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La settimana scorsa, dopo gli incidenti di Goteborg e in attesa del temuto G8 di Genova, il Quotidiano 'Libero' titolava: “Cavaliere, ora ci liberi anche dal popolo di Seattle”.L'impotenza di BerlusconiPer quanto miracolistiche siano le attese su Berlusconi dubito molto che possa spazzar via il “popolo di Seattle” così come dice di aver fatto con i comunisti. Non solo perché i comunisti non c'erano già più prima che arrivasse Berlusconi, ma perché il fenomeno di Seattle non va confuso con quei mille o duemila teppisti che riescono ogni volta a imbrattarne l'immagine e a dargli una coloritura di sinistra che non è assolutamente la sua. Seattle infatti non è né di sinistra né di destra, è un movimento sostanzialmente antimodernista che in quanto tale è in opposizione sia al pensiero liberale che a quello marxista, e suoi derivati, che sulla modernità, sul progresso, sulla industrializzazione hanno puntato le loro carte.Non ci si sbarazzerà di loroE di Seattle non ci si sbarazzerà tanto facilmente perché non è un problema di polizia che riguarda mille o duemila facinorosi, ma è una di quelle questioni che si suole definire “epocali”. I decenni a venire non vedranno infatti più lo scontro fra destra e sinistra, ormai unite non solo nel cavalcare l'industrializzazione e però anche la sua declinazione liberista, liberale, borghese e democratica, ma fra modernisti e antimodernisti, fra coloro che l'accettano in toto, sia pur con qualche variante che può riguardare la tutela dell'ambiente o una minore o maggiore accentuazione del “Welfare”, e coloro che la rifiutano in modo radicale.Una storia anticaLa globalizzazione è in realtà un processo che ha inizio con la Rivoluzione industriale e la nascita, in Europa, degli Stati moderni e che arriva ora alla prima maturazione con l'occupazione dell'intero pianeta. Con ciò esaspera tutti i fattori negativi che erano già presenti nell'industrializzazione e nella modernizzazione: l'omologazione, la standardizzazione, la perdita di identità di individui e di popoli. In questo Seattle si lega, anche se non ancora in maniera cosciente, alla riscoperta delle “piccole patrie” che è un fenomeno centrifugo che attraversa l'intero globo e va dal Quebec a Terranova alla riscoperta dell'orgoglio pellerossa e indio alla Slovacchia, alla Moldavia, alla Transilvania, alla Provenza, alla frantumazione dell'Unione Sovietica, alla Cecenia e, passando per i tradizionali indipendentismi irlandese, basco, corso e per le guerre slave, arriva fino alle Leghe di casa nostra. Il localismo non solo è, in radice, un antiglobalismo ma è anche potenzialmente un antindustrialismo. Se localismo significa infatti avere punti di riferimento comprensibili in un ambito limitato, per mantenere la propria identità, ciò non può avvenire se siamo tutti battezzati in un mare di Coca-Cola.Non c'è uguaglianzaMa la globalizzazione rende anche palmare un'evidenza che finora era stata sempre tenuta accuratamente nascosta: l'industrializzazione non solo non ha realizzato l'uguaglianza, ma ha aumentato in modo parossistico le disuguaglianze fra Paesi ricchi e quelli poveri, e all'interno dei singoli Paesi, ricchi e poveri che siano, portando disagi sociali prima sconosciuti, come la disoccupazione, l'alcolismo di massa, la depressione, la nevrosi, la droga.Il marxismo non c'entraEcco perché i centri sociali e tutti coloro che si ispirano al marxismo non hanno nulla a che vedere con Seattle, ne rappresentano anzi una contraddizione in termini. Il marxismo si è infatti rivelato essere nient'altro che un industrialismo e una modernizzazione inefficienti, laddove Seattle è antindustrialista e antimodernista. Ed ecco anche perché è puerile chiedere a Berlusconi di risolvere uno scontro che impegnerà i secoli a venire.