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Caro Fini, abito a Milano (dove mi risulta viva anche lei), in una modesta casa di proprietà. Proprio davanti alle mie finestre stanno per costruire la cosiddetta «Città della Moda». Mi dicono che dovrei essere contento perché questo prestigioso complesso aumenterà anche il valore della mia casa (per ora sono aumentati solo i prezzi in tutto il circondario). Io non lo sono affatto. Attualmente dalle mie finestre posso vedere, nella giornate limpide, tutto l’arco delle Alpi e dei meravigliosi tramonti. I grattacieli della «Città della Moda» mi toglieranno questa vista oltre che la luce. Ma lasciamo pur perdere i casi miei. Il grande spiazzo su cui sorgerà la «Città della Moda» (il terrapieno della ex stazione delle Varesine) è stato occupato per decenni da un luna park e perlomeno ci si potevano portare i bambini. Sparito il luna park vi è nato un bosco. Sì, un vero e proprio bosco, non l’odioso ‘verde’, aiuolato e irregimentato. Sarebbe bastato ripulirlo un po’, metterci quattro panchine e si sarebbe avuto un piccolo ‘polmone verde’ dove fare passeggiate e portarvi i bambini a giocare. A costo zero. Adesso invece ci sarà un faraonico complesso di cemento. Ha senso tutto questo?

Massimo Redi, Milano

No. Come diceva già ai primi del Novecento il grande architetto Henry van de Velde «una metropoli è fatta di pieni ma anche di vuoti». E Milano, con un solo grande parco e senza giardini — quelli stanno all’interno della abitazioni signorili del centro — ha un disperato bisogno di spazi liberi (Roma, a parte la sua monumentalità, è una città straordinaria perché ti apre il cuore e la vista con i suoi grandi parchi). Ma «business is business». E al «Dio Quattrino» noi offriamo di continuo sacrifici umani. Cioè la qualità della nostra vita.