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Al settimo simposio dei vescovi europei che si è tenuto nei giorni scorsi a Roma e che ha avuto al centro i grandi temi esistenziali della nascita, della morte, della malattia, il vescovo di Magonza, Karl Lehmann, ha suscitato scandalo scagliandosi contro l'eccessiva tecnicizzazione e «medicalizzazione» dei parti, contro quella «cultura degli analgesici» che finisce per privare la donna d'una esperienza unica, e propugnando quindi un ritorno, sia pure «cum juicio», al parto naturale. A me pare che monsignor Lehmann abbia ragione. Ma poiche non sono una donna non voglio entrare in questa specifica questione, potendo troppo facilmente essermi obbiettato che è comodo filosofeggiare sulle sofferenze altrui senza averle provate (anche se mi consta che esistono movimenti femminili e femministi che intendono «riappropriarsi del parto» proprio nel senso inteso da Lehmann). Dal discorso del vescovo tedesco prendo spunto per una riflessione più generale sul rapporto fra l'uomo e il dolore nella società moderna. Oggi noi siamo dominati da un edonismo di basso profilo che rimuove il dolore, che lo considera uno scandalo e che è disposto a tutto pur di eliminarlo. Alla base di questa concezione ci sono due presupposti: uno ideologico, l'altro tecnico-pratico. È stato l'Illuminismo a proclamare, per la prima volta nella storia, il diritto dell'uomo alla felicità. Questo diritto è stato interpretato come un obbligo a cancellare il dolore, in ogni sua forma, dalla faccia della Terra. E la tecnologia, col dominio instaurato sulla natura, ha reso credibile questa possibilità. Si tratta di una concezione puerile oltre che contraddittoria. In realtà l'esperienza del dolore è fondamentale per la vita dell'uomo, ha un altissimo valore terapeutico ed educativo. Senza la conoscenza del dolore non ci potrebbe essere nemmeno quella della felicità. Lo sapevano gli antichi. «La malattia», dice Eraclito, «rende dolce la salute, il bene il male, la fame la sazietà, la stanchezza il riposo». Lo sapevano ancora gli uomini dell'Ottocento che pur credevano alle «magnifiche sorti e progressive». È proprio Leopardi che, ne La quiete dopo la tempesta, canta da par suo: «Sì dolce, sì gradita,/quand'è, com'or, la vita?/... Piacer figlio d'affanno;/gioia vana, che è frutto/del passato timore, onde si scosse/e paventò la morte/chi la vita aborria». Lo sapeva Freud che, nelle sue Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, riconosce «la necessità biologica e psicologica del dolore per l'economia umana». Lo sanno gli etologi e gli antropologi. Konrad Lorenz, ne Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, parlando di alcuni giovani che avevano tentato di suicidarsi sparandosi alla tempia, e che in tal modo avevano perso la vista, rileva: «Essi non ripeterono mai più il loro tentativo di suicidio. Non solo continuavano a vivere ma, maturando. erano diventati individui singolarmente equilibrati. direi felici». Ma l'uomo contemporaneo, nella sua generalità, ha perso stolidamente questa consapevolezza del valore della sofferenza. Nel suo edonismo infantile egli non vuole sentire parlare di punizioni ma solo di premi, vuole il benessere ma senza dover fare i sacrifici per ottenerlo, pretende che ci sia la felicità ma non il dolore, la vita ma non la morte, il Bene ma non il Male, il Paradiso ma non l'Inferno (del resto un altro teologo, von Balthasar, facendosi interprete dei sentimenti dell'epoca, ha affermato che l'Inferno non esiste. Ma -lo dico da laico quale sono e resto- se l'Inferno non c'è che senso ha il Paradiso?). L'uomo contemporaneo immagina che la vita altro non debba essere che un'interminabile messe di felicità, di premi, di promozioni, di consumi ininterrotti. Ma la vita non è questo, e non può e non potrà mai essere questo. Se si cancellasse la sofferenza non ci sarebbe più l'uomo. Non ci sarebbe più la vita che, non a caso, ha inizio proprio con l'esperienza del dolore. Se effettivamente arrivassimo ad abolire il dolore, come pretendiamo, con esso aboliremmo anche i processi vitali. La nostra sarebbe un'esistenza atona. neutra, priva di significato, annegata nell'indifferenza e nell'ebetudine del «soma» come quella degli abitanti del Mondo Nuovo di Huxley. E noi in parte già conduciamo un'esistenza del genere, protetti dalla tecnologia, masticando consumi come «soma», divorati da un'oralità onnivora che non arriva mai a soddisfarci ed è causa di una sorda depressione di cui non riusciamo a capacitarci. Ma poiché nonostante tutto, nonostante i prodigi della tecnologia e della medicIna, nonostante i costosi gioconi di cui ci circondiamo, nonostante la nostra educazione all'edonismo e al cinismo, il dolore, prima o poi, si affaccia alla nostra vita -se non altro come esperienza della morte-, il risultato è che non siamo più in grado di affrontarlo, di accettarlo e di tollerarlo. Così come non siamo capaci, come ha detto Karl Lehmann, «di recepire e di condividere il dolore degli altri». Ma la minima sofferenza ci getta nella disperazione, perciò acuendosi. E così inseguendo l'ideale d'una vita senza sofferenza realizziamo il tetro paradosso di soffrire di più. Avendo proclamato il diritto alla felicità ci siamo condannati, con le nostre stesse mani, all'infelicità perenne. La religione e la filosofia, quando erano più sapienti, dicevano invece che la vita è innanzi tutto dolore. E, in questo modo, oltre che prepararci a sopportarlo, ci permettevano di apprezzare al massimo grado la sua assenza. Dichiarando che la condizione umana è  -come è- l'infelicità, ci consentivano di essere, qualche volta, felici.