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La proposta di legge, approvata di recente dalla Camera, che prevede l'insegnamento del sardo, del friulano, del ladino, dell'occitano, del provenzale, dello sloveno, del tedesco, dell'albanese, del catalano, del croato nei Comuni dove tali minoranze raggiungano il 15 per cento e la possibilità di parlare queste lingue anche negli uffici pubblici, ha scatenato le ire di alcuni intellettuali progressisti e in particolare di Valerio Castronovo, Gian Enrico (e non Edilio, caro Corriere, che è l'editore) Rusconi, Massimo Salvadori, Saverio Vertone secondo i quali siamo di fronte «ad un vero e proprio attentato all'unità culturale della nazione italiana» e alla nostra lingua.  A parte che costoro sembrano dimenticare che l'Italiano unificante di oggi non è la lingua di Dante ma quella banalizzante e impoverente della Tv, non si capisce, almeno a prima vista, il perché di tanto scandalo. Ciò che offre la legge è un di più non un di meno. Essa affianca, in alcuni casi e solo per chi lo desideri, la lingua locale a quella nazionale, non pretende certo di sostituirla. Ma è Vertone a svelare il reale motivo di questa levata di scudi: la paura, anzi il vero terrore, che la legge apra una breccia all'insegnamento dei dialetti, «del bergamasco, del barese e della lingua di Canicattì». Embè, e se anche così fosse? Per quali mai ragioni dovremmo privarci della ricchezza dei dialetti seppellendoli sotto l'ideologia dell'unicità linguistica? Eppoi, benché gli specialisti vi si siano spaccati la testa, nessuno è mai riuscito a capire che differenza ci sia fra una lingua e un dialetto e perché la prima abbia una dignità che manca al secondo. Se Vertone fosse andato a vedere La sposa Francesca del lombardo (del '700) De Lemene, data in ottobre al Piccolo, si sarebbe, forse, accorto che il milanese è una lingua che possiede possibilità espressive ignote all'Italiano e in esso intraducibili, così come il bergamasco o il barese. Ma gli intellettuali progressisti, nel loro terrore dei dialetti (leggi: Leghe), dimenticano altre, troppe, cose. Dimenticano l'art. 6 della Costituzione («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»), dimenticano la lezione di Pasolini, dimenticano soprattutto se stessi perché è stata proprio la cultura di sinistra a volere vent'anni fa questa legge che solo ora è arrivata all'approvazione del Parlamento. E c'è un perché. Infatti questi intellettuali progressisti sono diventati, nel frattempo, dei perfetti reazionari. 1) Privilegiano la lingua cosiddetta colta su quella popolare come se essa sola facesse parte della cultura nazionale. Scriveva Pasolini nel '74: «Che cos'è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che sia la cultura dell'intellighenzia. Invece non è così». Aggiungeva Pasolini che accanto alla cultura dei dominanti c'è anche quella dei dominati, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini e quindi «la cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe. («Il Potere senza volto», Corriere della Sera, 24/6/'74). 2) Accusano di chiusura in se stessi e di provincialismo coloro che difendono l'esistenza dei dialetti. Ed invece i provinciali sono loro. Perchè chiuso non è solo chi non guarda oltre al luogo in cui vive, verso il macrocosmo che lo racchiude, ma anche chi non sa vedere i microcosmi che quel luogo, a sua volta, sottende. 3) Questa strana neosinistra si è ormai totalmente appecoronata alla omologazione e alla standardizzazione funzionali al capitalismo mondialista a leadership americana. «Ha scelto la Coca-Cola», come ha detto bene Mario Borghezio della Lega Nord. Se Vertone and company fossero coerenti con se stessi dovrebbero dirci chiaramente che nel «nuovo ordine mondiale» anche l'Italiano (o il francese o il tedesco) è, rispetto all'inglese dominante, inutile e dispersivo così come i dialetti lo sono rispetto alle lingue nazionali. Ma l'atteggiamento di questi neoprogressisti nei confronti delle lingue delle minoranze ci chiarisce anche come essi intendano in realtà l'immigrazione. Sono disposti, come no?, ad accogliere qui gli albanesi, i croati o i marocchini, ma a una condizione precisa: che rinuncino alla propria lingua, alla propria cultura, ai propri costumi, alla propria identità per uniformarsi al nostro modello. E questo, di tutti, è il più razzista dei modi di rapportarsi agli altri. Perché accettare il «diverso» significa, appunto, accettarlo nella sua diversità non pretendere di omologarlo a forza alla «normalità».