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La decisione con cui il G8 ha stabilito di congelare 70 miliardi di dollari di debiti dei Paesi del Terzo Mondo sembra un atto di liberalità. Invece è l'esatto contrario. Non tanto perché 70 miliardi di dollari sono una goccia nel mare dei 1.800 miliardi che i Paesi terzomondisti devono i quelli industrializzati, ma perché si tratta di un modo per continuare a tenerli al gancio. Una situazione simile si verificò nel 1996. il Messico doveva ai Paesi industrializzati 50 miliardi di dollari di cui non era in grado di pagare neppure gli interessi.  Era sull' orlo della bancarotta che, com' è noto, fa molto più male al creditore che al debitore. Cosa fecero allora i Paesi industrializzati? Prestarono al Messico esattamente 50 miliardi di dollari perché potesse restituire 50 miliardi di dollari: Una cosa priva di senso secondo la logica comune ma perfettamente funzionale al sistema del denaro e alla globalizzazione. Quello che infatti interessa ai Paesi  industrializzati non è che i Paesi del Terzo Mondo onorino i debiti, che sanno benissimo che non sono in grado di pagare, nè oggi nè domani nè mai, ma che restino dentro quell' integrazione economica mondiale con cui li stanno sfruttando e assassinando come non era avvenuto nemmeno ai tempi del colonialismo. Tra il colonialismo classico e il nuovo colonialismo economico c' è infatti un sostanziale salto di qualità. Il vecchio colonialismo si limitava a conquistare territori e a rapinare materie prime di cui peraltro, in genere, gli autoctoni non sapevano che farsi, ma le due comunità, quella dei colonizzatori e quella dei colonizzati, rimanevano rigidamente separate per cui questi ultimi continuavano a vivere secondo le proprie tradizioni, costumi, socialità, economia. Nel secondo dopoguerra il colonialismo classico fu sostituito con quello economico. Questo nuovo colonialismo non vuole conquistare territori ma mercati. Ha quindi assoluta necessità di omologare le popolazioni del Terzo Mondo ai nostri costumi, ai nostri consumi, ai nostri ritmi per potergli vendere i nostri prodotti. L'uomo del Terzo Mondo si trova quindi completamente dèracinè, divelto dalla propria cultura, che non esiste più, ridotto dalla condizione di una povertà che non sapeva di essere tale a quella di miserabile, abitante di desolate periferie dell'Impero in cui non riconosce più se stesso. Ma non c' è solo lo sradicamento. Le popolazioni del Terzo Mondo devono abbandonare le economie di sussistenza su cui avevano vissuto per secoli e integrarsi nel mercato economico mondiale. Esportano quindi, ma il ricavato delle esportazioni non è sufficiente a compensare il deficit alimentare che si viene così a creare. Ed ecco la fame che per queste popolazioni è, checché se ne pensi, un fatto nuovo. L' Africa «nera» ne è un esempio paradigmatico. Agli inizi del secolo l' Africa era autosufficiente dal punto di vista alimentare. Ancora nel 1961 lo era al 98 per cento. Nel 1971 l'indice era sceso all'89 per cento e nel 1976 al 78 per cento. Per capire quel che è accaduto dopo non servono le statistiche, basta guardare le raccapriccianti immagini che ci vengono dal Continente nero. Eppure tanto i Paesi africani che gli altri del Terzo Mondo negli ultimi decenni hanno aumentato la produzione degli alimenti primari, riso, mais e grano, rispettivamente del 30, 40 e 50 per cento. Phil N. Bradley spiega così l'atroce paradosso: «Le popolazioni del Terzo Mondo non sono più libere di produrre alimenti per il fabbisogno interno e i magri guadagni ricavati dalle esportazioni destinate al mercato mondiale non sono sufficienti per l' acquisto del vero bene che loro necessita, il cibo, proprio quel cibo che, ironicamente, sono costrette a produrre per gli altri» (in Geografia di un mondo in crisi, Franco Angeli, 1986). Al mondo industrializzato non interessa quindi che i Paesi terzomondisti onorino debiti di fatto inesigibili e, al limite, nemmeno che paghino per intero ciò che gli viene venduto. l' essenziale è che restino agganciati al meccanismo che consente ai Paesi ricchi di rapinare, in modo sofisticato, le produzioni dei Paesi poveri, di sfruttare bestialmente la loro mano d'opera e di ingombrarli di beni inutili perché il sistema possa procedere sulla strada della crescita esponenziale senza la quale collasserebbe. Questa è «la globalizzazione dal volto umano» indicata come luminoso futuro, l'altro giorno a Colonia, dai dirigenti, l' ex comunista D' Alema compreso, dei Paesi più industrializzati del mondo. Sporcaccioni.