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Io sono stato fregato. Quando nel 1979 i socialisti di Claudio Martelli occuparono l' Europeo, dove allora lavoravo,mi dimisi e me ne andai a spasso. Eppure la situazione non poteva essere più favorevole per me. Ero socialista, ero amico fraterno di Martelli, mio compagno di banco al liceo Carducci, sezione C. Non dovevo fare proprio nessuno sforzo, nemmeno quello di essere ruffiano, per trarre tutti i prevedibili vantaggi, presenti e futuri, da quella fortunata combinazione. Bastava solo lasciar correre le cose. Invece per me quell' episodio fu la goccia che fece traboccare il vaso. Era infatti da qualche tempo che venivo maturando la convinzione che i partiti si fossero trasformati, da strumento di democrazia, in una sorta di fascismo dell'Italia repubblicana. Perché avevano occupato ogni angolo della vita civile, pretendevano «la tessera del pane» e atti di infeudamento, taglieggiavano la cittadinanza. L' occupazione anche dell' Europeo fu per me il segnale decisivo. Rimanervi avrebbe significato stare al gioco, corrompersi. Mi dimisi quindi dall' Europeo, dal Gruppo Rcs e lasciai il Psi. Da allora cominciai, con i miei modesti mezzi di giornalista, una battaglia pressoché solitaria contro quella che non era ancora chiamata la Prima Repubblica, non potendosi allora ipotizzare che ce ne sarebbe stata una seconda, ma veniva definita partitocrazia. Intendiamoci, a parole, tutti, anche allora, erano contro partitocrazia. C' erano giornalisti molto aggressivi, molto noti e molto bravi, come Giampaolo Pansa, che sparavano ogni giorno a palle quadre contro Dc e Psi. Ma lo facevano dal fortilizio del Pci. Questo non era dar battaglia alla partitocrazia ma farne parte. Stare fuori dal sistema non fu facile e nemmeno glorioso. A differenza del fascismo vero, che dava almeno agli oppositori l' orgoglio di essere antifascisti, quello partitocratico aveva maniere più subdole e meno appariscenti di toglierti di mezzo: l' emarginazione, le mortificazioni sul lavoro, il silenzio. Negli anni '80 mi giocai una carriera professionale che molti avevano predetto brillante («Con le qualità di Fini» aveva detto una volta il mitico Tommaso Giglio, «ho visto entrare all'Europeo solo Bocca e la Fallaci»). Quando nel '92-'94, con le inchieste della Magistratura, cadde finalmente la Prima Repubblica, credetti che fosse giunto il mio momento. Non che mi illudessi che mi sarebbe stato restituito il maltolto, pensavo semplicemente che si sarebbe tornati a una situazione normale, che non avrei più dovuto lavorare dieci per ottenere uno laddove ad altri bastava uno per ottenere dieci e godersi la vita. In fondo era quanto era accaduto, sia pur attraverso vicende ben più drammatiche delle mie, a mio padre. Manganellato più volte dai fascisti per quello che scriveva sulla Nazione di Firenze, era riparato in Francia e vi aveva fatto la fame finché Paolo Monelli, il capo della redazione parigina del Corriere, lo aveva assunto sotto falso nome. Nel 1940 - poiché allora le guerre erano una cosa seria - dovette decidere se rientrare in Italia o se restare in Francia come traditore del proprio Paese. Rientrò. Dopo la caduta del Fascismo partecipò a quel poco di Resistenza che ci fu al Corriere e sotto la sua direzione tecnica, di lui liberale, fu stampata la prima edizione dell' Unità clandestina. Finita la guerra gli Alleati regalarono a quattro giornalisti (Fini, Afeltra, Fallaci e Villani) la testata del Giornale Lombardo poi diventato Corriere Lombardo che mio padre diresse per sedici anni vivendo felice e contento. Ecco, io ingenuamente pensavo, lo ammetto, che qualcosa del genere, più o meno, sarebbe capitato anche a me. Invece, mi trovo ancor più emarginato e isolato di prima. E a menare la danza sono sempre gli stessi. Io vomito quando vedo che Bruno Vespa, che confessò la propria affiliazione alla Dc, è diventato il più importante giornalista politico italiano. Vomito quando vedo darsela da oppositore Silvio Berlusconi che non levò mai la sua voce contro il vecchio regime e ne fu anzi remunerato complice. Vomito quando vedo che capo del governo è Massimo D' Alema che in quel regime non succhiò solo il latte. Ma non posso far altro. Dovrei riprendere la lotta contro la partitocrazia. Ma sono stanco. Molto stanco. Quando la iniziai, nel '79, ero un giovane uomo poco più che trentenne nel pieno delle sue forze. Oggi di anni ne ho 54. Quand'anche mi bastassero le energie, mi manca il tempo di aspettare altri quindici o vent'anni. Mi guardo attorno e capisco di essere stato fregato.