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Le grandi carneficine, com'è noto, si trascinano sempre dietro un codazzo di iene e di sciacalli, pronti a piluccare qua e là quando non c'è più alcun pericolo, Tali mi sono sembrati alcuni uomini politici italiani, in specie democristiani e socialisti, col corredo dei loro reggicoda intellettuali e giornalisti, i quali dei fatti della Tienanmen hanno capito soprattutto che rappresentavano un'ottima occasione per aggredire il Pci, poco o nulla importandogli, in realtà, dell'immane tragedia cinese e molto, invece, di raccattare qualche voto in più per un turno di elezioni, oltretutto comiche come son quelle europee. Appartiene al provincialismo e al proverbiale cinismo italiani riportar tutto, anche le cose più grandi e atroci, alle nostre piccole beghe da cortile. È una mancanza di senso delle proporzioni. Che c'entra il Pci del 1989 con la strage di Tienanmen? Che c'entra Occhetto, il cui più rilevante atto politico è stato, finora, il pubblico e volgare bacio alla moglie, con un rivoluzionario autentico, nel bene e, soprattutto, nel male, come Deng Xiao Ping? Non è lecito confondere la farsa con la tragedia. In quanto ai comunisti italiani, aggrediti per qualcosa di cui non portano alcuna responsabilità nè politica nè morale, si sono difesi, bisogna dirlo, nel peggiore e più grottesco dei modi. Cosi ci è toccato leggere sull'Unità, per la penna di Antonio Bassolino: «La verità è che noi abbiamo educato intere generazioni di militanti comunisti e milioni di donne e di uomini ai valori della libertà e della democrazia». No, cari compagni comunisti, voi avete educato ad altro. Avete educato generazioni di militanti al rigore, alla serietà, all'impegno, al sacrificio di sè. Avete dato -penso soprattutto agli anni '50- una cultura, sia pur la vostra, faziosa, cultura (ma pur sempre cultura) a gente che non ne aveva alcuna (e basta parlare con un militante comunista che abbia più di 50 anni per avvertire questa differenza di «profondità» nei confronti delle generazioni più giovani). Avete, soprattutto, offerto a milioni di diseredati e di paria una speranza. Questo è ciò che, in bene, avete fatto. Ma «educato milioni di donne e di uomini ai valori della libertà e della democrazia, da decenni», come oggi scrivete, questo no, non l'avete fatto. Questi valori li avete introiettati da poco. E non è necessario che, per difendervi, diciate bugie. Perche ciò che conta è che tali valori oggi sono, indiscutibilmente, anche i \rostri. Per questo nessuna strumentalizzazione, per quanto cinica e abile, può essere credibile quando tenta surrettiziamente di coinvolgervi nei tragici fatti della Tienanmen. Ma queste, in fondo, sono piccole cose, cose di casa nostra appunto. I problemi posti dalla morte del comunismo (che di questo si tratta -anche se regimi comunisti potranno ancora continuare a esistere per qualche tempo- perché in piazza Tienanmen si è completata quella delegittimazione internazionale del comunismo iniziata con la destalinizzazione del '56: con la Tienanmen, dopo Stalin, è stato delegittimato anche Lenin e il mito delle avanguardie che «guidano» il popolo) sono ben altri come ha subito avvertito, in un lucidissimo articolo sulla Stampa (9/6/1989), Norberto Bobbio. E sono problemi colossali. Dalla fine della seconda guerra mondiale il mondo ha camminato su due gambe. Da una parte c'era l'Occidente, con la sua democrazia e la sua libertà, almeno formali, dall'altra il mondo comunista. Adesso una di queste gambe si è rotta e d'ora in poi il mondo dovrà camminare su una sola. In un futuro abbastanza prossimo è infatti ipotizzabile, come ha scritto Claudio Magris sul Corriere «un mondo intero simile a una società occidentale avanzata» (salvo forse qualche sacca di resistenza islamica). Ciò pone alcuni quesiti e problemi di portata epocale. Che sono i seguenti. La democrazia è un valore in sè se rapportata alla dittatura. Ma, in assoluto, la democrazia non è un valore in se, è solo un .metodo che deve essere riempito di contenuti o, se si preferisce, di valori. Ora, il sistema industriale-democratico occidentale può dare benessere, può dare modernità, ma ha dimostrato ampiamente di non essere in grado di dare valori. L 'errore della democrazia occidentale è stato quello di non aver preso alcuna distanza critica dall'industrialismo, d'essersi su di esso appiattita e con esso confusa. E l'industrialismo ha portato disuguaglianze economiche enormi -quali nessun sistema feudale ha mai conosciuto- disgregazione sociale, perdita del senso di solidarietà individuale e collettiva, criminalità diffusa, anomia, solitudine, nevrosi, suicidio, droga. È probabile che divenuto sistema mondiale, senza più limiti nè contraltari, l'industrialismo occidentale si sfreni ulteriormente acuendo al massimo tutte queste sue patologie. Inoltre, assunto orwellianamente a modello unico,l'industrialismo occidentale, benché basato sulla democrazia e la libertà, si trasformerà, proprio perché unico, in un sistema totalizzante. E come nella storia è sempre avvenuto ai sistemi totalizzanti («Appena il dominio romano fu accettato senza più contestazioni dall'intero mondo allora conosciuto cominciarono le guerre civili», scrive Gaston Bouthoul) sarà sottoposto a enormi pressioni centrifughe, sconvolto da formidabili convulsioni, esposto a giganteschi sconquassi, che finiranno per disgregarlo. Ecco perché la morte del comunismo dovrebbe far riflettere un po' di più gli occidentalisti a oltranza e non più essere semplicemente accolta, come avverte Bobbio, col sorrisetto di beota superiorità di coloro che oggi strillano compiaciuti: «Noi l'avevamo sempre detto!».