0
0
0
s2smodern

pubblicato su Il Fatto l'11 dicembre 2010

«Quando voi entrate nell'aula dei rappresentanti a Washington, restate colpiti dall'aspetto volgare di questa assemblea. Invano vi cerchereste un uomo celebre, quasi tutti i suoi membri sono oscuri personaggi il cui nome non vi dice nulla. Si tratta generalmente di avvocati di provincia, di commercianti o anche di uomini appartenenti alle infime classi». Così nel 1835 descriveva la democrazia rappresentativa Alexis De Tocqueville che pur di questo sistema è considerato uno dei padri. Ma forse al nostro Parlamento si adatta di più un'altra pagina di Tocqueville, in cui parla di «un'accozzaglia di avventurieri o di speculatori» e aggiunge «si resta assai stupiti nel vedere a quali mani sia affidato il potere pubblico e ci si domanda per quale forza indipendente dalle legge e dagli uomini lo Stato possa prosperare».

Dovrebbe leggersi un po' di Tocqueville quella massa di ignoranti, e votanti, ce sono diventati gli italiani, imbesuiti dalla Tv, dalle fiction e dal virtuale, invece di scandalizzarsi, o far finta, per il grottesco "mercato delle vacche" cui assistiamo in questi giorni. Quando si dice "vacche" non si usa una metafora, si descrive la realtà della nostra classe politica democratica che nella sua maggioranza è formata da uomini e donne che si prostituiscono e prostituiscono la cosa pubblica ai propri interessi, a quelli dei propri clientes, vassalli, valvassori, valvassini, delle proprie mogli, delle proprie fidanzate, delle proprie troie e dei figli dei cognati dei nipoti che, mentre mezza Italia giovanile cerca lavoro, vengono piazzati in posti sicuri (vedi gli scandali romani di Atac e Ama, che sono solo l'ultima espressione del "sistema Mastella" che non riguarda, ovviamente, solo l'onorevole Mastella ma ogni o della classe dirigente democratica).

Certo ci furono tempi in cui in Parlamento sedeva gente diversa. Non possiamo mettere sullo stesso piano gli Einaudi, i De Gasperi, i Nenni, i Togliatti, gli Almirante con questi mascheroni televisivi che noi, supremo masochismo, paghiamo perché ci comandino. Ma la democrazia rappresentativa non c'entra nulla con quei bei tempi andati, c'entra il fatto che allora la Storia e le ideologie agitavano grandi passioni politiche, ideali, e che alla politica si avvicinava chi queste passioni le aveva. Ma la passione politica non è una prerogativa della democrazia. Al contrario: grandi passioni politiche hanno espresso tutte le dittature del Novecento.

Ma chi oggi entra in politica, nella politica democratica, non lo fa per passione. Lo fa per coltivare i propri affari, con metodi quasi sempre mafiosi e spesso criminosi. Quale passione politica possiamo leggere sui volti dei Berlusconi, dei Letta, dei Frattini, dei La Russa, dei Gasparri, dei Bersani e di tutti quegli altri che si dicono di sinistra? Ogni cinque anni andiamo a votare e legittimiamo costoro a spartirsi quel potere che, ci dicono, appartiene a noi cittadini. E vinca l'una o l'altra squadra il "popolo di sinistra" o "il popolo della destra" fan festa, ballano in piazza senza rendersi conto che a vincere sono solo i giocatori in campo (una fettona di sottopotere non si nega agli sconfitti, fa parte delle regole del gioco) mentre a perderci son solo i festanti che hanno pagato il biglietto.

La farsa delle finte contrapposizioni politiche dovrebbe essere ormai, dpo decenni di queste manfrine, chiara a tutti. Gianni De Michelis, intervistato dal Corriere per i suoi 70 anni, ha dichiarato: «Centrodestra e centrosinistra non esistono. Esistono solo due bande di potere». E se lo dice lui, che se ne intende, possiamo credergli.

Massimo Fini