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Credo sia venuto il tempo di raccontarvi di Rik Van Steenbergen, tre volte campione del mondo su strada all'epoca di Coppi, di Bartali, di Magni, di Keblet, di Kubler, di Bobet, di Robic, di Ockers, cioè del grande ciclismo. Perché parlarvi di Van Steenbergen? Perché non saprei che altro dirvi e raccontarvi, cari lettori. L'ltalia è un Paese in cui succede di tutto ma non cambia mai niente. Nel Diario degli orrori di Ennio Flaiano, che è morto nel 1972, si trova questa filastrocca: «Venezia è sempre da salvare / Napoli paralizzata / I'lnps assediata / I'edilizia in crisi / Le acque sono inquinate / I treni ritardano / Il traffico in crisi /Lo sciopero dei benzinai / La crisi del latte / Crisi dell'istituto familiare / La torre di Pisa ancora in pericolo / I telefoni non funzionano / La posta non viene distribuita / Lo Stato arteriosclerotico / Il Mezzogiorno in crisi / La crisi dei Partiti / Le Regioni in crisi / La sinistra in crisi / La destra in crisi / Il centrosinistra in crisi». Così scriveva Flaiano nel 1968, esattamente trent'anni fa, elencando ironicamente una serie di problemi che gli erano venuti a terribile noia tanto erano triti e ritriti e mai risolti. E allora che cosa dovremmo dire noi che quegli stessi problemi, le stesse questioni, gli stessi nodi irrisolti ce li troviamo, paro paro, trent'anni dopo? C'è in giro un senso di disgusto, di nausea, di vomito, di estenuata e rassegnata stanchezza per l'eterno immobilismo italiano, per la nostra antropologica incapacità e non volontà di cambiare. E se trent'anni fa c'era almeno la scusante che buona parte del mondo era Berlino, è crollata l'Unione Sovietica, la Germania si è riunificata, gli Stati del Vecchio Continente sono quasi raddoppiati di numero, in Europa, proprio alle nostre porte, c'è stata una guerra, la Russia è sul punto di esplodere e sta disperatamente cercando una «terza via» fra comunismo e libero mercato, tutto insomma si è mosso e si muove, ma noi siamo rimasti immobili. Naturalmente lo abbiamo fatto nel nostro solito modo gattopardesco e trasformistico: facendo finta di cambiare tutto perché nulla cambiasse davvero. Ci siamo inventati una «rivoluzione italiana» alla fine della quale siamo punto e a capo. I partiti avrebbero dovuto ridursi, smagrirsi, diventare più discreti, restare, come avviene negli altri Paesi democratici, sullo sfondo, e invece sono sempre lì, con le loro beghe, con le loro zuffe da cortile, con la loro inesausta smania di occupar posti e di distribuire prebende, con le insulse e ripetitive dichiarazioni dei loro uomini, che occupano le pagine di tutti i giornali. Han solo cambiato nome. Ogni santo giorno che dio manda in terra dobbiamo essere informati di che cosa fa Mastella o Casini o Buttiglione o Folena o Mussi, se Marini si è spostato un po' più al centro, se Cossiga punzecchia Berlusconi, se il Cavaliere risponde a Cossiga, se Bossi traccheggia con l'Udr. Esistono sempre la Festa dell'Unità, la Festa dell'Amicizia, la Festa di Telese e infinite altre Feste perché i partiti da 12 che erano sono diventati una cinquantina. I veri padroni del vapore sono sempre i segretari di partito (anche se adesso si chiamano magari Presidenti) e la politica, come sempre, si decide fuori dal Parlamento negli un tempo deprecatissimi «vertici», che adesso, per stanchezza, per stufio, per piaggeria, non vengono più nemmeno deprecati nonostante si sia presa l'abitudine di tenerli non più, almeno, in luoghi paraistituzionali, come le sedi dei partiti, ma in case private e, se sono riunioni del Polo, nelle ville, nelle residenze e sulle barche dell'onorevole Berlusconi. Il pubblico deve essere sempre dettagliatamente informato su cosa mangiano e bevono costoro tanto che un famoso accordo politico, dichiarato decisivo per le sorti del Paese, eppoi andato a puttane, è noto come «patto della crostata». Persino gli uomini sono gli stessi. Il Presidente della Repubblica è un ottantenne democristiano che mira a farsi rieleggere, il Presidente del Senato è democristiano, il Presidente del Consiglio è democristiano. E adesso rispunta anche Francesco Cossiga, il «picconatore» che picconava innanzitutto il nuovo (Lega e Rete) e appoggiava il vecchio (Psi) e che ora si pone come l'ago della bilancia decisivo per gli assetti politici del Paese. Se non fosse prostrato dagli acciacchi vedremmo ricomparire anche Amintore Fanfani a suo tempo ribattezzato da Indro Montanelli: «Rieccolo!». Il giornalismo segue le sorti di questa politica da stagno, da pozza. Tutte le Reti televisive, pubbliche o private, sono in mano ai partiti, mentre nella carta stampata dominano i soliti tre o quattro potentati cui non interessa nulla dell'editoria e molto invece del potere politico. Persino i giornalisti di punta son sempre gli stessi, Montanelli, Biagi, Bocca, chi a 75 anni, chi 80, chi addirittura 90. Ed è giusto che sia così: per raccontare una realtà immobile le mummie vanno benissimo. In una situazione del genere che ho da dirti io, caro lettore? Mi son anche stufato di fare il grillo, preso ogni volta a martellate dagli innumerevoli Pinocchi di questo Paese, col naso lungo di bugie e di malafede. Meglio, molto meglio, parlare di Rick Van Steenbergen.