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Sono pesantissime le responsabilità della comunità internazionale per quanto sta accadendo in Jugoslavia. Stati Uniti. Cee, Polonia, Cecoslovacchia, dichiarando esplicitamente di non voler riconoscere Slovenia e Croazia come Stati sovrani, hanno di fatto autorizzato l'intervento dei militari jugoslavi e creato le premesse della guerra civile». Così scrivevamo sull'Europeo del 12 luglio. Purtroppo siamo stati facili profeti: la guerra civile è in atto e in Croazia il sangue scorre a fiumi. Certo non si può escludere (ma sarebbe stato più difficile} che i serbi avrebbero attaccato ugualmente la Croazia anche se fosse stata tempestivamente riconosciuta, ma in questo caso si sarebbe trattato di un'aggressione ad uno Stato sovrano facente parte a pieno titolo della comunità internazionale la quale avrebbe avuto la base giuridica per ricondurre la Serbia alla ragione. anche con la forza se necessario. Invece si è lasciato che i serbi agissero, di fatto, indisturbati perdendo tempo prezioso in tartufesche veroniche diplomatiche il cui vergognoso acme è la Conferenza di pace dell' Aja che, come ha ben spiegato il premier croato, Franjo Greguric, «è organizzata per durare almeno tre mesi, mentre la Croazia può essere distrutta in tre settimane». In realtà nessun intervento concreto a favore della Croazia può prescindere dal suo riconoscimento. Quando De Michelis afferma che «nessuno Stato può modificare con la forza i propri confini interni», dice cosa ridicola perché se quei confini sono interni uno Stato sovrano può farne ciò che vuole. Perché, allora, gli Stati europei non hanno imboccato fin dall'inizio -e ancora esitano a farlo- la strada maestra del riconoscimento dell'indipendenza della Slovenia e della Croazia, indipendenza, è bene ricordarlo, proclamata da Parlamenti liberamente eletti? Per due motivi in sostanza. Per la congenita viltà degli europei i quali si accorgono della sovranità degli Stati solo quando ciò interessa gli Stati Uniti (vedi il Kuwait), o dopo che se la sono già conquistata da sé, come è il caso dei Baltici. In secondo luogo alcuni paesi europei, Francia, Spagna e Italia in particolare, temono, riconoscendo la Slovenia e la Croazia, di aprire una breccia al loro interno. Fatto questo passo infatti diventerebbe molto difficile disconoscere lo stesso diritto all'autodeterminazione ai corsi, ai baschi, ai sudtirolesi. Si obbietta che sloveni e croati sono sottoposti ad un regime dittatoriale mentre corsi, baschi e sudtirolesi vivono all'interno di libere democrazie. Ma uno Stato non ha diritto, solo perché democratico, di trattenere i popoli che se ne vogliono distaccare. Si dice anche che Croazia e Slovenia sono degli Stati, per quanto all'interno di una struttura federale, mentre Corsica, Paesi baschi, Sudtirolo non lo sono. Ma ad Helsinki, nel 1975, fu sancito, non a caso, il principio dell'autodeterminazione dei popoli, non degli Stati.Si dice ancora, per quel che riguarda l'Italia, che i sudtirolesi, qualora volessero davvero proclamarsi indipendenti o riunirsi alI' Austria (il che, naturalmente, è tutto da verificare) andrebbero incontro ad una situazione economica peggiore dell'attuale. Ma il motivo etnico-culturale può essere oggi più forte anche di quello economico, se è vero che la Moldavia si vuole ricongiungere  alla Romania che è il paese europeo più povero in assoluto, l'unico in cui si soffra veramente la fame. Quello che non si vuole capire è che oggi non sono in discussione solo gli assetti europei usciti dalla prima e dalla seconda guerra mondiale, ma che è lo stesso concetto di Stato nazionale ad essere entrato in una crisi irreversibile. Gli Stati nazionali europei, nella loro maggioranza, sono oggi troppo deboli per garantire da soli la propria difesa, troppo piccoli per costituire un mercato autosufficiente, ma troppo grandi e disomogenei per poter curare davvero gli interessi localistici. Andando verso un'Europa militarmente, politicamente, economicamente unita, che provveda quindi alle esigenze soddisfatte in passato dagli Stati nazionali, questi perdono ogni senso e funzione. Quella del futuro sarà inevitabilmente un'Europa delle «piccole patrie» le quali, al loro interno, si sceglieranno liberamente i propri referenti e si aggregheranno, o disgregheranno, altrettanto liberamente. Anche se capisco bene che ad un Andreotti o a un Craxi non piaccia affatto l'idea di governare su Roma e Viterbo e poco più. Il che, peraltro, sarebbe all'altezza della loro statura di statisti.