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Oggi parliamo di scarpe, caro Fini. Di quelle scagliate contro Bush a Bagdad e che, lungi dal rappresentarne l’umiliazione, sono la consacrazione del trapianto di democrazia. Il balilla iracheno sarebbe stato fucilato sul posto se avesse osato un analogo lancio al tempo di Saddam Hussein e la gente che a Sadr City lo ha festeggiato nelle strade sarebbe stata massacrata dalla Guardia repubblicana. La protesta è l’ossigeno di una società libera. Principio ovvio in un occidente che da secoli ha metabolizzato Voltaire. Non nel Medio Oriente islamico che un suo illuminismo lo deve ancora sperimentare. E allora il duplice augurio per il 2009 è che Muntasser Al Zaid venga prontamente rilasciato e che la sua esuberanza sia d’esempio agli altri arabi ansiosi di riscattarsi da regimi autocratici e teocratici. Perchè – parafrasando il filosofo francese – chiunque dovrebbe essere disposto a immolarsi per difendere il diritto del prossimo di togliersi le scarpe e farne i proiettili della libertà di espressione. Anche a costo di rimanere scalzo per il resto della vita.Carla Bruni First Lady francese e cantante EBRAHIM NABAVI Giornalista iraniano discografici ai bimbi di Haiti. Sono felice che la musica serva a questo.Ahmadinejad poteva essere il nostro presidente più famoso. Invece ha distrutto economia, politica e cultura.

Cesare De Carlo

Caro De Carlo, è quasi commovente come tu riesca sempre ad autoconsolarti. Il lancio delle scarpe contro Bush del giornalista sciita Muntadar e le imponenti manifestazioni popolari per la sua immediata scarcerazione dicono solo dell’odio profondo degli iracheni contro i «liberatori» americani che sono riusciti ad accumunare in questo, ma solo in questo, sunniti e sciiti benché questi ultimi, all’epoca, fossero sot- to il tallone del sunnita Saddam. E non protrebbe essere diversamente. Il «trapianto di democrazia» in Iraq ha provocato, direttamente o indirettamente, 650mila morti (calcolo semplice fatto da una rivista medica inglese confrontando i decessi negli anni di Saddam con quelli del dopo 2001), una disoccupazione del 50%, mentre gli attentati e gli scontri armati continuano ad avere cadenza quotidiana e il Paese è distrutto. Un bilancio che mette in bocca agli iracheni la famosa frase longanesiana: si stava meglio quando si stava peggio.

Massimo Fini