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da Il Gazzettino del 26 novembre 2010

Al recente meeting di Lisbona Berlusconi è stato elogiati da Obama per l’addestramento dell’esercito afgano da parte degli italiani. In realtà in questo modo noi stiamo ponendo le premesse per una nuova guerra civile o, come tartufescamente si dice, per «un’afganizzazione del conflitto». Poniamo infatti che la Nato se ne vada ritenendo di aver sufficientemente rafforzato l’esercito di Karzai o, più probabilmente, perché si sarà resa conto che non è assolutamente in grado di controllare la situazione, come dimostra anche il recente e grottesco episodio in cui gli americani, nei tentativi sempre più affannosi di trovare un accordo con i guerriglieri, si sono lasciati convincere che uno dei negoziatori fosse Akhtar Mansour, ministro dell’Aviazione all’epoca del governo del Mullah Omar, e per indurlo a un atteggiamento «morbido» gli hanno dato una paccata di dollari. «Una trattativa che conferma come i ribelli siano sotto pressione», aveva commentato trionfalmente il mitico generale Petraeus. Peccato che Mansour non fosse Mansour (che comunque non è neanche «il numero due» del Mullah Omar come è stato scritto) ma un negoziante di Quetta che presi i dollari si è fatto uccel di bosco.
Dunque, cosa accadrà quando la Nato se ne sarà andata? È impensabile che i Talebani, che per dieci anni hanno tenuto testa al più forte esercito del mondo, non ne approfittino per dare la spallata decisiva al governo del Quisling Karzai che cadrà nel giro di una settimana. Perché le reclute che noi addestriamo sono dei giovani disoccupati di Kabul (che è passata dal milione di abitanti dell’epoca talebana ai cinque e mezzo di oggi, cosa che già di per sè dice che disastro sociale ed economico abbiamo combinato in quel Paese) che non hanno altro modo di sbarcare il lunario. Non sono motivati e molti sono in attesa di passare con i Talebani, tant’è che gli ufficiali Nato non se ne fidano. Purtroppo la Nato non ha solo addestrato questo esercito. Inoltre lo stesso Karzai non è un combattente e non gode di alcun prestigio in Afghanistan perché mentre i suoi connazionali si battevano con grande coraggio contro gli occupanti sovietici lui faceva affari con gli americani.
Purtroppo la Nato non ha solo perso tempo ad addestrare questo esercito inesistente, ha fornito armi sofisticate a due dei «signori della guerra», Ismail Khan e Rashid Dostum, che, insieme a Massud ed Heckmatiar, insanguinarono l’Afghanistan per contendersi il potere dopo la caduta del governo filocomunista di Naiisbullah, finché i Talebani non li sconfissero riunificando il Paese e dandogli i soli sei anni di pace in trent’anni di guerra, di invasione, di occupazioni. Massud è morto in unattentato organizzato dagli Usa, Heckmatyar è passato col Mullah Omar. Dostum, che ha cambiato mille parti in commedia, sarebbe anche disposto ad allearsi con i Talebani. Ma non può. Perché questi non gli perdonano il massacro nel 2001 di 600 prigionieri, uccisi e mutilati, di Mazar-i- Sharif che Dostum commentò così: «Li abbiamo trattati in modo fraterno».
Per spazzar via i «signori della guerra» i Talebani ci misero due anni, dal 1994 al 1996. Ma combattevano ad armi pari. Con Ismail Khan e Dostum armati in modo superiore la cosa sarà molto più lunga. E sanguinosa. Così l’intervento Nato, dopo aver provocato la morte di decine di migliaia di civili, la disgregazione, economica, sociale e morale di un Paese, avrà ottenuto l’eccellente risultato di riportare indietro di sedici anni l’orologio dell’Afghanistan, a quando, nel 1994, Omar con un piccolo gruppo di compagni partì dal suo villaggio, Sungesar, per porre fine alle prepotenze, agli abusi, agli arbitrii, ai taglieggiamenti, alle violenze, agli assassinii, agli stupri dei «signori della guerra».

Massimo Fini