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Pare incredibile che il più potente Paese del mondo, guida dell'occidente, punta di lancia di un modello economico e culturale, quello industrial-capitalista, che non conosce scrupoli si stia logorando da oltre due anni sui rapporti intimi tra il presidente e la sua segretaria, cioè per una questione morale, e di morale sessuale per giunta come se non fossimo nella libera America del Duemila ma in qualche fosco Medioevo (il Medioevo, naturalmente, immaginario e immaginato dai borghesi, perché, nella realtà, la sessualità del contadino è carnascialesca, boccaccesca, giocosa, la «pruderie» e il senso di colpa, in questo campo, sono un prodotto della borghesia) . I soccombisti intellettuali che stanno perennemente in ginocchio davanti alla bandiera a stelle e strisce come fosse l'icona del Divino Amore si affannano a spiegarci che il Presidente degli Stati Uniti non è sotto accusa per questioni di sesso ma perché ha mentito alla Nazione. È un'ipocrisia. Un'ipocrisia tipicamente americana immediatamente sussunta, come l'ostia consacrata, dai nostri soccombisti. Se infatti non si trattasse proprio e innanzitutto di sesso, della sessuologia degli americani, del loro puritanesimo, una questione come la Clinton-Lewinsky, come già quella Gary Hart-Donna Rice, non potrebbe nemmeno cominciare. Per la semplice e buona ragione che un uomo politico davanti a una domanda sulle sue «irregolarità sessuali» potrebbe tranquillamente rispondere «Sono cazzi miei, levati dai piedi brutto sporcaccione d'un ficcanaso», togliendosi così da ogni impaccio. Perché non lo fa? Perché qualsiasi uomo politico americano sa benissimo che una simile risposta evasiva o, peggio, l'ammissione di «irregolarità sessuali» sarebbe uno choc per l'americano medio e gli procurerebbe serissimi guai, non con la moglie (la quale pur di restare assisa sul trono d'America è disposta a ingoiare non un'infedeltà ma cento, figuriamoci un soggettino ambiziosissimo come Hillary Clinton), ma con l'opinione pubblica e i media del suo Paese. Si capisce quindi perché l'uomo politico americano, di fronte a una domanda sulla sua sessualità che, teoricamente, dovrebbe riguardare lui solo, cerchi di scantonare, di nascondere la verità, cominci a dire bugie, implori la donnetta di turno di tacere, le offra magari dei soldi in cambio del silenzio. A questo punto scatta la seconda fase dell'operazione che dice: ma no, baby, noi non ti stiamo affatto accusando delle tue «irregolarità sessuali», bagatelle sulle quali saremmo stati disposti a chiudere benevolmente un occhio solo che tu le avessi ammesse, ma ammesse non le hai, hai  anzi mentito e questo è gravissimo perché rompe il rapporto di fiducia con la Nazione che è indispensabile al Presidente degli United States of America. E il tipo è fritto. Ma non è solo il puritanesimo a far sì che l'opinione pubblica yankee si senta autorizzata a frugare nelle  mutande del suo leader, questo elemento si combina infatti con l'ambiguità delle elezioni presidenziali americane, politiche e amministrative, ma anche tenendo conto di alcune sue caratteristiche private che vanno dall'aspetto fisico, al modo di vestire e di pettinarsi, alla  composizione della sua famiglia, al quadretto più o meno idilliaco che questa riesce a presentare, alle doti di cuoca della moglie («mi fa delle frittatine deliziose») e ad altre banalità del genere. Di questa confusione e commistione fra pubblico e privato è testimonianza il ruolo di first lady (sconosciuto nelle democrazie europee) che assume la moglie del Presidente americano, un ruolo non solo pubblico ma politico. Diventa quindi naturale per gli americani sottoporre a sindacato non solo i comportamenti politici dei loro Presidenti ma anche quelli privati, intimi, sessuali. Va da sè che questa confusione fra politica e morale sessuale è puerile, infantile, cretina oltre che ipocrita e bigotta. Il Conte di Cavour era un pervertito (gli piaceva farsi defecare sul petto dalle più nobili ed eleganti dame della Corte reale, altro che i sigari del bambinone Clinton} , ma ciò non toglie che sia stato un grande statista alla cui abilità politica dobbiamo l'unità d'Italia. Giulio Cesare era un bisessuale sfrenato («marito di tutte le mogli, moglie di tutti i mariti») , tanto da essere chiamato sarcasticamente «Lythinica regina» e da essere oggetto di beffarde canzonacce da parte dei suoi soldati («Cesare sottomise le Gallie, Nicomede Cesare»}, ma nessuno ha mai dubitato, nè allora nè oggi, che fosse un grande condottiero, un politico accorto, un formidabile organizzatore, un riformatore di ampio respiro. Ora, Bill Clinton, nonostante tutti gli squittii veltroniani e delle sinistre, italiane e internazionali, non è un grande condottiero, nè uno statista, nè un riformatore dalla vista lunga, è solo, come del resto tutti i Presidenti americani da Eisenhower in poi ed escluso «Nixon boia», un politico molto mediocre. Ma è desolante constatare che gli americani se ne siano accorti solo perché si dilettava, come un qualsiasi capufficio, a farsi smaneggiare dalla sua segretaria.