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«Hitler del Medio Oriente», «nuovo Hitler», «Saddam come Hitler». Quante volte, in questi mesi, abbiamo sentito questo refrain? E sull'ultimo numero dello Spiegel Hans Magnus Enzensberger scrive: Saddam, come Hitler, è semplicemente «un nemico dell'umanità» e, come Hitler, non va considerato «un uomo di Stato». Questo paragone fa torto ad Adolf Hitler. In condominio con Hitler, Saddam Hussein ha alcuni tratti criminali (comuni del resto a molti altri tiranni, da Ivan il Terribile a Stalin, a Mao), ma mentre Saddam vi si esaurisce, Hitler non può essere ridotto solo ai suoi delitti per quanto atroci essi siano. Quando Hitler giunse al potere, legalmente, nel 1932, la Germania, dopo la lunga agonia della Repubblica di Weimar e la crisi del '29, era un paese in ginocchio, economicamente e moralmente. In soli cinque anni Hitler, dando mano libera al mago della finanza, Hialmar Schacht, rimise in piedi l'economia tedesca. Nel 1932 i disoccupati erano sei milioni, i sottoccupati dai quindici ai venti. Nel 1937 i disoccupati erano ridotti ad un milione, la sottoccupazione sparita, la produzione cresciuta del 102%, il reddito nazionale raddoppiato, i salari aumentati del 66%. Nella Germania del '37 il posto è garantito e il lavoratore è assicurato contro le malattie, l'invalidità, la disoccupazione. Questa eccezionale ripresa economica, che fu giudicata un miracolo non solo in Germania, fu dovuta certamente anche alla politica di riarmo. Ma Hitler riarmò la Germania stimolando le potenzialità dell'industria tedesca e utilizzò il riarmo come volano per l'economia. Saddam Hussein si è limitato a comprare armi a destra e a manca accumulando 100 miliardi di dollari di debito. «L'angoscia era il sentimento fondamentale, dominante, del periodo». Così Joachim Fest descrive la situazione psicologica della Germania prenazista. Hitler seppe ridare slancio ed entusiasmo ai tedeschi. Non c'è dubbio che il Fuhrer abbia avuto un consenso di massa pressoché totale e questo consenso l'ha seguito fino all'ultimo anche quando la Germania era ridotta a un cumulo di rovine. Il consenso a Saddam Hussein, almeno in Irak, è dovuto esclusivamente al terrore. Dopo solo un mese di guerra i soldati disertano e l'altro giorno, a Bagdad, c'è stata una manifestazione antiregime di 5.000 persone che in un universo concentrazionario come quello iracheno ha un significato enorme. Dell'ideologia nazista noi ricordiamo solo il razzismo, perché gli orrendi eccidi che sono stati commessi in suo nome fanno premio su tutto il resto. Ma il nazismo non fu solo questo, fu una delle espressioni di quel movimento culturale chiamato da Jeffrey Jerf «modernismo reazionario» (alla cui fonte ci sono intellettuali come Junger, Schmitt, Sombart, Heidegger) che rappresentò un tentativo di opporsi agli effetti disumanizzanti e alienanti dei procedimenti di razionalizzazione portati dall'industrialismo. Fu, per usare le parole di Gian Enrico Rusconi, «la rivincita dell'idealismo tedesco sull'illuminismo liberal-mercantile franco-inglese». Anche se poi il nazismo si scontrò con una contraddizione in termini che portava in sè: per affermare la propria volontà di potenza dovette infatti sviluppare al massimo la tecnica che è l'essenza di quanto afferma di voler combattere. Diciamo che il nazismo è stato l'impazzimento finale di una grande cultura che dopo aver dominato in Europa per oltre un secolo, era arrivata al limite di se stessa. Anche sul piano internazionale Hitler ebbe intuizioni notevoli. Egli aveva capito, prima degli altri, che, a bocce ferme, se l'Europa non si fosse unita sarebbe diventata presto terreno di conquista delle potenze emergenti: Unione Sovietica e Stati Uniti. Naturalmente Hitler voleva unificare l'Europa a modo suo, sotto il tallone di ferro nazista. Ma se si guarda la questione esclusivamente in termini di realpolitik, aveva visto giusto. E, sotto questo profilo, se una colpa ha Hitler, sta nel fatto che, provocando la guerra, e perdendola, accelerò, invece di fermarlo, il processo di subalternità dell'Europa. In ogni caso il suo era un progetto grandioso, criminale ma non folle, per il quale aveva mezzi adeguati ai fini.E veniamo a Saddam. La sua nullità non si ricava, come scrive James G. Ballard, dalla sua «faccia da tassista» (i dittatori hanno facce di tutti i tipi e non è previsto che siano stati educati ad Harvard), ma dai fatti. Saddam arrivò al potere, grazie a un colpo di Stato organizzato da altri, nel 1968. Dopo dodici anni, nel 1980, quando decise di aggredire l'Iran, la situazione economica e sociale dell'Irak non era migliorata di un pollice, era anzi, se possibile, peggiorata. Nonostante abbia avuto fin dall'inizio, grazie all'appoggio di Urss e Francia, una enorme superiorità tecnologica sull'avversario, nonostante, dal 1985, abbia ricevuto armi da tutti i paesi industrializzati e abbia potuto contare sull'intervento militare americano nel Golfo in funzione  antiraniana, è riuscito a perdere, nella sostanza, contro l'esercito di «straccioni» e di ragazzini di Khomeini. È uscito dal conflitto con 100 miliardi di dollari di debito (l'Iran in pareggio) di cui 17 nei confronti del Kuwait, ragione non ultima dell'aggressione. Dopo di che si è messo contro, come Hitler, tutto il mondo, ma, a differenza di Hitler, avendo dietro di sè un paese ridicolo, nessuna possibilità, nemmeno teorica, di vittoria, e condannando quindi il suo popolo a un massacro senza speranza. Alle sue spalle non c'è alcun progetto Si è inventato «campione dell'Islam» all'ultima ora mentre fino a ieri si era vantato di aver costruito uno stato laico e materialista. Ciò che lo spinge ad agire non è una sia pur stravolta idealità ma, e qui ha ragione Enzensberger, solo «una pulsione di morte». Se del male Hitler era un genio, Saddam Hussein ne è solo un ottuso manovale.