginarle ci pensano una redattrice e una contrattista. Tutto ciò vale a Fiengo uno stipendio di 200 milioni lordi l'anno. E allora chi è Raffaele Fiengo e perché è una potenza? Per tutti gli anni Settanta e parte degli Ottanta, Fiengo è stato il leader del sindacato del gruppo Rizzoli-Corriere che, soprattutto durante le direzioni Ottone e Cavallari, instaurò un Minculpop di sinistra, mezzo assemblea e mezzo personalista, che non si limita a «dare la linea» del giornale ( «laica, democratica e antifascista», naturalmente) ma esercitava la censura diretta sui colleghi che non ci stavano ad allinearsi. In un coraggioso libretto (L 'eskimo in redazione) un altro giornalista del Corriere, Michele Brambilla, ha ricordato e documentato alcuni di questi episodi. Il più penoso fu quello di Renzo Carnevali, caposervizio esteri, il quale su una significativa  vicenda accaduta nel Portogallo della «rivoluzione dei garofani» (l' occupazione da parte dei comunisti del quotidiano socialista Repubblica) si vide cambiare, nottetempo, il titolo, «I comunisti occupano il giornale socialista», in «Tensione a Lisbona fra Pc e socialistÌ». Abbandonato, col consueto opportunismo, da Piero Ottone, Carnevali si dimise e mori poco dopo di crepacuore. Oltre a esercitare la censura e un controllo da commissario politico, Fiengo bloccava e promuoveva carriere. Alcuni dei peggiori inviati del quotidiano di via Solferino, poi scomparsi nel nulla (o meglio: rimasti incistati al Corriere con stipendi da nababbi senza far nulla) appartengono alla sua gestione. Ma le responsabilità di Raffaele Fiengo vanno anche oltre. Cogestì il Gruppo Rizzoli-Corriere all'epoca di Tassan Din di cui avallò tutte le malefatte. Il patto scellerato era questo: Tassan Din facesse pure tutto ciò che voleva, lottizzasse le testate del Gruppo ai partiti, lo indebitasse fino allo sfascio, prendesse le iniziative più strampalate (l'Occhio e la Domenica del Corriere diretti da Costanzo e infarciti di pargoli del jet-set e di protegè del sindacato, due flop di proporzioni bibliche ), in cambio si impegnava a non toccare un solo posto di lavoro, per quanto fasullo, e a tenere in vita qualsiasi testata, per quanto decotta. Fiengo prendeva ordini direttamente dal Pci. E' un fatto notorio, ma che posso testimoniare personalmente perché in una delicata fase della storia del Corriere, dopo la vicenda P2, lo beccai al telefono con un funzionario di Botteghe Oscure ad assicurarlo che il nuovo direttore non sarebbe stato Alberto Ronchey, inviso ai comunisti, ma Cavallari. A metà degli anni Ottanta, Fiengo è andato in naftalina anche come sindacalista (come giornalista ci è sempre stato). Ma da un lustro è ritornato leader del cdr del Corriere e, come se nulla fosse cambiato dagli Anni Settanta, fa ancora il bello e il cattivo tempo. Cosi l'altro giorno, durante un'assemblea cui partecipavano 32 redattori (i giornalisti del Corriere sono 321), ha imposto uno sciopero di due giorni perché a Como il Corriere sarà venduto avendo allegato un quotidiano di nuova creazione, il Corriere di Como. Dov'è lo scandalo visto che il Corriere nelle sue pagine è abituato a infilare anche la mortadella mentre il Corriere di Como è diretto da un bravo professionista, Adolfo Caldarini, proveniente da Antenna 3 che è corresponsabile, con la Rcs, dell'iniziativa? Non si capisce. O meglio si capisce se si legge il comunicato del cdr, scritto di pugno da Fiengo e pubblicato sul prestigioso Corriere, che dopo aver accusato l'emittente televisiva di mandare in onda «rubriche di maghi, cartomanti e fattucchiere» cosi prosegue; «Non si tratta dunque di essere moralisti, la questione riguarda solo il mercato. L'altra sera, su Antenna 3, lo spot che annunciava il panino... veniva passato interrompendo un programma di spogliarelli californiani di rara finezza; in uno di questi una ragazza davanti a uno degli spettatori (che dovevano dare un punteggio sulla gara di striptease) faceva ballare i propri seni. In mezzo una bottiglia di birra che, sottoposta a scuotimento, faceva un bel po' di schiuma evocando meccaniche sessuali». lo credo che dopo questo scampolo di prosa pruriginosa, bacchettona, cattocomunista e censoria sia il Corriere di Como a doversi vergognare di uscire accoppiato al Corriere della Sera.