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Non è questione se sia giusto o meno impiccare Saddam Hussein. Il fatto è che questo processo non avrebbe dovuto essere mai celebrato. Poichè Saddam , a differenza dei suoi due figli, non ha avuto nemmeno il coraggio di morire in combattimento e si è lasciato catturare come un coniglio, andava fucilato sul posto, o poco dopo, senza ulteriori cerimonie. Non è infatti contestabile la potestà dei vincitori di punire i capi dei vinti, come si è sempre fatto da che mondo è mondo, ma di farlo nelle forme del processo, della legge, del diritto. Con questi processi, il cui capostipite è quello di Norimberga, i vincitori non si accontentano più di essere tali ma pretendono anche, in virtù della loro vittoria, di essere moralmente migliori dei vinti così da poterli, appunto, giudicare. Il che fa coincidere diritto e morale con la forza: la forza del vincitore. Scriveva il giurista liberale americano Rustem Vambery su The Nation il primo dicembre del 1945, quando si prospettavano i processi di Norimberga e di Tokyo: «Chiunque conosca la storia del diritto penale sa quanti secoli, quanti millenni ci sono voluti per affermare esattamente l'opposto: il prevalere della forza del diritto sul diritto della forza».I processi dei vincitori ai vinti sono aberranti anche perchè hanno sentenze già scritte. Il vincitore infatti non potrà mai ammettere di aver avuto torto. Non è certamente un caso che il processo principale a Saddam , quello su cui si è focalizzata l'attenzione internazionale, riguardi un fatto del 1982, marginale e limitato nel numero delle vittime, legato oltrettutto ad un attentato compiuto contro il rais di Bagdad, dove gli occidentali non sono per nulla implicati. Molto più in sordina si svolge un secondo processo che riguarda, tra l'altro, la strage di Halabya dove l'esercito iracheno, usando armi chimiche, gasò e uccise tutti i 5000 abitanti di quel villaggio curdo. Ma quelle "armi di distruzione di massa" gliele avevano fornite, in funzione antikhomeinista, gli americani, i francesi e, via Germania Est, i sovietici.Ancora più dirette sono le responsabilità degli americani per i massacri di curdi e sciiti avvenuti immediatamente dopo la fine della prima guerra del Golfo. Come forse il lettore ricorderà gli americani, dopo che i loro "missili intelligenti" e le loro "bombe chirurgiche" avevano ucciso 160 mila civili fra cui 32.195 bambini, lasciarono al suo posto Saddam Hussein, cioè il principale responsabile di quella guerra. «Inspiegabilmente» ha sempre scritto la stampa occidentale. In realtà non c'è nulla di inspiegabile. Bush padre lasciò in piedi Saddam perchè reprimesse le rivolte sciite e curde che gli stessi americani avevano all'inizio fomentato per poter fare trionfalmente e senza danni la loro passeggiata nel deserto. Gli sciiti davano fastidio perchè filoiraniani, i curdi perchè il loro indipendentismo mette a rischio l'alleata Turchia dove vivono dieci milioni di curdi repressi nel più brutale dei modi. Quei massacri quindi Saddam li compì anche in conto nostro e con le armi che noi gli avevamo fornito. Ma nessun processo è previsto per questi fatti molto imbarazzanti per l'amministrazione americana.Comunque sia il processo a Saddam si è fatto. E il rais, com'era prevedibile, è stato condannato a morte. Sul Corriere della Sera il liberale Piero Ostellino, in polemica con chi (Bonino, Pannella, Cossiga e altri) vorrebbe commutare la pena nell'esilio, scrive che non possiamo applicare i nostri principi e i nostri valori a «un Paese tanto culturalmente lontano da noi». Giusto. Giustissimo. Ma il liberale Ostellino, tanto diverso dai liberali d'un tempo, non si rende conto di darsi una formidabile zappata sui piedi, sui suoi su quelli di tutti coloro che, come lui, hanno sostenuto a spada tratta la guerra a Saddam per portare in Iraq la democrazia. Cioè i nostri principi e i nostri valori.