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Sono patetiche e grottesche le sinistre che accorrono al G8 di Genova mescolandosi al movimento antiglobalizzazione e illudendosi, magari, di cavalcarlo, cosa che peraltro avviene solo in Italia dove qualsiasi fenomeno, anche il più serio, com'è certamente quello di Seattle, stinge nel farsesco.Che questo equivoco riguardi i ragazzotti dei centri sociali, a malapena consapevoli di essere al mondo, è comprensibile, ma la stessa cosa non si può dire per la sinistra colta e radical chic. Perché il movimento di Seattle è intimamente e profondamente reazionario, antimodernista, antindustrialista, antitecnologico, mentre la sinistra è, per sua costituzione, progressista (e tale è chiamata in contrapposizione ai “conservatori”), modernista, industrialista, tecnologica. Non meno dei pensatori liberali Marx ha una illimitata fiducia nel progresso, nell'industria, nella tecnica che porteranno una tale cornucopia di beni materiali da far felice l'umanità intera. Marxisti e liberali si dividono solo sul modo in cui questi beni devono essere distribuiti, per tutto il resto la pensano allo stesso modo, sono entrambi figli dell'Illuminismo. Come ha sottolineato Antonio Socci in un bell'editoriale sul Giornale (6 luglio) il marxismo è globalizzatore quanto il capitalismo. Questo è sufficiente a ridicolizzare le sinistre antiglobalizzanti, non, a differenza di quanto pensa Socci, il movimento antiglobalizzazione.L'ottimismo sette-ottocentesco dei liberali e dei marxisti era infatti perfettamente giustificato dalle grandi prospettive che il dinamismo industriale sembrava aprire dopo duemila anni di sostanziale immobilismo.La rivoluzione industrialeMa due secoli e mezzo dopo la Rivoluzione industriale bisogna regolare un po' i conti e farsi l'indecente domanda che io ponevo in un libro pubblicato nel 1985 (La Ragione aveva Torto?) quando di globalizzazione non si parlava ancora: si stava meglio quando si stava peggio? Il modello di sviluppo partorito dalla Rivoluzione industriale ha davvero migliorato la qualità della nostra vita o nell'illusione di creare “il migliore dei mondi possibili” ce ne siamo invece costruiti uno particolarmente disumano? Questi dubbi che un tempo riguardavano élite minoritarie, guardate con disprezzo, sono ora evidentemente discesi a livello di massa. E, più o meno consciamente, è proprio l'indecente domanda (“si stava meglio quando si stava peggio?”) che il movimento di Seattle si pone e ci pone.Per quanto mi riguarda la risposta che do oggi è, a maggior ragione, la stessa che davo vent'anni fa ne la Ragione aveva Torto?: per quanto possa sembrare incredibile la cosiddetta società del benessere non ha migliorato la qualità della nostra vita ma l'ha grandemente peggiorata.Contestatori ricchiE' estremamente significativo che i contestatori di Seattle non siano, nella stragrande maggioranza, abitanti del Terzo Mondo, anche se ne assumono le difese, ma cittadini proprio delle società opulente. Il fatto è che l'attuale modello di sviluppo è riuscito nella straordinaria impresa di far star male non solo chi sta male, ma anche chi sta bene, i ricchi, i privilegiati. Nell'Europa del 1650, preindustriale, i suicidi erano 2,6 per 100mila abitanti, nel 1850, nell'Europa industrializzata, erano il 6,8, triplicati, oggi sono il 20,6, decuplicati. L'alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale. Le malattie mentali, depressione e nevrosi, hanno un primo balzo in avanti nell'800 (non per nulla nasce la psicoanalisi) per dilagare nel '900. Oggi più di un abitante su due degli Stati Uniti, la punta di lancia del modello globalizzante, fa abitualmente uso di psicofarmaci, senza tener conto di coloro che sono coinvolti nella droga. Sono un'armonia e un equilibrio complessivi, che un tempo esistevano sia pur nelle durissime condizioni materiali di vita, che oggi ci sono venuti drammaticamente a mancare. Abbiamo puntato tutto sulla crescita e lo sviluppo, ma siamo andati oltre. Anche il cancro è una crescita e uno sviluppo. E, come mi disse una volta, splendidamente, Don Giussani, il leader di Comunione e Liberazione, mio professore al liceo Berchet: “L'errore è una verità impazzita”.