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Dopo essere stata grottescamente eletta, a settant'anni dalla rivista americana Time, "donna più bella del mondo", Sofia Loren si è adesso prestata a posare, sia pur prudentemente velata, per il capostipite di tutti i calendari sexy, quello Pirelli. E ha consigliato alle donne più o meno in età: "Imitatemi".Pessimo consiglio. Perchè l'episodio non è che uno dei tanti segnali e simboli di un'epoca impazzita in cui gli uomini e le donne non sono più in grado di accettare quelli che i filosofi, quando esistevano ancora, chiamavano "i nuclei tragici e ineludibili dell'esistenza": il dolore, la vecchiaia e la morte. Oggi è proibito essere vecchi e la vecchiaia ha perso anche uno dei pochissimi lussi che era ancora in grado di concedere: quello di potersi abbandonare alla propria età e ai suoi inevitabili limiti.No, un vecchio oggi deve sgambettare impudicamente nelle balere, scopare (con Viagra o altri additivi) anche se non ne ha più voglia, posare per calendari sexy, partecipare a maratone in cui regolarmente si infartua. Viene accettato solo se appare giovane, se "se la dà" da giovane, se fa il giovane e rientra quindi nel gran gioco del consumo. Per quanto, preso singolarmente, resti comunque un consumatore marginale, come categoria, dato il costante invecchiamento della popolazione occidentale dovuto al combinato disposto dell'allungamento della vita e della bassa natalità, è diventato un vasto e appetibile mercato. E quindi serve anche lui per mandare avanti il meccanismo economico. Se non serve, se è vecchio e lo dimostra comportandosi come tale, allora viene emarginato senza pietà. E' tale il terrore di essere considerati vecchi che secondo un recente sondaggio l'85\% degli ottantenni interpellati rifiutava di ritenersi tale. Abbiamo così creato un'intera e nuova classe di spostati, di esclusi, di emarginati, di infelici che prima non esisteva. Siamo una società di vecchi che coltiva un paradossale e grottesco culto del giovanilismo andando così ad accrescere il senso di frustazione degli anziani.Ma il tabù della vecchiaia non è solo una questione di mentalità e di mercato. Il fatto è che nella società industriale il vecchio in quanto tale ha perso ogni ruolo e con esso il prestigio di cui un tempo godeva. Nelle società tradizionali, premoderne, preindustriali, prevalentemente agricole e caratterizzate in larga misura dalla tradizione orale, è il vecchio che detiene il sapere, che conosce meglio dei giovani le cose spesso indispensabili per la vita e la sopravvivenza o anche, più semplicemente, per un miglior andamento del tran tran quotidiano e a lui spetta l'ultima parola nelle decisioni difficili. E' rispettato, ha autorità, ha prestigio, ha un ruolo di rilievo nella comunità e la sua vita conserva ancora un senso, che, per l'anziano, è proprio quello di trasmettere la propria esperienza ai più giovani e non di gareggiare goffamente e inutilmente con essi, trangugiando l'amarezza di un confronto impari, all'inseguimento impossibile di un'età e di un tempo irrimediabilmente perduti.