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L'Italia è proprio un curioso Paese. Se dall'America arrivano notizie di mirabolanti quanto vacue «pillole del benessere», i nostri giornali vi dedicano paginate intere. Ma se un'equipe italiana, composta da giovani ricercatori guidati da un grande teorico, Massimo Bucci, cui si deve la scoperta dei meta bloccanti nella cura del glaucoma, trova, partendo da un'intuizione di un Nobel italiano, Rita Levi Montalcini, un farmaco che può guarire la cecità, i media nostrani snobbano la notizia come di scarso interesse. Eppure ridare la vista ai ciechi è un sogno antico quanto l'uomo. Ma finora era stato un sogno impossibile. Cristo stesso ha resuscitato un paio di morti ma pure lui con i ciechi ha avuto qualche difficoltà. Ora il gruppo del professor Bucci e dei suoi ricercatori (Alessandro Lambiase, Paolo Rama, Stefano Bonini, Giancarlo Caprioglio, Luigi Aloe), che riunisce più Istituti, la cattedra oftalmica dell'Università di Tor Vergata, l'Ospedale civile di Venezia, l'istituto di neurobiologia del C.n.r. di Roma (e anche questo è un mezzo miracolo pensando agli odii, alle invidie, alle divisioni, alle resistenze corporative che caratterizzano il mondo della medicina italiana) ha forse realizzato quel sogno, non per tutte le patologie dell'occhio, ovviamente, solo per alcune, peraltro fra le più devastanti e frequenti come le affezioni della cornea e l'asintomatico, insidiosissimo e terribile glaucoma di cui soffre il tre per cento della popolazione italiana. Sulla cornea il farmaco di Bucci e degli altri, già sperimentato sull'uomo, ha ottenuto risultati straordinari riconosciuti come tali dalla diffidentissima elite scientifica internazionale. Ma non dall'Italia. Oltre alla stampa anche lo Stato fa finta di nulla, e non caccia un quattrino. Sicché una delle più importanti ricerche italiane, stupefacente per i risultati che ha già ottenuto, carica di potenzialità per quelli che potrà avere, e non solo nelle affezioni oculari, è per ora finanziata dall'Università di Harvard, Boston, America. il Borghese: Professor Bucci, finora certe lesioni della cornea e tutte quelle del nervo ottico provocate dal glaucoma erano irreversibili. Perché era impossibile ricostituire le cellule nervose morte. Si poteva solo, e non sempre, fermare il danno, ma quello fatto era irreparabile. L'impossibile è ora diventato possibile? Bucci: Partiamo dalla cornea. Perché è sulla cornea che abbiamo già fatto esperimenti, sugli animali e sugli uomini, i cui risultati sono stati definiti «miracolosi» non da noi ma dalla comunità scientifica internazionale. Ci sono alcune patologie della cornea -ulcerazioni e ferite di varia origine- in cui è impossibile ricostruire i tessuti danneggiati perché danneggiate sono le fibre nervose che danno alle cellule l'input di ricostruirsi. Secondo le maggiori personalità che operano in questo campo, e secondo anche la nostra esperienza, queste patologie erano irreversibili. La ferita non poteva essere riparata perché mancava la capacità della cellula di rigenerarsi. il Borghese: In questi casi le cellule della cornea sono, per così dire, morte? Bucci: il tessuto c'è, le cellule ci sono, ma non viene dato loro l'ordine di ricostruirsi perché le fibre nervose da cui parte l'input non funzionano più. Per varie ragioni. Perché c'è una mancanza di nutrimento dovuta all'età, sono le forme che noi chiamiamo distrofiche. Poi vi sono forme dovute a dei traumi, ustioni per esempio. Infine ci sono delle alterazioni della struttura e quindi della funzionalità delle terminazioni nervose di natura virale, l'herpes è la più comune. Le ulcere distrofiche erano destinate inesorabilmente alla perforazione e quindi non solo alla perdita completa della vista, ma anche del bulbo oculare. In altri casi alla ulcerazione si accompagnava anche una mortificazione del tessuto periferico della cornea, cioè della congiuntiva. E questo rendeva impossibile il trapianto. Perché una volta fatto il trapianto il tessuto che era rimasto in loco dopo aver asportato la cornea non era vivo e quindi non attecchiva. La nostra ricerca è partita dal «fattore di crescita» (NGF, Nerve Growth Factor) che è una sostanza che Rita Levi Montalcini aveva dimostrato, in vitro, che ha la possibilità di rigenerare le fibre nervose. Si apriva quindi la strada delle applicazioni pratiche.  Avendo a disposizione il «fattore di crescita» il primo pensiero del nostro gruppo -che non è composto solo da oculisti ma anche da neurobiologi- è stato quello di individuare quelle parti dell'organismo umano dove esiste un tessuto nervoso che sia contemporaneamente esposto all'esterno in modo che sia facilmente raggiungibile da una terapia locale. La cornea è forse il tessuto più innervato del corpo ed è esposto all'esterno. Ecco perché abbiamo cominciato di lì. Le prime esperienze, inoculando il NGF estratto dalla ghiandola sottomandibolare di un ratto, sono state fatte sulle forme distrofiche della cornea, poi siamo passati alle affezioni da trauma e da virus. E i risultati sono stati clamorosi. il Borghese: Clamorosi? Bucci: Sì. Giorno dopo giorno abbiamo visto che, in pazienti che soffrivano di questa ulcera rodens da mesi, da anni, i fori e gli strappi della cornea si venivano gradualmente ricoprendo e ricostruendo. Ed era l'organismo stesso a fare questo lavoro. Nel giro di qualche settimana o, al massimo, di un paio di mesi, lo strappo veniva completamente ricucito. il Borghese : Queste persone erano totalmente cieche? Bucci : Non solo, erano a rischio di perdere l'occhio anche anatomicamente. il Borghese : E hanno riacquistato una vista normale? Bucci : Dipende dalla localizzazione dell'ulcera, dalla sua estensione, dalla profondità, se l'affezione ha colpito il 10, il 20, il 60, il 90 per cento della cornea, il ricoprimento è sempre completo, la restitutio anatomica anche, ma il recupero della vista dipende dalla gravità dell'ulcerazione. Nei casi più gravi viene salvato almeno il bulbo oculare. Lei dirà: che m'importa di aver salvo il bulbo se poi non ci vedo lo stesso? Importa. Innanzitutto abbiamo comunque bloccato definitivamente l'ulteriore progresso dell'ulcera. In secondo luogo adesso posso fare a questo paziente il trapianto di cornea sapendo che potrà essere accettato mentre prima veniva rigettato. Ma queste sono le ipotesi peggiori. Ci sono stati invece casi di pazienti la cui vista era ridotta a zero dalla opacità della cornea che hanno avuto un recupero completo, dieci decimi. Alle volte infatti è sufficiente che nella cornea ci sia un'opacità dello strato superficiale perché la vista crolli completamente. Basta un velo davanti agli occhi a rendere ciechi, non è necessaria una cotenna. In questi casi, tolto il velo, il recupero è completo. il Borghese: Che possibilità ci sono che il «fattore di crescita» sia applicabile anche al glaucoma, dove, a quanto pare, le cose sono molto più complicate? Bucci: Se il NGF è in grado di rigenerare le fibre nervose della cornea non si vede perché non possa agire anche sul nervo ottico che è il nervo che viene danneggiato dal glaucoma. La difficoltà è quella di trovare la strada che consenta al farmaco di arrivare in loco. Perché il nervo ottico è meno esposto della cornea, è molto più nascosto, sta dietro l'occhio. E il farmaco deve arrivare in un punto molto preciso, nella testa del nervo ottico, là dove le fibre nervose lasciano il bulbo oculare e diventano propriamente nervo ottico. Infatti tutte le fibre nervose che vengono dagli strati retinici, e sono circa un milione e mezzo, si riuniscono oltre il bulbo in un fascio unico e formano il nervo ottico. È qui che si realizza il glaucoma. In genere, ma non sempre, per un'alta pressione oculare si crea un'atrofia del nervo perché le fibre nervose che partono dalle cellule della retina vengono tranciate dal glaucoma proprio nel momento in cui escono dal bulbo oculare per formare il nervo ottico. Il bulbo oculare di un glaucomatoso è intatto, solo che è come avere una lampadina perfetta senza avere il filo della luce. il Borghese: Quindi non si tratta di ricreare un milione e mezzo di cellule nervose, che sarebbe impossibile, ma di saldare la testa del nervo ottico al bulbo oculare? Bucci: Bisogna riparare il filo là dove è stato tagliato, nel punto in cui esce dal bulbo. Basta che qualche ramoscello si attacchi ed è fatta. il Borghese: Se la vostra ipotesi funziona il malato di glaucoma può riacquistare la sua vista per intero, guarire completamente? Voglio dire: il glaucoma restringe gradualmente il campo visivo del malato, ma somministrando il «fattore di crescita» si può pensare che lo allarghi fino a restituirglielo totalmente? Bucci: Qui parliamo della possibilità di migliorare la prognosi dell'occhio glaucomatoso. Guarire completamente è un altro discorso. Anche perché si tratta pur sempre di un occhio di cui deve essere normalizzata la pressione. Però non è da escludere che il campo visivo migliori, si riprenda, si allarghi. E' possibile. Si può perlomeno ipotizzare che le cellule che non erano morte completamente, che erano solo moribonde o in sofferenza, si riprendano se gli diamo il «fattore di crescita» e che quindi si ampli il campo visivo del malato. Vede, le fibre nervose hanno origine dalla retina, è qui la casa madre. Nel glaucoma queste terminazioni nervose vengono tranciate all'uscita dal bulbo. Questa cellula vive perché produce lei stessa una sostanza che va nel nervo, l'assoplasma, ma riceve a sua volta un'altra sostanza. Questa cellula può essere per noi funzionalmente morta, perché non trasmette più immagini. Ma non sappiamo se ripristinando il collegamento riprenda a vivere. La sua invalidità funzionale potrebbe non corrispondere alla sua morte anatomica. Può darsi che sia in coma, ma che non sia morta. Non è solo una deduzione logica. C'è qualche esperimento incoraggiante. Aumentando artificialmente la pressione negli occhi di un coniglio abbiamo provocato un glaucoma sperimentale. Funzionalmente le cellule sono morte in entrambi gli occhi. In uno abbiamo poi somministrato il NGF per via retrobulbare e abbiamo constatato che c'era la sopravvivenza di molte cellule, mentre nell'altro no, nonostante il danno provocato fosse lo stesso in entrambi gli occhi. Comunque per il momento ci stiamo concentrando, con esperimenti sui conigli, su quali siano le migliori strade che ci consentano di ottenere una concentrazione farmacologicamente attiva sul punto che ci interessa. Ci sono diverse possibilità. Frequenti instillazioni di gocce in modo che attraverso i tessuti arrivino alla testa del nervo. E almeno dai primi risultati -è notizia di pochi giorni fa- pare proprio che basti la somministrazione locale, in gocce, per permettere al farmaco di arrivare al nervo ottico. Speriamo che Dio ci aiuti. Se fosse vero basterebbe somministrare una gocciolina... Rimane però la domanda: il quantitativo che arriva è farmacologicamente attivo? Se non ce la facciamo con le gocce ci arriveremo per via retrobulbare, iniettando il farmaco dietro l'occhio, con una siringa, in modo da riempire tutta la base, l'apice dell'orbita, e un po' deve finirci per forza. Nei casi estremi proveremo a iniettarlo direttamente dentro il bulbo e così ci arriva di sicuro. Questo però significa entrare con una siringa dentro un occhio. Si fa, non è che non si fa, però se si potesse evitare è meglio. Una quarta possibilità è la somministrazione per via sistemica, endovenosa. Ma quanto dobbiamo somministrarne? Lasciamo perdere i costi, quanto dobbiamo somministrarne perché arrivi nel punto che ci interessa, nel punto decisivo, la dose efficace? il Borghese: Quando pensate di cominciare la sperimentazione sull'uomo? Bucci: Appena saremo certi che la somministrazione che abbiamo adottato è efficace. Oddio, se domani arriva un paziente con un occhio spento e mi dà il consenso informato io ci provo. Tanto, almeno nella somministrazione per gocce e in quella retrobulbare, rischi non ce ne sono. Male non fa. Peggio che vada, l'occhio resta come prima. Però per una sperimentazione su scala, con un protocollo vero e proprio, ci vuole un po' di tempo, bisogna selezionare i malati, fare, appunto, il protocollo... Comunque penso che già a febbraio o a marzo potremo iniziare. il Borghese: Il vostro procedimento vale per qualunque tipo di glaucoma? Bucci: Sì. Perchè non colpisce la causa, ma ripara il danno. In questa fase ce ne infischiamo delle cause. Noi ricostruiamo le macerie, che sia stato un bombardamento o un terremoto non è importante. Naturalmente se ci si dovesse arrivare ci si dovrà poi occupare anche delle cause, bloccandole, perché il danno non si ripeta. il Borghese: La scoperta può essere utilizzata anche per la sclerosi multipla? Bucci: È  l'ipotesi ventilata da Rita Levi Montalcini. Anche qui c'è il problema di arrivare nel punto giusto, nelle zone in cui c'è la famosa placca, dove non esiste più la struttura nervosa. E' chiaro che se si rigenera la cornea, se si rigenera il nervo ottico, non si vede perché non si possano rigenerare altri nervi dello stesso tipo. Ma si può dire che tutte le patologie demielinizzanti sono interessate.  La mielina è una guaina che serve per nutrire e proteggere il nervo. Alcune malattie, per esempio l'Alzhairner, consistono nel fatto che questa guaina protettiva viene a mancare, non c'è. Allora possiamo dargliela noi. il Borghese: Qual è stata l'accoglienza della comunità scientifica internazionale alla vostra scoperta? Bucci: Entusiasta. Decisiva è stata, in aprile, la pubblicazione del nostro lavoro sul prestigioso New England Journal of Medicine, replicata poi su Internet, che ci ha un po' aperto le porte del mondo scientifico. Abbiamo avuto immediatamente proposte di collaborazione dagli Stati Uniti e dalla Germania. il Borghese: Perplessità? Bucci: Nessuna. E ciò è tanto più rilevante perché noi non abbiamo fatto un lavoro secondo le procedure scientifiche classiche. Cioè abbiamo usato solo il farmaco e non anche il placebo, mentre in genere un'indagine scientifica a regola d'arte si fa prendendo dieci malati, a cinque si dà il farmaco, agli altri il placebo, vale a dire acqua fresca, senza che gli interessati lo sappiano, i conti e le verifiche si fanno alla fine. Nonostante la parte placebo a noi mancasse il New England  ha pubblicato ugualmente il lavoro facendolo commentare dai due massimi esperti americani del settore che ne hanno dato un giudizio estremamente positivo. Insomma ci hanno dato fiducia. Il Borghese: Quella che mi pare manchi in Italia. A cominciare dalla stampa. L'eco è stata molto riduttiva, un articolo sul Tempo, un pezzettino sul Giorno. Come mai? Bucci: Non lo so. Ma c'è stato anche qualcosa di peggio dell'indifferenza. Il Giornale ha addirittura scritto che noi abbiamo fatto dietro-front. Ma quale dietro-front? Abbiamo solo precisato che non estraiamo il «fattore di crescita» da un pesciolino, com'era stato scritto per un equivoco, ma da un topolino. Che differenza fa? il Borghese: Nessuna. Anzi è meglio perché i topi sono più numerosi e raggiungibili. Bucci: Volendo essere maligni si può pensare che poiché hanno «bucato» la notizia, come dite voi, hanno cercato di sminuirla. E hanno fatto dire ad Alessandro Lambiase e a Stefano Bonini delle cose che non hanno mai detto. Abbiamo mandato subito una lettera di rettifica che naturalmente, almeno finora, non è stata pubblicata. Non si fa così. Anche perché avremmo bisogno di un po' di incoraggiamento attorno, e di un po' di quattrini perché i costi sono altissimi. il Borghese: Più o meno? Bucci: Per ottenere un milligrammo di sostanza ci vogliono circa quattro milioni e un milligrammo serve a malapena per un paziente che abbia un'ulcera corneale. il Borghese: Beh, quattro milioni per un ciclo completo di cura -e con quei risultati- non mi sembrano poi molti. Bucci: Non sono molti, forse, per il paziente, se è uno che ha quattrini, ma sono moltissimi per noi poveretti. Finora siamo andati avanti con i cinque, sei milioni l'anno che vengono dati alla cattedra, istituzionalmente, dal C.n.r. e con qualche rivolo che ci arriva dal laboratorio della Montalcini che, dall'alto, ha sempre seguito le nostre ricerche. Adesso, per fortuna, si è interessata la Fondazione Bietti, privata, che ha un po' sposato la nostra causa e che collabora con noi non soltanto scientificamente ma anche finanziariamente. Però il contributo più sostanzioso, recentissimo, di mezzo miliardo, ci è arrivato dagli Stati Uniti, dalla Harvard University di Boston. il Borghese: E dallo Stato italiano? Bucci: Nulla di nulla. Vengo proprio ora da una riunione del Consiglio superiore della Sanità, c'era il ministro, Rosy Bindi. Mi ha detto «Ora non ho tempo, torneremo sull'argomento». Ma temo sia inutile parlare con lei. Credo che la diffidenza sia anche un po' un postumo del caso Di Bella. Però i soldi ci sono, eh? E tanti. Ma la distribuzione non è nè equa nè mirata, i soldi vanno tutti nelle solite direzioni. Poi alla fine dell'anno l'apparecchio che è costato tre miliardi lo vedi in cantina ricoperto con la plastica. Noi non chiediamo miliardi, chiediamo solo che venga sostenuta questa ricerca che per ora è finanziata da un'università di Boston. E' perlomeno singolare. il Borghese: Senta, professor Bucci, se titolo il mio articolo «ridaremo la vista ai ciechi», dico un'eresia? Bucci: No, dice una cosa eccessiva. Perché le forme di cecità sono tante e noi ne possiamo curare solo alcune. Non bisogna creare illusioni, false speranze. Noi riceviamo moltissime telefonate. Ha chiamato anche quella bella ragazza che ha vinto il Festival di Sanremo, ma pare che abbia una retinite pigmentosa sulla quale il nostro farmaco non può nulla. Ha telefonato il cantante Bocelli, ma anche per lui non possiamo fare nulla. Ci sono delle forme in cui l'occhio non è più un occhio. Non che ti metti una goccia e, miracolo, torni a vedere. Non è così semplice, purtroppo. Per ora sappiamo che il «fattore di crescita» ha dato risultati straordinari nelle affezioni della cornea e che ci sono delle buone aspettative per il glaucoma, punto e basta. il Borghese: Però il glaucoma è la maggior causa di cecità, in Italia e nel mondo. Bucci: Questo è vero.