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Tutto va ben madama la marchesa. Questo è stato il tono generale dei commenti dopo le due manifestazioni di piazza che gruppi di autonomi, di punk, di metallari, di anarchici hanno recentemente organizzato a Milano (mi riferisco agli episodi del Leoncavallo e di via Conchetta). Sospiro di sollievo dopo la paura. In un primo momento infatti queste manifestazioni, complice anche un allarmato rapporto che il prefetto Caruso aveva mandato al ministro degli Interni sulla situazione milanese, avevano suscitato una certa apprensione. Si temeva un ritorno al clima plumbeo degli anni di piombo. Ma una volta constatato che, a parte qualche slogan truculento, peraltro raro, le manifestazioni si sono svolte in modo pacifico (una certa brutalità è stata usata caso mai dalla polizia, specialmente in via Conchetta) le si è liquidate come episodi marginali, «goliardate» delle quali non valeva la pena fare gran conto e il cui retroterra non meritava d'essere indagato più di tanto. Se non c'e violenza non c'e neanche problema, così è sembrata ragionare la stampa di informazione: il nostro è oggi un paese troppo diverso da quello degli anni '70 perché certi fantasmi deI passato possano ritornare, l'Italia offre ormai di sé l'immagine rassicurante di un paese socialmente pacificato.Ora, secondo me, questo modo di ragionare è frutto di un'illusione ottica che fa della violenza politica l'unica cartina di tornasole per misurare il malessere d'una società. Poiché questa violenza non c'e più se ne deduce che anche il malessere sociale non c'è o, quantomeno, è relegato ormai a frange marginali, alle quali vanno dedicate, al più, le carezze della polizia. Ma se si vanno a guardare le cose come sono, e non come ci piacerebbe che fossero, vediamo che non è così. Il malessere sociale, dal quale ebbero, in parte, origine non tanto il '68 (che fu, per lo più, un movimento di figli di borghesi annoiati), ma i fenomeni del terrorismo, dell'autonomia, della violenza politica capillare e diffusa, non è scomparso e nemmeno diminuito rispetto ai cosiddetti anni di piombo. Lo documentano le indagini ufficiali del Censis e dell'lstat. Esse ci dicono che in Italia i ricchi diventano sempre più ricchi e numerosi, ma che, nel contempo, anche i poveri diventano sempre più poveri e numerosi, che il divario fra professionisti ed operai è aumentato, così come è aumentata la disoccupazione (dal milione e 900 mila dell'81 ai quasi tre milioni di oggi), che «gli squilibri interni fra Nord e Sud invece di diminuire stanno crescendo» (Istat), che il ceto medio sta scomparendo, solo in parte per andare ad ingrossare le file dei più abbienti, nella maggioranza dei casi per scendere nella cajenna della povertà la cui arca viene misurata dal Censis in quasi un terzo della popolazione italiana (29,9%). A ciò si aggiunga che il potere economico si concentra sempre di più in poche mani e, grazie anche all'acquisizione dei maggiori organi di stampa radunati ormai in un oligopolio, la fa oggi da padrone molto di più che negli anni '70. Rispetto ad allora, c'è poi verso la sofferenza sociale una molto maggior sordità avendo preso totalmente il sopravvento un capitalismo senz'anima e senza regole e un'ideologia edonista di basso profilo che glorifica gli emergenti, i vincenti, i ricchi e che disprezza l'etica della povertà dignitosa. E allora perché il malessere sociale non si trasforma in protesta sociale, non riesce più  a darsi una voce? È stato proprio il terrorismo a togliergliela. Uno degli effetti perversi del terrorismo, e non certamente il minore, è stato infatti quello di inquinare le ragioni della legittima protesta, di indebolire i sindacati e le forze sociali, di togliere agli emarginati, ai poveri, ai paria di questa società quella voce di cui i brigatisti pretesero di avere la piena rappresentanza. Se in Italia quindi la violenza politica è quasi scomparsa non è, come piace pensare alla classe dirigente ed ai giornali reggicoda, perché le cause di quella violenza sono state rimosse alle radici, ma perché il modo criminale e paranoico con cui il terrorismo diede voce alla protesta sociale ha finito per delegittimarla e assassinarla. Oggi la vasta area dell'emarginazione, privata di legittimità, di voce e d'ogni rappresentanza politica, visto che anche il partito comunista ha sposato in pieno il nuovo corso edonista e neocapitalista, si limita a chiedere, anche nei pochi casi in cui trova la forza di esprimersi, alcuni, minimi, spazi di agibilità esistenziale negli interstizi deI sistema. Questo è il caso deI Leoncavallo e di via Conchetta dove i giovani reclamano semplicemente un luogo dove potersi aggregare. È immorale, ottuso e pericoloso trattare queste richieste con indifferenza e sufficienza, o peggio ancora con la brutalità poliziesca, solo perché non si esprimono nelle paventate forme della violenza. Immorale perché ingenera la convinzione che solo la violenza meriti attenzione. Ottuso e pericoloso perché rischia di ricaricare un meccanismo perverso. Se si chiudono alla emarginazione e alla protesta anche gli sfiatatoi più innocenti, si va incontro alle peggiori conseguenze. Perché i giovani del Leoncavallo e di via Conchetta non sono che le timide avanguardie di un malessere sociale molto più vasto e profondo anche se, per ora, atono e sordo. Se non si è avuta la capacità di rimuovere le cause di questo malessere, si abbia almeno l'intelligenza di consentirgli degli sfiatatoi. Ricorrere alla polizia quando si è in posizione di forza è il più stupido e tragico degli errori. In un certo senso la situazione di oggi mi ricorda quella del pre-Sessantotto. Quandi, col plauso dei grandi giornali borghesi, la polizia si accaniva su capelloni ed hippies di null'altro colpevoli se non di chiedere un minimo di libertà esistenziale. A furia di prendere manganellate quegli hippies e anarchici non violenti si trasformarono nei molto meno innocenti sessantottini. E daII'humus del Sessantotto nacquero la violenza politica diffusa, l'autonomia, il terrorismo. Possibile che l'esperienza non debba insegnare mai niente?